Corrado III Trinci

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Stato Signoria di Foligno

Stato Pontificio

Titoli Vicario Apostolico

Capitano del Popolo Gonfaloniere di Giustizia

Predecessore Niccolò Trincia Trinci
Successore Fine della Signoria
Inizio Signoria 20 Gennaio 1421
Fine Signoria 9 Settembre 1439
Famiglia
Consorte Costanza detta Tanza Orsini di Monterotondo
Figli
  • Cesare
  • Marsobilia
  • Niccolò
  • Faustiva
  • Francesco
  • Ugolino

Corrado III Trinci, figlio di Ugolino (... – Soriano nel Cimino, 14 giugno 1441), è stato un condottiero italiano, nono ed ultimo Signore di Foligno dal 20 Gennaio 1421 all'8 settembre 1439. Sposato con Costanza Orsini di Monterotondo, ebbe diversi figli, molti dei quali lo seguirono nella sua tragica fine.

Biografia e Note Storiche

Nemico dei papi, lottò contro la chiesa depredando i monasteri. Compì una feroce vendetta contro i responsabili della morte dei fratelli, incorrendo nell'ira di Papa Martino V che inviò contro di lui Francesco Sforza per privarlo della città di Foligno. Corrado si difese, ma dovette venire a patti; fu riconfermato nel vicariato di Foligno e di Nocera e nominato condottiero di Martino V, e fu inviato alla conquista di Perugia, contro Oddo Fortebracci. Celatamente continuò però a favorire i nemici della chiesa e nel 1428 riprese le armi. Nel 1434 lottò contro Coccorone (l'odierna Montefalco), che gli si era ribellata e riuscì ad occuparla. Contro di lui mosse ancora Francesco Sforza, inviando il fratello a combatterlo, ma questi fu battuto. Nel 1435 Corrado dovette sottomettersi al papa, che nel 1438 gli confermò Montefalco. Nello stesso anno favorì la ribellione di Pirro Tomacelli, signore di Spoleto e la città fu saccheggiata. Incorso nell'ira di papa Eugenio IV, ebbe contro di sé il Cardinale Vitelleschi, inviato dal papa a distruggere la famiglia Trinci. Assediato in Foligno si difese, ma la cittadinanza tramò contro di lui, e nel 1439 aprì le porte al Cardinale. Vistosi perduto, tentò di fuggire, ma fu fatto prigioniero e condotto prima a Spoleto, poi nel castello di Soriano presso Viterbo, ove il 14 giugno 1441 morì strangolato insieme a due suoi figli.

La Vendetta di Corrado

Corrado, superstite della vendetta, fu l'ultimo della Signoria dei Trinci e rimase inviso a tutti per le particolari ed estreme crudeltà commesse che furono causa di molti lutti, della perdita dello Stato e della vita. Il 20 gennaio 1421 successe al fratello Niccolò assumendone tutti i titoli e, per prima cosa, volle vendicarsi dell’eccidio di Nocera. Aiutato da Braccio di Montone, col quale era legato da vincoli di parentela, che in quei giorni riuniva il suo esercito nella pianura di Spello per l'impresa di Napoli, assalì ed occupò Nocera facendo strage del Castellano e dei suoi parenti (i corpi vennero straziati anche dopo morti). Il padre ed un figlio di Pietro vennero squarciati e dati in pasto ai cani. Iniziò poi la caccia ai parenti e agli amici, veri o presunti, di Pietro di Pasquale che furono uccisi senza distinzioni di sesso e di età e i loro cadaveri straziati furono caricati su somari ed inviati per tutto il territorio quale macabro avvertimento per tutti e poi inviati a farli impiccare nei loro paesi. Solo le donne incinte non furono subito uccise, ma si attese il loro parto per farle morire poi di fame unitamente ai loro nati. Manentesco Manenti di Trevi era il Podestà di Nocera e venne ucciso, insieme al figlio, da Corrado Trinci, il quale si dedicò poi a perseguitare in ogni modo i Manenti, giurando di uccidere essi e i loro fautori fino al terzo grado. Infatti in Nocera, in Rasiglia, in Foligno, in Trevi, nella Fratta caddero nelle sue mani molti di questi infelici. Tra gli altri fece uccidere il padre di Manentesco e tutta la sua famiglia, le donne, i fanciulli, i lavoratori, perfino il fornaio di casa Manenti. L'abbazia di Bovara era allora amministrata da Simone Manenti: in odio al nome Manenti, Corrado invase il Monastero, cacciò i Monaci e si impossessò dei beni.

L'inizio della sua Signoria

Avuta Corrado, in modo così tragico ed inopinato, “la signuria et lu dominiu”, non avendo mai previsto di dover rimanere a capo della sua casata e di Foligno, uno dei suoi primi atti fu quello di conoscere il reale stato delle cose e si fece redigere un preciso inventario dei suoi possedimenti. Tale documento, tuttora conservato negli archivi della Biblioteca Jacobilli, contiene l’elenco di tutti gli uffici civili e militari che dipendevano da Corrado: Podestà, Cancellieri, Castellani, custodi, soldati ecc. e tutti i dati a loro relativi, come data di elezione alla carica, durata della stessa, stipendio ecc. Questo documento, probabilmente redatto dal Cancelliere e Segretario di Corrado, ser Benedetto Rampeschi, è però incompleto e si riferisce solamente agli anni dal 1421 al 1424, ma è comunque più che sufficiente a dare un’idea dell’estensione dei domini dei Trinci e del potere che essi avevano.

Quello che segue è l'elenco dei possedimenti dei Trinci, tra il 1421 ed il 1424, anni a cui si riferisce il sopracitato documento. Molti di questi luoghi esistono ancora con lo stesso nome o di poco differente.

Nome Volgare Nome Latino
Rocca di Nocera Roccha civitatis Nucerii
Potestaria di Nocera Potestaria civitatis
Cancellaria di Nocera Cancellaria civitatis
Postignano Roccha Pustignani
Castelnuovo di Boschetto Castrum novum vallis Buschecti
Someregio Someregium
Chiugiano Chiugianum
Poggio Surrifa Podium Surrife
Poggio di Parrano Podum Parrani
Castiglione Fortellitium Castiglioni
Andolina Fortellitium Andoline
Annifo Districtualia Civitas Fulginei, Castrum Annifi
Colfiorito Castrum et Turris Collis Floreti
Roccafranca Castrum et Roccha Aquefranche
Verchiano Castrum et Roccha Verchiani
Rasiglia Castrum et Roccha Rasilie
Civitella Castrum Civitelle
Torre di Ser Angelo Turris olim Ser Angeli
S. Eraclio Castrum et Turris Sancti Heracchii
Serra Castrum et Roccha Serre in Valle Topini
Pasano Fortetillium Pasani
Valtopina Podium Stazani et Vicecomes Vallis Topini
S. Cristina Fortetillium Sancte Christine
Capodacqua Castrum et Fortellitium Capudaque
Agnano Fortellitium Agnani
Afrile Turris Afrelis
Gallano Turris Sancti Stephani de Gallano
Calestro Fortellitium Calestri
Podesteria di Montefalco Terras Montisfalconis
Cancelleria di Montefalco Cancellaria
Rocca di Montefalco Roccha magna Montisfalconis
Cassero di Montefalco Cassarectum dicte Terre
Fortilizio di Montefalco Fortellitium plebis Montis Falconis
Torre delle Porta S. Agostino Custodia Turris porte Sancti Augustini dicte terre
Podesteria di Giano Potestaria Castri Jani
Rocca di Giano Roccha castri predicti
Castagnola Castrum Castagnole
Montecchio Castrum et Roccha Monticuli
Semigni Fortellitium Semigni
Podesteria di Gualdo Cattaneo Castrum Gualdi Captani
Rocca di Gualdo Cattaneo Roccha dicti Castri Gualdi
Cancellierato di Gualdo Cattaneo Cancellariatus eiusdem
Radione Fortellitium Radioni
Gagliole Roccha Gaglioli
Torre del Colle Castrum Turris Collis
Podesteria di Bevagna Potestaria terre Mevanee
Rocca di Bevagna Roccha Mevanee
Podesteria di Castelbuono Potestaria Castriboni
Podesteria di Limigiano Potestaria Castri Limisiani
Collemancio Castrum et Potestaria Collis Mancii
Rocca di Collemancio Roccha dicti Castri Collis Mancii
Podesteria di Bettona Terra Bictonii Potestaria
Cancelleria di Bettona Cancellariatus dicte Terre Bictonii
Bastita di Bettona Bastita Bictonii
Pomonte Castrum Pomontis
Potesteria di Trevi Terra Trevii cum comitatu
Cancellariato di Trevi Cancellariatus dicte Terre
Fabbri Bastita Fabrorum
Fortezza dei Molini Fortellitium Molendinorum
S. Donato Turris sancti Donati
Matigge Turris Matigie
Rocca del Piano di Trevi Roccha Terre predicte
Piediluco Roccha et Castrum Pedisluci
Miranda Castrum et Roccha Mirande
Polino Castrum et Roccha Polini
Rocca Accarina Fortellitium Rocche Accharine
Piscignano Castrum Bonesbarre alias Pissignano
Melace Fortellitium Melaci
Macerino Castrum Macerini cum aliis locis terrarum Arnulphorum
Podesteria di Foligno Officium Potestarie civitas Fulginei, quod reductum fuit post guerram factam per ecclesiam etc.
Officiali del Piano Officialis plani dicte terre
Vicario di Piediluco Vicarius dicti Castri
Officio delle Mostre Officium mostrarum dicti Magnifici Domini

I contrasti con il Papa

Le atrocità commesse in Nocera impressionarono il Pontefice Martino V che mandò un suo Commissario a Foligno per frenare l’ira di Corrado, minacciandolo di scomunica. Confidando nell’appoggio di Braccio e degli altri Signori vicini, quasi tutti suoi parenti, Corrado si fece beffe delle minacce del Papa il quale, preoccupato perlopiù proprio da Braccio da Montone, credette opportuno astenersi per il momento da ogni recriminazione ma, morto Braccio nella battaglia dell'Aquila, nel 1424, inviò Francesco Sforza alla testa di 3000 cavalli con il perentorio ordine di togliere ai Trinci tutti i beni e le terre di appartenenza; ed infatti dalle truppe pontificie furono occupate Bevagna, Trevi, Montefalco e Nocera. Francesco Manenti, scampato alla strage della sua famiglia, si unì all’esercito di Francesco Sforza inviando contro Foligno il Capitano Melchiorre da Pettino al comando di trecento Cavalieri e duecento fanti. Lo Sforza, posto l'assedio a Foligno prese contatti con alcuni nobili residenti nella città che avrebbero dovuto aprirgli le porte, ma la congiura fu scoperta. I capi di detta congiura erano Pietro di Aldobrandino ed Armaleone di Ranaldo Brancaleoni, fuoriusciti folignati. Corrado venne a patti con lo Sforza al quale fra l'altro promise in moglie la propria figlia. Con il consenso del Pontefice, che concesse il perdono a Corrado e lo ripristinò come Vicario Pontificio, nominandolo anche suo Condottiero, lo Sforza tolse l'assedio a Foligno ed assentì al matrimonio fra Faustiva, figlia di Corrado, e Giovanni Andrea Colonna, suo parente. Nel tripudio di sontuose nozze dettate solo da interessi terreni riguardanti la sua famiglia e con l’inqualificabile assoluzione che lo rendeva complice moralmente di tante atrocità, il Pontefice irrideva alle tante innocenti vittime dello scempio di Nocera. Papa Martino V lo inviò alla conquista di Perugia, contro Oddo Fortebracci, cosa che Corrado si guardò bene dal fare, continuando celatamente a favorire i nemici della Chiesa.

Le concessioni fatte non procurarono comunque al Papa la gratitudine di Corrado che, trovandosi a Roma alla morte di Martino V, che era di casa Colonna, fu uno dei primi a correre al saccheggio del palazzo dei Colonnesi. Il nuovo Pontefice, Eugenio IV, che figurava tra le amicizie di Corrado, lo confermò nel dominio, sebbene i Folignati, stanchi della tirannia e dei soprusi di Corrado, avessero fatto istanza al Papa per esserne liberati. Una serie di rivolte e di sottomissioni avevano sin'allora caratterizzato i rapporti tra Corrado Trinci e la Sede Apostolica, cui formalmente apparteneva l'alta sovranità su una parte dell'Umbria e nel cui nome, come Vicario, egli stesso governava Foligno, le terre di Gualdo Cattaneo e della Val Topina. L'ultima sollevazione risaliva al 1433, quando il Trinci aveva ripreso le armi contro la Chiesa, per appoggiare le incursioni di Niccolò Fortebracci e di Niccolò Piccinino contro i territori umbri di dominio pontificio, da un lato, e, dall'altro, per contrastare i progressi delle milizie di Francesco Sforza, alla fine intesosi con il papa Eugenio IV, che lo aveva creato suo vicario nella Marca e Gonfaloniere di S. Romana Chiesa. Nel 1434 lottò contro Coccorone (l'odierna Montefalco), che gli si era ribellata e riuscì ad occuparla. Contro di lui mosse ancora Francesco Sforza, inviando il fratello a combatterlo, ma questi fu battuto. Nell'agosto del 1435, nella piana di Colfiorito presso Camerino le truppe del Fortebracci vennero annientate dall'armata dello Sforza: lo stesso Fortebracci perdette la vita combattendo. Travolto dalla sconfitta dell'alleato, Corrado Trinci cambiò ancora una volta partito, scegliendo di avviare trattative in vista di un accordo con il Pontefice. Ne affidò la gestione a due persone fidate, a lui consanguinee: Francesco Elmi e Giacomo Trinci, il potente abate di Sassovivo, che nominò suoi ambasciatori e procuratori presso Eugenio IV. I negoziati procedettero rapidamente. Il 27 agosto, nel corso di una solenne cerimonia tenutasi nel palazzo Trinci a Foligno, l'Elmi e Giacomo Trinci ricevettero la procura dalle mani di Corrado. L'8 settembre, nel convento fiorentino di S. Maria Novella, presente Cosimo il Vecchio de' Medici, l'Elmi e l'Abate di Sassovivo, da un lato, ed il Cardinal Camerario Francesco Condulmer in rappresentanza del Papa, dall'altro, firmarono l'atto con cui Corrado Trinci dichiarava di sottomettersi alla Sede Apostolica, di essere pronto a prestare giuramento di fedeltà, e si impegnava a pagare i censi dovuti per il passato e per il futuro, mentre Eugenio IV, da parte sua, lo confermava suo Vicario in Foligno, a Nocera e nella Val Topina. Il documento precisava esattamente i confini dei territori sottoposti alla giurisdizione del Trinci, il cui ambito risultava tuttavia nel suo complesso ridotto rispetto al passato, specie lungo il confine perugino; stabiliva inoltre che il Trinci dovesse procedere alla restituzione delle terre e delle città che non fossero espressamente indicate nel documento; ordinava infine lo sgombero delle terre di Bevagna e di Montefalco, da lui militarmente occupate; nel 1438 però, lo stesso Papa gli riconfermava il dominio su Montefalco.

Quando però Corrado, usando severe minacce, costrinse i canonici della Cattedrale ad eleggere Vescovo di Foligno suo nipote Rinaldo, mentre dalla Curia Romana era già stato nominato e consacrato Cristoforo di Berto, rispondendo così con la solita perfidia ai favori del Papa, questi si sdegnò e deliberò la distruzione dei Trinci. Poiché venivano lese le prerogative ecclesiastiche si pensò alla spedizione del Vitelleschi per la quale si attese il momento opportuno per attuarla. E l'occasione fu fornita proprio da Corrado quando Spoleto si ribellò al Tomacelli detto il Tartaro, Abate di Montecassino, parente dei Trinci.

L'Abate di Spoleto

Pirro di Roberto Tomacelli, Abate di Montecassino, era Rettore di Spoleto; era però odiato da tutti, perchè viveva indegnamente, in aperto contrasto con l'abito talare che indossava. Gli Spoletini si erano a lui ribellati e lo stesso Pontefice gli ordinò di dimettersi e di riconsegnare la Rocca, ma egli non solo non aderì a tale invito, ma insolentì contro il Papa, stimolato da Corrado Trinci che, come i fratelli erano stati Guelfi ed amici di Spoleto, così egli era Ghibellino ed acerbissimo nemico di questa città. Si verificò una sollevazione popolare a Spoleto contro l'Abate, che dovette rifugiarsi nella Rocca con i suoi seguaci, riempiendola di soldati e vettovaglie di cui aveva spogliato i contadini. Eugenio IV con pubblico editto lo depose dal seggio badiale, ed egli in risposta, abbassando il Gonfalone della Chiesa, alzò una bandiera con la banda a scacchi, stemma della sua famiglia. L’indignazione degli spoletini toccò il culmine e l’Abate venne assediato nella Rocca, dopo uno scontro armato in cui i suoi soldati ebbero la peggio. Il Papa mandò a rinforzare l’assedio Baldovino da Tolentino, che giunse con duecento cavalieri e duecento fanti, altri vennero da Perugia, unendosi alle forze dello Sbardellato da Narni, già al soldo del Comune di Spoleto. Questo avveniva nel settembre del 1437.

La Sconfitta di Corrado

Nella primavera successiva, Corrado credette che fosse giunta l’ora di liberare l’Abate e si mise in contatto con i Bracceschi, Vitaliano e Piccinino, eredi della tradizione militare di Braccio da Montone, i quali aderirono al primo invito, avendo deputato conveniente partecipare all’impresa. Montefalchesi e Nocerini furono obbligati a partecipare dalla volontà di Corrado, i Nursini intervennero per loro discordie contro Cerreto, mentre Spoleto aveva le stesse forze dell’autunno precedente. Le forze militari riunite da Corrado, insieme ad una “numerosa colluvie di rabbiosi villani ghibellini” ed ai Nursini, assommavano a circa diecimila uomini. Il 4 di Aprile dettero il via all’assalto della Porta Ponzianina, mentre dalla Rocca i soldati dell’Abate martellavano la città con le bombarde. Gli atterriti Spoletini, dopo un momento di grande confusione, in cui alcuni intrapresero la fuga dalla parte opposta, si fecero animo ed uscirono, forse in numero di tremila, contro gli assalitori. A questi si aggiunsero i Cavalieri di Baldovino da Tolentino, che forse si erano tenuti nascosti o forse stavano arrivando proprio in quel momento da altro luogo; gli assalitori furono sopraffatti e si dettero alla fuga, inseguiti fin nel territorio folignate. Quella che sembrava una facile vittoria, si rivelò invece una cocente sconfitta.

L'ultima vittoria

Il Papa cercò una mediazione ma il suo inviato incontrò notevoli difficoltà, perché gli Spoletini ponevano come condizione irrinunciabile che l’Abate se ne andasse; nemmeno l’Abate era disposto a cedere, nonostante le sue riserve fossero ormai ridotte all’osso. Gli amici dell’Abate fecero sapere al Trinci ed ai Bracceschi di affrettarsi, che non avrebbe potuto resistere più di tre giorni ancora. La notte dell’11 Maggio 1438 i Bracceschi entrarono in Spoleto, sorprendendo nel sonno i difensori. Lo Sbardellato ed i suoi fanti fuggirono senza combattere, come sembra fece pure Baldovino da Tolentino. Spoleto venne messa a sacco, le donne violentate, Chiese e Monasteri profanati, l’Abate ed i suoi liberati. Tra quelli che non riuscirono a scappare, oltre mille Spoletini vennero fatti prigionieri, tra cui oltre quattrocento fanciulli; alcuni di loro finirono nelle mani dell’Abate che dispose chi dovesse morire e chi avrebbe potuto ricomprare la libertà a peso d’oro.

Ma la maggior parte dei prigionieri venne portata a Foligno, insieme con le chiavi della città di Spoleto, il vessillo comunale, il sigillo priorale. Oltre a ciò, il bottino fu enorme e se ne fece mercato, così che i beni degli Spoletini finirono nelle case di molti Folignati. Il Governatore Apostolico intimò che nessuno osasse comperare, o in altro modo ricevere, cose maltolte agli Spoletini, pena la forca. I venturieri si trattennero a Spoleto otto giorni, passati i quali lasciarono la città nelle mani dell’Abate che se ne fece il Signore. Nel frattempo lo Sforza riprese Cerreto, che liberò dai Nursini facendone strage. Non riuscendo a conquistare la Rocca, prese Beroide ed alcuni altri Castelli e Ville del contado spoletino. Gli Spoletini si rivolsero dunque al Papa, al quale inviarono un oratore che gli presentasse la desolata situazione della città ed invocasse il suo aiuto. Il Papa rispose che era prioritario riprendere Foligno, che gli Spoletini avrebbero dovuto unirsi al suo Legato, il Cardinale Vitelleschi, nella guerra contro quella città e che poi, senza fatica, si sarebbe occupato dell’Abate.

Il Cardinale Vitelleschi

Il patriarca alessandrino Giovanni Vitelleschi, detto anche il Cardinale Fiorentino, Legato Papale in queste ed altre province più a sud, era un uomo fiero, tacciato dai suoi detrattori di essere un uomo ambizioso e crudele. I suoi sostenitori, ammettendo che spesso la sua severa giustizia oltrepassava i limiti ordinari, rispondevano che ripagava i tiranni della stessa moneta che essi avevano speso coi loro popoli. Originario di Corneto, discendeva direttamente da quella famiglia scacciata da Trincia Trinci, con molta offesa, oltre ottanta anni prima. Era certo la persona più adatta per vendicare il vecchio affronto subito.

Lo stemma dei Vitelleschi

L'assedio di Foligno

L’11 Luglio 1439, l’esercito ammassato a Spoleto dal Cardinale, che contava settemila cavalieri e cinquemila fanti, mosse verso i territori dei Trinci, mettendo il campo a Bevagna, che conquistò in tre giorni. Da qui andò a S.Eraclio, che prese in un solo giorno, si avvicinò a Foligno e si acquartierò presso Santa Maria in Campis coi tremila Cavalieri. Gli Spoletini seguirono il Legato, partecipando alla presa di Bevagna e misero poi il loro campo di fronte alla Porta dell’Abbadia, mentre le altre forze del Cardinale si disponevano di fronte alla Porta di San Giacomo e a San Magno, stringendo d’assedio la città. Impoveriti dalle precedenti depredazioni e male armati, gli Spoletini si procuravano le armi combattendo. Fatto deviare il corso del Topino e disseccare le fosse, il Cardinale si recò a Nocera, che prese in tre giorni, imprigionando, tra gli altri, due figli di Corrado: Cesare ed una giovinetta di rara bellezza: Marsobilia. Vennero inviati a Spoleto, come ostaggio per gli oltre quattrocento fanciulli spoletini ancora imprigionati dal Trinci.

Reatini e Ternani, nel frattempo, occupavano Piediluco, che faceva parte del dominio dei Trinci. Il Vitelleschi fece venire l’artiglieria da Perugia, e mentre la città era squassata dai colpi delle bombarde, i suoi soldati rastrellavano i dintorni di Foligno. Una profezia locale diceva che i tiranni sarebbero caduti il giorno in cui davanti alle mura della città si fossero visti volare i tori. l Trinci tremarono dunque quando videro garrire al vento le bandiere del terribile Cardinale sulle quali campeggiava lo stemma di Casa Vitelleschi, raffigurante appunto due tori. Dopo quasi due mesi di assedio, i Folignati, ridotti allo stremo delle forze trattarono col Cardinale la resa della città.

La caduta dei Trinci

I traditori furono tredici tra i principali cittadini, tra cui Francesco degli Elmi, Giovanni degli Atti e quattro Priori del popolo, che si riunirono segretamente con Giacomo Trinci, Abate di Sassovivo, il quale credeva di far dimenticare la vita dissoluta da lui condotta ed i molti mali fatti. L’Abate venne invece processato ed imprigionato nelle carceri romane di Tor di Nona, ove morì nel 1442. Presso l’abitazione dell’Elmi si radunarono, nella notte fra l'8 ed il 9 settembre, i promotori della congiura, alcuni dei loro familiari, i loro armati, Atto Giovanni degli Atti "con circa duecento huomini con targoni, rotelle, lancie, e balestre… e quelli della contrada delle Poelle, che in tutti erano più di quattrocento".

L'Elmi guidò gli insorgenti ad impadronirsi della porta S. Maria. Fu ancora lui ad inviare, dopo il fatto, il messaggio con cui si avvisava il cardinale Vitelleschi del felice esito dell'impresa e si fissava l'ora in cui il legato stesso e le sue truppe avrebbero dovuto presentarsi dinnanzi alle mura. Fu così che una colonna comandata da Tartaglia della Fede da Foligno, conestabile dei fanti del legato, da Tartaglia da Trisciano e da Biagio dal Castel Piano, "ambedue Capitani Perugini", verso le 3 di notte, attraverso la porta presidiata dall'Elmi e dai suoi, poté entrare "senza saputa del Trinci, e col consenso quasi di tutto il Popolo" nella città e occuparla "con poca contesa". Andarono in Piazza Grande che occuparono al grido di “Viva la Chiesa” insieme alla corte dei Trinci.

Corrado, colto di sorpresa, fuggì e si nascose con il figlio Niccolò, una figlia e il genero in un molino ad olio, ma poi fu preso e imprigionato in S. Maria in Campis, fino al 18 settembre. Il Cardinale Vitelleschi, entrato in Foligno, ricevette le chiavi della città e si fece consegnare anche Ugolino, giovane figlio di Corrado insieme a parecchi altri della famiglia. Il vecchio Vescovo Rinaldo Trinci riuscì a fuggire e riparò presso lo Sforza di Milano, dove mori. Gli altri figli maschi furono trucidati a furor di popolo. Stessa sorte toccò al Cancelliere di Corrado, ser Benedetto Rampeschi, “famigliarissimo e mezzo padrone dei Trinci”, ma molto odiato in città; la sua casa venne saccheggiata ed egli, col fratello Tommaso ed il figlio Giacomo, vennero legati e condotti alla Rocca del Cassero dove vennero uccisi a colpi di accetta.

Queste uccisioni, non autorizzate dal Legato Pontificio, costarono ai Folignati una multa di 4.000 fiorini. Per il resto, il Cardinale Vitelleschi mantenne le promesse fatte all'Elmi ed agli altri congiurati. Con un documento del 12 Settembre riconobbe infatti le tradizionali forme di governo e le antiche costituzioni cittadine. Premiò inoltre l'Elmi e gli altri capi del complotto, che gli avevano consegnato Foligno, concedendo loro beni e terreni già appartenuti ai Trinci e nominò Pietro Vitelleschi, suo parente, Vice Governatore di Foligno e dei beni e possedimenti dei Trinci.

La fine dei Trinci

Il 18 di Settembre, Corrado con i due figli furono mandati, vilmente legati sopra ronzini, nella rocca di Soriano. Li conduceva Angelo Vitelleschi con buona mano di armati, “nè mancò il Comune di Spoleto al suo passaggio di fare onore a questo congiunto del Legato, i prigionieri però presso le mura della città furono insultati e turpemente percossi da femmine di abbiettissima condizione, e da monelli che con ingiurioso schiamazzo gittarono loro in volto fango ed altre lordure”. Corrado e i figli furono chiusi nella Rocca di Soriano a disposizione del Pontefice che li fece strangolare il 14 Gennaio 1441. Con Corrado ebbe fine la Signoria dei Trinci, che fu una delle più prestigiose dell'epoca, per senno politico, per notevoli doti militari, per le molte parentele contratte, per le ricchezze e il potere raggiunti. Solo la scelleratezza e il dispotismo di Corrado, descritto dal Faloci Pulignani come “un vero delinquente”, hanno gravemente macchiato di sangue il nome di questa famiglia, la cui tragica fine, scrive ancora il Faloci Pulignani, fu opera di necessità politica e di difesa umanitaria. L’ultimo dei Trinci, Iafet, figlio di Francesco (rimasto ucciso durante i tumulti popolari) di Corrado III, fu portato in salvo ad Orbetello da una nutrice ed affidato in adozione ad una nobile famiglia. Con lui si è estinto il ramo principale della Famiglia Trinci.

Corrado non fu solo un tiranno; contemporaneamente fu mecenate dei letterati e degli artisti. Pur essendosi dimostrato un Principe feroce, non mancò di amare le lettere, le arti e le scienze che incoraggiò e protesse. Fece dipingere l’oratorio del Palazzo dall’eugubino Ottaviano Nelli e fu buon amico del poeta perugino Candido Bontempi; nel 1438 fece coniare moneta d’oro e d’argento da quella industriosa e numerosa famiglia di orefici dalla quale uscì il nostro benemerito Emiliano Orfini. "Monete, le quali furono principiate a battere di Dicembre a dì 20, nel 1438, nel tempo che eravamo de' Priori noi, cioè Francesco della Fede del Terziero di sopra, io Petruccio di Giacomo degli Unti del Terziero di mezzo, e Mattia di Francesco altramente Mugnetto, del Terziero di sotto e Mattia di Niccolò di Feliciano fu Priore Novello pel Terziero di S. Giovanni e di S. Nicolò. E le monete furono queste : cioè Fiorini d'oro per Bolognini 44, e i Bolognini per Soldi 2, e Denari 6, e i Piccioli uno a Denaro, e belli Quattrini. E fu messo bando di dieci Fiorini, a chi qualunque di queste monete rifiutava pel detto prezzo. E il primo Zecchiere fu a battere la detta moneta Piermatteo di Salvoro di Emiliano da Foligno della Compagnia degli Spavagli".

Bibliografia

Gli affreschi del Palazzo Trinci a Foligno - Mario Salmi
Il Vicariato dei Trinci - Don Michele Faloci Pulignani
Le arti e le lettere alla Corte dei Trinci - Don Michele Faloci Pulignani
Prima edizione a stampa della Divina Commedia – Studi II - Piero Lai
Istoria della Famiglia Trinci - Durante Dorio - Foligno - 1638 - Agostino Alteri
Compendio della Storia di Fuligno - Giuseppe Bragazzi - Foligno - 1858 - Tipografia Tomassini
La Gazzetta di Foligno - 1988/89 - articoli di Federica Ferretti
La cronaca del Trecento italiano - Carlo Ciucciovino
Di Corrado Trinci, tiranno ecc. – Medardo Morici – Bollettino della Regia deputazione di Storia Patria per l’Umbria – Volume XI – Unione Tipografica Cooperativa – Perugia - 1905
Storia del Comune di Spoleto dal Secolo XII al XVII – Achille Sansi – Stabilimento di P. Sgariglia – Foligno - 1879
Pro Trevi – Famiglia Manenti
WikiDeep
Enciclopedia Treccani Online
I Priori della Cattedrale di Foligno – Don Michele Faloci Pulignani – Bollettino della Regia deputazione di Storia Patria per l’Umbria – Volume XX – Unione Tipografica Cooperativa – Perugia - 1914
Santi e Beati
Vite de’ Santi e Beati di Foligno – Lodovico Jacobilli – Agostino Alteri – Foligno - 1628
Bollettino della Pro Foligno - Anno 11º NUMERO 2, Febbraio 2011
Sulla zecca e sulle monete di Fuligno - Dissertazione epistolare diretta al chiarissimo Cavaliere il Sig. Annibale Degli Abati Olivieri Giordani dall'Abate Giovanni Mengozzi
Wikipedia per le note e le varie voci.

Voci Correlate

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