IV Brigata Garibaldi

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Le Brigate Garibaldi

Le brigate d'assalto "Garibaldi", durante la Resistenza italiana, furono delle brigate partigiane legate prevalentemente al Partito Comunista Italiano, in cui militavano anche esponenti di altri partiti del CLN, specialmente socialisti. Pochi furono invece i componenti legati al Partito d'Azione o democristiani. In realtà la maggioranza dei combattenti nelle Brigate Garibaldi non manifestava una chiara identità politica. Coordinate da un comando generale diretto dagli esponenti comunisti Luigi Longo e Pietro Secchia, furono le formazioni partigiane più numerose e quelle che subirono le maggiori perdite totali durante la Guerra partigiana. In azione i componenti delle brigate indossavano per riconoscimento fazzoletti rossi al collo e stelle rosse sui copricapi.

Il modello organizzativo venne strutturato dalla direzione del PCI. Il termine "brigata" non fu casuale: era il superamento della "banda". Brigata stava ad indicare un legame organizzativo di tipo militare tradizionale, di dipendenza tra le unità operative ed i livelli superiori politico-militari. Il nome fu dedicato a Giuseppe Garibaldi, popolare e quasi mitica figura risorgimentale italiana.

Le dimensioni delle brigate variavano dal contesto operativo. La struttura impostata dal PCI richiedeva, oltre ad un comandante militare, un commissario politico con pari poteri militari ma impegnato anche nel lavoro di propaganda e istruzione dei partigiani; struttura questa replicata anche nelle squadre, i battaglioni e gli altri sottoraggruppamenti. Il termine "assalto" fu una volontà politica; era finalizzata a togliere le incertezze sulla possibilità di lotta e superare i dubbi nella lotta contro i fascisti.

I "SanCarlisti"

I primi gruppi di partigiani si formano nei dintorni di Spello e Foligno immediatamente dopo l'armistizio, per poi costituirsi in brigata su iniziativa del Tenente Antero Cantarelli. La genesi dei due gruppi (Folignati e Spellani) è indipendente: mentre gli spellani hanno contatti soprattutto con le formazioni del Perugino, di orientamento prevalentemente comunista, i folignati sono per la maggior parte di estrazione cattolica, legati all'Istituto San Carlo. Il comandante, ten. Antero Cantarelli, era presidente diocesano della Gioventù di Azione Cattolica (GIAC).

Parecchi componenti della 4a Brigata Garibaldi erano cresciuti nel Circolo San Carlo, il famoso circolo cattolico folignate che dal 1888 era andato svolgendo tra i giovani un’importante opera di formazione non solo spirituale-religiosa, ma anche etico-civile, e che durante il fascismo divenne un’autentica fucina di formazione, una scuola di libertà, e come tale anche una palestra di antifascismo. Inoltre, le violenze, gli episodi di intolleranza e le intimidazioni perpetrate dai fascisti generarono, in tanti giovani cattolici del circolo, una rivolta di ordine morale e sentimenti di ribellione al sistema autoritario e dittatoriale.

La data ufficiale della costituzione della brigata è il 22 settembre presso la Cascina Raticosa[1]. Ai giovani folignati la scelta del nome "Garibaldi" fu suggerita da colui che era il più alto in gradi e che aveva anche la maggiore esperienza in questioni belliche, il tenente colonnello di fanteria Antonio Salcito, aggregatosi il 30 settembre, quando a livello nazionale erano abbastanza chiari gli orientamenti, e che "ne sapeva più di noi", ammette il comandante Cantarelli. La scelta di chiamarsi "garibaldini" non dipese da contatti o da direttive provenienti da partiti, ma unicamente dal desiderio di ricollegarsi idealmente ai moti del Risorgimento per l’indipendenza dallo straniero, a quel processo risorgimentale di cui Garibaldi rappresentava il massimo emblema. Anzi nel nome di Garibaldi così motivato risaltava la nobiltà della scelta, che ebbe infatti un seguito qualche mese dopo quando i "sancarlisti" dettero al proprio battaglione il nome di Goffredo Mameli, rimarcando in tal modo che la lotta della Resistenza era un secondo Risorgimento, dettato da sentimento patriottico, senza alcuna pretesa nazionalistica ed in più faceva intravedere l’ideale repubblicano.

La logica cui sembrò obbedire anche la "Garibaldi" folignate fu quella di brigata e della guerriglia di brigata, cioè della migliore organizzazione possibile per il raggiungimento dello scopo, senza creare inutili contrasti o sospetti di accaparramento di potere. Dopo la cattura del colonnello Salcito (1 dicembre 1943), il comando della formazione venne affidato ad Antero Cantarelli, già presidente diocesano dell’Azione cattolica, e scelto dai suoi compagni per le sue qualità e per la sua esperienza in quanto sottotenente di complemento, e che aveva in suo onore il rifiuto dell’adesione alla Repubblica sociale italiana e della conseguente promozione a capitano.

La composizione della Brigata, che arrivò a essere composta da circa 400 partigiani, era caratterizzata da un'età media particolarmente giovane e molto radicata sul territorio, con l'eccezione significativa dei circa 50 combattenti jugoslavi organizzati nel Battaglione Peko Dapcevic, evasi dal campo di concentramento di Colfiorito.

L'attività militare della Brigata è nei primi mesi caratterizzata da un certo attendismo, dovuto in gran parte all'inesperienza e allo spontaneismo dei primi gruppi saliti in montagna, e alla volontà di evitare il più possibile ritorsioni contro le popolazioni civili. In particolare, si rilevano attriti fra gli esponenti cattolici, accusati di attendismo, e quelli comunisti, aggregatisi sul finire del 1943 e più inclini ad azioni di forza. L'obiettivo principale delle azioni sono i rappresentanti locali delle autorità fasciste, con una forte caratterizzazione nel senso di una guerra civile e di "banditismo sociale". Col passare dei mesi, con la maggiore esperienza militare di guerriglia degli jugoslavi (evasi dal Campo di Concentramento di Colfiorito e dal Carcere di Spoleto) e le direttive portate dall'ispettore del PCI per le brigate garibaldine dell'Umbria, Celso Ghini (lotta senza quartiere contro l'occupante tedesco), l'attività sale di livello e si moltiplicano gli attacchi contro i reparti tedeschi. Ciò è dovuto anche al grave ferimento del comandante Cantarelli (gennaio 1944) e al conseguente indebolimento della leadership cattolica, a tutto vantaggio del modus operandi dettato dal PCI. Inoltre, nel febbraio 1944 esponenti della Brigata (probabilmente un partigiano montenegrino legato a comunisti locali) uccidono due preti della Diocesi di Foligno, don Ferdinando Merli e don Angelo Merlini.

Per un miglior assetto logistico e militare, in collegamento con il Comitato di liberazione nazionale la "Garibaldi" di Foligno si adeguò nella struttura a quanto venne deciso nella conferenza militare del 5 febbraio 1944: in primis, un nuovo organico della banda, cioè la suddivisione in formazioni più piccole, più mobili, più rispondenti alla logica della guerriglia partigiana e della morfologia del territorio, costituite per lo più secondo criteri di affinità politica; poi, la nomina del commissario politico, demandata al Comitato di liberazione nella persona del comunista Balilla Morlupo. È indubbio che fu un compromesso, dettato dalla gravità della situazione e dall’esigenza della brigata di avere un retroterra il meno diffidente possibile: d’altra parte l’unità antifascista e antinazista presupponeva un pluralismo politico che bisognava salvaguardare e da cui non si poteva prescindere se si voleva arrivare allo scopo finale.

La Resistenza nelle "retrovie"

In montagna, a Raticosa, nel settembre del 1943 i "ribelli" folignati non erano molti; nelle "retrovie" erano presenti e attivi uomini e donne del Comitato di liberazione nazionale, organizzato in clandestinità; ma bisognava aumentare il numero degli uni e degli altri. Non era giunto ancora il momento di fare piani strategici difensivi o offensivi; bisognava affrontare i problemi di equipaggiamento e approvvigionamento, insomma i rifornimenti di viveri, armi, munizioni, vestiario, medicinali, denari, alloggi, bisognava occuparsi anche delle relazioni con la popolazione locale a volte subito amica a volte diffidente e timorosa a volte poco affidabile. Quella che stava dalla parte dei "ribelli", dovendo scendere al piano per il mercato dei propri prodotti, legna e formaggio, si mostrò ben presto capace di assumere e riferire le informazioni utili sui movimenti delle truppe tedesche e delle squadre fasciste. Si distinse per l’efficacissima collaborazione Pietro Mattei di Cupoli detto "maresciallo" dai partigiani e "pietruccella " dai compaesani, un cinquantenne che riusciva a coinvolgere e trascinare gran parte della gente cercando di vincere ogni forma di diffidenza e di omertà; al suo ricordo è rimasto legato il sentimento di profonda riconoscenza dei partigiani. Ad una buona radio trasmittente ricevente era addetto lo studente d’ingegneria Socrate Mattoli (detto Chicchio).

Olio, pasta, zucchero, sale, medicinali, vino e sigarette venivano riforniti per la via di Ponze dal Comitato di liberazione nazionale di Foligno, un primo "audace e fedelissimo nucleo di volenterosi”. Per ogni partigiano occorreva l’opera di resistenti civili procacciatori di aiuti materiali e di altrettanti generosi donatori, la collaborazione di numerose staffette fra cui alcune donne. In proporzione dei combattenti s’ingrossava l’esercito della Resistenza nelle "retrovie"; e vi erano dei quindicenni! I partigiani ricevevano talvolta la visita di qualche esponente del Comitato di liberazione; in questi incontri si trattava dei piani di attacco e di difesa, e del reclutamento dei giovani. L ’intesa non mancò mai fra combattenti e civili anche per la saggia convinzione del comandante Cantarelli di doverla mantenere e consolidare a ogni costo.

Oltre ai gruppi di partigiani e di famiglie sfollate dalle città vicine, in montagna si rifugiava gente d’ogni specie: sbandati e imboscati, ex prigionieri di guerra iugoslavi, russi, inglesi, greci, americani, scappati dal campo di Colfiorito, insieme a reduci, fascisti travestiti, doppiogiochisti, delinquenti comuni, squilibrati. Tutti cercavano di eclissarsi e mimetizzarsi: nell’andirivieni per monti e per valli in ogni sconosciuto poteva nascondersi un nemico, una spia. La gente, quella ospitale dei villaggi, pagava dovendo accogliere e sfamare individui di passaggio e finirà spesso per subire feroci rappresaglie dei tedeschi.

Bisognò evitare di trovarsi in gruppo allo scoperto, perché i tedeschi mandarono in ricognizione un velivolo insidioso, la "cicogna", dal quale potevano fare fotografie che ingrandivano per identificare, con l’aiuto delle spie, luoghi e persone frequentate dai partigiani: in questo modo, sorpreso dall’obiettivo in compagnia di alcuni giovani armati, fu riconosciuto, ed arrestato il 3 febbraio 1944, il parroco di Casale e Cancelli, Pietro Arcangeli, con altri internato in Germania, da cui molti non tornarono.

Le prime azioni

Il primo colpo di mano s’effettuò il 26 ottobre 1943 dentro la città di Foligno per prelevare armi depositate presso gli orti del floricoltore Cerbini, durante il quale perse la vita Franco Ciri. Battesimo di sangue nel primo scontro con i fascisti di Foligno. Seguirono ricchi bottini prelevati dalla Chiesa di Sant’Agostino (in via Garibaldi) trasformata in magazzino fornitissimo d’ogni tipo d’indumenti militari italiani, scarpe, zaini, coperte, vestiario. Un fidatissimo carrettiere, "resistente" delle retrovie, certo Cardinali, sopra il suo carro tirato dal cavallo caricava la refurtiva camuffata con arte e la portava a destinazione salendo a circa m. 800 sino a Ponze, dove il bottino si smistava a dorso d’asino verso Raticosa, Cupoli, Cancelli, Civitella, Vallupo, dovunque esistesse un nucleo di partigiani della "Garibaldi".

Poiché le file dei "garibaldini" s’ingrossavano, essi studiarono i piani d’attacco alle caserme dei carabinieri e della milizia volontaria fascista, dislocate in varie località dell’Umbria e delle Marche, sulle quali erano informati in tutti i dettagli utili al successo dell’azione. Così il 13 dicembre 1943, consigliando gli informatori le ore della sera come le più opportune per scongiurare, complice il buio, il sopraggiungere d’immediati rinforzi, avvenne l’assalto alla caserma dei carabinieri di Casenove di Foligno (m. 572 alt.). I prigionieri furono condotti ad Acqua Santo Stefano, altro villaggio a pochi chilometri da Raticosa. La segreta intenzione era di liberarli. Servivano però le scarpe e, prima di rimandarli a casa, se ne impadronirono consegnando le proprie ai carabinieri, talmente logore e sfasciate che qualcuno di loro dovette rimanere scalzo. Il giorno dopo ebbero la bella sorpresa di vedere arrivare a Raticosa il vice brigadiere trentenne che chiese di essere arruolato.

Il ferimento del Comandante Cantarelli

Nel Gennaio 1944, il Comandante Cantarelli, durante un'azione di assalto alla caserma dei carabinieri di Nocera Umbra, venne ferito al volto. Il suo amico Adelio Fiore, autore di queste memorie, lo accompagnò, con mille precauzioni, a Perugia, dove il radiologo Ugo Lupattelli, socialista, constatò gratuitamente le condizioni del Comandante; egli necessitava di un grosso intervento alla mandibola, altamente specializzato, da effettuarsi in piena guerra ed nella più assoluta clandestinità. Fiore, ex giocatore di calcio nella squadra del Foligno, nel suo breve soggiorno a Perugia venne invitato dal giocatore perugino Guido Mazzetti a partecipare ad una partita di beneficienza contro una squadra tedesca!

La forzata assenza del Comandante Cantarelli portò all'ingresso ufficiale dei partiti, e principalmente del Partito Comunista, a sostegno della lotta armata. Nella ristrutturazione politica ed organizzativa della banda fu nominato commissario politico il “comunista o filo-comunista” Balilla Morlupo.

I fratelli Morlupo

I fratelli Balbo e Balilla Morlupo, di Bevagna, scelsero di seguire immediatamente il raggruppamento dei Sancarlisti folignati insediatisi a Radicosa, sulle colline di Trevi. Balbo Morlupo detto “Angelo”, studente classe 1924, fu assassinato, dopo breve tempo dalla latitanza, e precisamente il 19 febbraio del 1944, a Pieve Torina, sull’appennino umbro marchigiano. Nella zona si era installato un raggruppamento di partigiani che, al comando di un certo Pasquale di Roma, vivevano taglieggiando e terrorizzando la popolazione locale. Balbo, saputo dei fatti, si accingeva a denunciare al comando generale le ruberie della banda e fu ammazzato. Il giorno seguente, con un azione di sorpresa, i partigiani della Brigata Garibaldi, agli ordini di Franceschini, circondarono e disarmarono la banda. Sottoposti a pubblico processo di fronte alla popolazione, Pasquale e il suo luogotenente furono fucilati sul posto. A Balbo “Angelo” Morlupo fu poi intitolato un battaglione della IV Brigata Garibaldi.

L'assassinio di due preti

Due preti quasi omonimi, uccisi a un'ora l'uno dall'altro, in località vicine e dallo stesso commando di partigiani comunisti: un caso interessante per verificare l'ipotesi di un'epurazione "pianificata" nei confronti dei sacerdoti nel dopoguerra. Le vittime si chiamavano Merli e Merlini e sono state uccise la notte del 21 febbraio 1944: il primo ad Assisi, dov'era sfollato per il passaggio del fronte; il secondo nella canonica di Fiamenga, poco fuori da Foligno, dov'era parroco. E - anche se i responsabili non furono mai trovati - pare che i colpi mortali partirono dalla medesima canna di pistola, manovrata da un partigiano slavo di cui si conosce anche il nome, Marion Tomsic, e che finirà al muro di lì a poco, catturato e fucilato dalle milizie della Rsi.

Il primo, don Ferdinando Merli, era un gerarca locale, come dimostra con dovizia di particolari e una ricerca inappuntabile lo storico Antonio Nizzi: "Il prete col fez", intitola Nizzi - nel suo libro sulle vicende del Liceo Classico di Foligno dove entrambi insegnavano - il capitolo dedicato all'antico collega: infatti don Ferdinando (che aveva aderito fin dall'inizio al movimento mussoliniano, partecipando addirittura alla marcia su Roma) era solito indossare quel copricapo nelle tre principali feste fasciste: 23 marzo, 9 maggio e 28 ottobre. Rivestiva anche qualche incarico ufficiale, don Merli, come collaboratore dei periodici «neri» della regione e fiduciario dell'Opera Balilla. Essendo poi un letterato, esprimeva le sue convinzioni nella scrittura: soprattutto con composizioni poetiche di circostanza (famosa un'ode al bicchiere dove aveva bevuto Mussolini in un caffè di Foligno...) e drammi patriottici di storia locale o d'argomento religioso, del resto non privi di valore. Ma più che altro don Ferdinando era un estroso, un prete colto e gioviale che si vedeva spesso girare in bicicletta per la città oppure (con qualche "scandalo" dei confratelli) seduto ai tavolini sotto i portici a fumare e correggere i compiti degli alunni; non risulta, ad esempio, che facesse particolare propaganda al regime in classe (gli ex allievi - testifica Nizzi - lo ricordano quasi tutti con simpatia). Il suo fascismo era certamente vistoso, soprattutto in una cittadina di provincia; difficile pensare però che fosse anche pericoloso.

Il suo confratello don Angelo Merlini, invece, era più ligio alla pastorale, soprattutto giovanile e dell'Azione Cattolica: anche i membri della resistenza lo ricordano per il suo zelo, almeno finché non aderì alla Repubblica sociale. Allora cominciarono a circolare voci sulla possibilità che fosse un delatore e denunciasse i nomi dei renitenti alla leva repubblichina. Vero o falso che fosse, di certo don Merlini doveva temere qualcosa, perché poco prima della morte aveva cambiato la serratura di casa. Non gli servì: il commando comunista che doveva giustiziarlo lo fece chiamare in piena notte da una voce a lui conosciuta e, quando il parroco aprì, lo fulminò sul pianerottolo. Il corpo rimase lì fino al mezzogiorno seguente, col portone semiaperto: tanto per dire il terrore in cui viveva la popolazione.

Don Merli morì in modo simile un'ora più tardi: 5 colpi di pistola che ferirono anche un uomo venuto in soccorso del prete. I due delitti furono coordinati? C'era dietro un piano d'"epurazione" del clero filo-fascista? Alla prima domanda si deve senz'altro rispondere affermativamente: nelle ricerche del professor Nizzi risulta che due slavi, fuggiti insieme ad altri dal carcere di Spoleto e unitisi alle formazioni partigiane, furono ospitati nella casa di un comunista vicino alla parrocchia di don Merlini e che furono condotti nella notte fatale prima a Fiamenga, quindi a Rivotorto d'Assisi. Inoltre il nome di Marion Tomsic come esecutore materiale del duplice omicidio veniva fatto già negli anni Sessanta (e non fu mai smentito nemmeno da fonti resistenziali) da Giorgio Pisanò nella sua monumentale Storia della guerra civile in Italia; il giorno prima lo stesso Tomsic aveva giustiziato a Spello altri due aderenti alla repubblica di Salò.

Tomsic però è morto, fucilato nel giugno 1944; e può anche far comodo accusare qualcuno che non può difendersi (ad ogni buon conto i partigiani comunisti appoggiarono la diceria che si trattasse di un doppiogiochista). Di certo, comunque, non agì da solo, anzi forse fu soltanto il braccio armato di una strategia coordinata. La domanda se il locale Cln clandestino sia stato all'origine di quella duplice giustizia sommaria è infatti doppiamente interessante; perché all'epoca Foligno costituiva una macchia "bianca" in una regione tradizionalmente "rossa".

In genere, però, i partigiani non hanno mai rivendicato (a differenza di altre epurazioni) la responsabilità negli omicidi dei due preti, e anche il mondo cattolico sembra aver vissuto con imbarazzo l'assassinio dei suoi sacerdoti: "Dopo di allora, mai un ricordo - testimonia Nizzi - né a livello ecclesiale, né civile".

Milan Tomović

Dopo la fuga dal Campo di Concentramento di Colfiorito e dal Carcere di Spoleto, gli ex-internati Jugoslavi si dispersero tra l'Umbria e le Marche, unendosi ai gruppi di resistenza. Uno di essi, Milan Tomović, fuggito il 22 Settembre, trovò rifugio, insieme ad altri, a Foligno presso una suora, antifascista ed antinazista. Qui entrò in contatto con un gruppo partigiano di Spello, di cui divenne presto il comandante, che operò nella zona del Subasio e lungo la S.S. 75, da Foligno ad Assisi. Ad assegnargli tale comando è direttamente Mario Angelucci , uno spellano, membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). A fine dicembre 1943 Tomović venne ricoverato per tubercolosi, malattia che già sapeva di avere ma che teneva nascosta per paura che questa fosse vista, dagli altri partigiani, come un impedimento a combattere. Verso la prima metà di giugno 1944, pochi giorni prima che giungessero gli Alleati a liberare Foligno e Spello, il Comandante con la sua brigata stava preparando un piano per liberare, dal campo di concentramento di Campello, i civili italiani catturati durante i vari rastrellamenti e pronti per essere deportati in Germania. Il piano non venne portato a termine per il sopraggiungere di una crisi cardiaca. Lo portarono, clandestinamente, prima all’ospedale di Foligno e poi a quello di Perugia, dove morì, nel padiglione del professor Riccitelli che lo stava ospitando e proteggendo sotto falso nome. Venne sepolto nel cimitero di Perugia, successivamente le sue ossa vennero portate nell’ossario comune di Sansepolcro. E' ricordato nella lapide apposta sul Municipio di Foligno.

I Battaglioni

All'inizio della primavera del 1944 la brigata controlla di fatto tutta la zona montuosa tra la Valle Umbra, la Valtopina e le Marche. A seguito della nuova organizzazione politicizzata, venne divisa in battaglioni, formatisi perlopiù con criteri di affinità partitica.

Battaglione Comandante Commissario Politico Zona Operativa
Comando Antero Cantarelli / Fausto Franceschini Balilla Morlupo Coordinamento
Franco Ciri Mario Tardini / Piero Donati - Montagne di Gualdo Tadino
Goffredo Mameli Giacinto Cecconelli Adelio Fiore Nocera Umbra
Angelo Morlupo Franco Lupidi - Montecavallo
Ardito Alberto Albertini / Marcello Formica - Foligno e Campello sul Clitunno
Peko Dapcevic Milan Tomović - Distaccato dall'"Angelo Morlupo"

I rastrellamenti

Dei rastrellamenti compiuti dai nazisti e dai fascisti nella montagna folignate, prendiamo come esempio quello del 3 Febbraio 1944, dato che furono talmente frequenti e numerosi da poterne difficilmente dare un conto preciso. Quello del 3 Febbraio fu un rastrellamento di vaste proporzioni, compiuto nelle frazioni di montagna di Cupoli (Cascina Radicosa), Casale, Vallupo, Acqua Santo Stefano, Scopoli e Rasiglia. Queste operazioni di ricerca dei "ribelli" o dei loro fiancheggiatori, erano spesso accompagnate a rappresaglie spietate, talora gratuite, come le fucilazioni di giovani ed uomini inermi. Quel giorno un intero battaglione SS (si parla di cinquemila uomini) stava rastrellando l'area geografica in cui, sino a qualche tempo prima, avevano operato i partigiani della "IV Garibaldi", anche se, già dalla fine del '43, essi si erano trasferiti più avanti, al confine con le Marche. In realtà i partigiani della Radicosa coprivano un'area piuttosto limitata, ma strategicamente importante: a cavallo tra la Flaminia e la Val di Chienti; nonostante il numero piuttosto esiguo, costituivano una spina nel fianco degli occupanti come dimostrano gli allarmanti rapporti dei carabinieri al capo della Provincia, Armando Rocchi: "Dalle prime notizie raccolte sembra che la forza dei ribelli nella zona in questione ammonti a circa quattrocento uomini". Un numero spropositato, anche a volervi comprendere tutte quelle persone che fornivano appoggio ed aiuto ai "ribelli". Per conoscere i nomi dei "ribelli" e di quanti li aiutavano, esisteva tutta una rete di spie che si muovevano chiedendo informazioni, magari fingendo di voler aderire alla resistenza. Nelle frazioni di montagna, scarsamente popolate, era facile nascondersi tra gli sfollati provenienti dal sud o anche dalla stessa Foligno, colpita dal Novembre '43 da frequenti e distruttivi bombardamenti. Alcune testimonianze attribuiscono la causa del rastrellamento di Scopoli alla presenza di due spie; un documento del CLN di Foligno invece ne attribuisce la causa alla fuga da Cancelli di un noto attivista della milizia, tale L.B. detto "Pecetta".

A seguito del rastrellamento del 3 Febbraio, vengono catturate ventuno persone a cui se ne devono aggiungere altre due prese pochi giorni dopo e che verrano deportate al campo di concentramento e di sterminio di Mauthausen; l'avvocato Gabriele Crescimbeni era stato arrestato a Foligno nel Settembre '43. Due persone vennero uccise sul posto: Antonio Loreti, un sessantenne di Rasiglia a cui i nazisti spararono mentre era intento a potare e Filippo Catarinelli, un bambino di otto anni di Vallupo, ucciso mentre era nascosto nel bosco con la madre.

Di tutti loro, uno fuggì dal campo di transito di Fossoli, cinque soltanto tornarono da Mauthausen, tutti gli altri sono morti nei vari campi di concentramento, Mauthausen principalmente, ma anche Innsbruck e Flossenburg.

Spie e delatori

I "collaborazionisti" sono stati, per un certo tempo, un'arma efficace dei nazifascisti contro i "ribelli". A coloro che avevano aderito alla RSI per ragioni politiche, bisogna aggiungere quanti si sono prestati a tradire i propri concittadini, paesani, a volte parenti stretti, per ragioni di mera convenienza personale. Un progetto di legge, del 18 Febbraio 1944, prevedeva la fucilazione alla schiena per quanti appartenessero alle "bande" o per chi, pur senza appartenervi formalmente, forniva vitto, rifugio ed assistenza. Il 18 Aprile, un decreto del duce, Benito Mussolini, prevedeva l'annullamento della pena per quanti si fossero costituiti entro trenta giorni ed inoltre, a chi avesse accettato di collaborare, sarebbe stato fornito un salvacondotto "per ritornare presso le bande dei ribelli, a cui apparteneva, al fine di svolgere opera di propaganda per la presentazione di altri componenti". Proprio nella seconda metà di Aprile, la Brigata Garibaldina Antonio Gramsci, operante in Valnerina e nella provincia di Rieti (che allora faceva parte dell'Umbria) subì una pesante sconfitta, come vedremo nel prossimo capitolo.

La Brigata Antonio Gramsci

Comune di quattromilacinquecento abitanti in provincia di Rieti, durante la Guerra di liberazione Leonessa fu funestata da una efferata strage compiuta dai nazifascisti. Nella località operavano alcuni distaccamenti della Brigata "Gramsci", al comando di Guglielmo Vannozzi e particolarmente attivi nell'attaccare presidi fascisti e compiere azioni di sabotaggio contro vie di comunicazione. Il 26 Febbraio 1944 il commissario prefettizio di Leonessa Francesco Pietramico, dopo aver chiesto telefonicamente al prefetto di Rieti di inviare rinforzi per compiere una "buona rappresaglia", partì con l'autocorriera, scortato da due militi e diretto al capoluogo provinciale. Il mezzo venne fermato da un distaccamento partigiano al comando del capitano Costa: il Pietramico fu fatto scendere, interrogato e fucilato sul posto. Dopo quella esecuzione piombarono a Leonessa, preceduti da due autoblindo tedesche, alcuni autocarri con circa duecento tra nazisti e repubblichini: i militari si trattennero nel centro abitato per cinque giorni, ma non compirono alcuna rappresaglia. Quando se ne andarono, lasciarono sul posto un presidio di ventitre uomini al comando di tale Giovanni Battistini. Costui fece bandire l'ordine che tutti i giovani di Leonessa delle classi dal 1922 al 1925 si trovassero pronti e a sua disposizione l'8 marzo per essere arruolati nell'esercito repubblichino. Nella notte tra il 6 e il 7 marzo i giovani più animosi formarono invece due gruppi (l'uno comandato da Vailante Pitti e l'altro da Concetto Antonelli) che raggiunsero i monti circostanti per aggregarsi alla Brigata "Gramsci". Il presidio fascista di Leonessa non sentendosi più sicuro il 15 marzo decise di abbandonare il paese e di tornare a Rieti. All'indomani, due distaccamenti della "Gramsci" disarmarono i presidi di Posta, Borbona, Antrodoco, Vallemare e Sigillo: quindi, al mattino del 16 l'intero Comando di brigata, seguito dai distaccamenti, entrò a Leonessa accolto dall'entusiasmo della popolazione. Un esponente del Comando parlò alla folla e infine partigiani e civili si portarono negli uffici del Comune per distruggere le liste di leva. Avendo deciso di non compiere nessuna rappresaglia, il Comando partigiano si limitò ad ammonire alcuni dei più noti fascisti collaborazionisti. Senonché una squadra del Battaglione "Tito", individuata tale Assunta Vannozzi, una prostituta che era stata vista più volte far da guida ai tedeschi nelle loro imprese a Leonessa e nella zona, la fucilarono. Costei era in stretti rapporti con la ventiquattrenne Rosina Cesaretti, a sua volta spia del tedeschi e confidente del capo della provincia. Due giorni dopo, il 18 marzo, venne costituito a Leonessa un C.L.N. locale, nel quale entrarono a far parte l'avvocato Giuseppe Chimenti (come presidente), il sacerdote don Concezio Chiaretti, Angelo Pitti, Michele Pulcini e Giuseppe Zelli. Il 26 marzo, muovendo da Leonessa, una squadra partigiana in collaborazione con altri volontari della vicina Terni, investì il presidio tedesco di Collatea, a quattordici chilometri da Rieti, ne catturò i militari e si impadronì delle armi ivi trovate. La reazione nemica non si fece attendere a lungo. Il 30 marzo il C.L.N. di Leonessa venne informato che ingenti forze nazifasciste (a quanto si disse, più di diecimila uomini) si erano messe in movimento per rastrellare l'intera zona. I rastrellatori tedeschi appartenevano alle Divisioni "Sardinia" e "Goering" e a reparti di S.S.: erano dotati di cannoni, mortai, mitragliatrici pesanti e puntarono a raggiera su Leonessa, investendo tutto l'altipiano circostante. Nella zona interessata dal rastrellamento si trovavano distaccamenti della Brigata "Gramsci", della Banda "Melis" e della IV Divisione "Garibaldi", gruppi numerosi ma male armati e impossibilitati a far fronte alle soverchianti forze nazifaste. Nel giro di pochi giorni, centinaia di persone furono fermate e arrestate; numerosi furono i fucilati sul posto, ma la maggior parte dei prigionieri venne deportata nei campi di concentramento. L'intera zona fu messa a ferro e a fuoco e setacciata, Innumerevoli, gli episodi di barbarie cui si abbandonò la soldataglia nazista. Il primo aprile al muro del cimitero di Moro Reatino, venne fucilato il partigiano Francesco Pedrera, mentre il suo giovane compagno Enzo Cicioni riuscì fortunosamente a fuggire. Roberto Antonucci, un partigiano romano, venne trucidato mentre tentava di fuggire da una casa di Villa Pulcini. lI 2 Aprile, a Villa Carmine, sei partigiani vennero ferocemente torturati (furono loro estirpati gli occhi), quindi fucilati e sepolti in una fossa comune. Nella notte del 5 Aprile una trentina di tedeschi, guidati dalla Rosina Cesaretti, giunsero a Cumulata, presso Leonessa. La donna, dando ordini come fosse un ufficiale, fece invadere le case e fece arrestare tutti gli uomini del luogo, salvo qualcuno che riuscì a fuggire (tra questi ultimi Marco Renzi). La Cesaretti fece arrestare e uccidere perfino suo fratello, mutilato a una gamba, e avrebbe voluto far uccidere anche la cognata incinta se un ufficiale tedesco non fosse intervenuto, disgustato da tanta ferocia. Il 7 Aprile gli ultimi reparti tedeschi stavano per abbandonare Leonessa, tra il comprensibile sollievo della popolazione terrorizzata, allorché alle ore 10,30 arrivò sulla piazza un autocarro tedesco con a bordo una quindicina di S.S. capeggiate dalla Cesaretti, anch'essa in divisa. Dopo aver issato sul Palazzo comunale il gagliardetto nero col teschio, guidati dalla donna i nazisti iniziarono un rastrellamento casa per casa. Riuniti dapprima nel Palazzo comunale, verso le 13 gli arrestati, a gruppi di cinque, furono condotti su un terrapieno a circa cinquecento metri fuori dal paese, accanto a una cabina elettrica della Società Terni, e ivi furono uccisi con raffiche di mitraglia. Le vittime di questa strage furono ventitre. Il 10 aprile, nei pressi dell'aeroporto di Rieti, furono infine fucilati altri quindici partigiani, tra cui tre di Leonessa. Dopo la Liberazione è stato eretto a Leonessa un cippo in memoria dei martiri. Lo sovrasta, scolpito sul marmo, un agnello con il motto evangelico Ecce Agnus Dei. Seguono i cinquantuno nomi di caduti.

Dopo il pesante rastrellamento subito dalla Brigata Garibaldina Antonio Gramsci in Valnerina, è la 4ª Brigata Garibaldi a essere attaccata dalla divisione SS Hermann Goering. La brigata è assestata a Collecroce (872 metri di altitudine), lungo la strada che da Colfiorito ed Annifo porta a Nocera Umbra. All'alba del 17 Aprile dei colpi di fucile, seguiti da scariche di mitragliatrice, diedero il via all'attacco dei tedeschi alle posizioni dei partigiani. Il battaglione si disperse, dileguandosi in fretta. A piccoli gruppi si ritrovarono a Foligno, nel frattempo semidistrutta dai bombardamenti. Verso la metà di Maggio 1944, dai comandanti e commissari politici dei vari battaglioni in cui era divisa la Brigata, partì l'ordine di ricompattare tutti gli uomini disponibili e tornare all'azione. Il 10 Maggio era infatti iniziata la grande offensiva contro la Linea Gustav.

Ricostituzione della Brigata e liberazione di Foligno

Il Battaglione "Mameli", agli ordini del Comandante Giacinto Cecconelli e del Commissario Politico Adelio Fiore, poteva contare su una sessantina di uomini, tra vecchi e nuovi arrivi. Si spostarono nella zona collinare tra Bevagna e Cannara, dove erano attese le truppe tedesche in ripiegamento da Cassino. Qui si unirono agli uomini del Comandante Damino Pelagatti, di Castelbuono una quarantina circa, ed ad una trentina di volontari, principalmente di estrazione contadina. Città e campagne lottavano insieme, non erano più soltanto i piccolo-borghesi e gli studenti ad imbracciare le armi contro il nemico. Le azioni erano intese a facilitare l'avanzata degli Alleati, attaccando i tedeschi in fuga. Vennero fatti dei prigionieri e ci furono delle rappresaglie; in un'occasione dovettero scambiare tre soldati tedeschi con trenta civili; in un'altra, un maresciallo della Wehrmacht si arrese e fraternizzò con i partigiani. Numerose furono le azioni di sabotaggio contro le colonne tedesche in fuga finchè, finalmente, partigiani e truppe inglesi si incontrarono a Bevagna. Il 16 giugno squadre di partigiani occuparono alcuni edifici di Foligno, precedendo gli Alleati.

Molti partigiani della 4ª Brigata Garibaldi, insieme a combattenti di tutte le formazioni partigiane umbre, si arruolano nel Gruppo di Combattimento Cremona del Corpo volontari della libertà, che si distingue nella battaglia di Alfonsine, nell'aprile del 1945.

Note

  1. La Cascina Raticosa o Radicosa distrutta dai nazisti, ed attualmente ricostruita, è stata la prima sede del comando Brigata “Garibaldi” di Foligno, a m. 830 sulle pendici del monte Brunette fra Cupoli (Foligno) e Ponze (Trevi).

Bibliografia

Brigate Garibaldi su Wikipedia
4ª Brigata Garibaldi su Wikipedia
La Resistenza in Umbria - ANPI Bevagna
Curve nella Memoria... angoli del Presente. La deportazione in Germania della Montagna Folignate - Prof.ssa Olga Lucchi
"...Raus" - Memorie del rastrellamento tedesco di Scopoli - Nazzareno Ponti
Memorie di un ribelle. Adelio e Fausta Fiore
I Partigiani Jugoslavi nella Resistenza Italiana

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