La Divina Commedia

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La prima edizione della Divina Commedia

Foligno vanta il primato di aver dato alle stampe l'editio princeps della Divina Commedia di Dante Alighieri, l'undici Aprile del 1472. Per capire come si è giunti a realizzare quest'opera proprio a Foligno, bisogna partire da lontano, dalla Germania occidentale e più precisamente da Magonza (Mainz).

Johann Gutenberg

L'orafo e prototipografo Johann Gutenberg (Magonza, tra il 1394 ed il 1399 - Magonza 1468) è universalmente riconosciuto come l'inventore della stampa a caretteri mobili. Intorno al 1450, con il finanziamento del suo ricco concittadino Johann Fust, si dedicò al perfezionamento della sua invenzione, alla quale stava lavorand in segreto, essendo ufficialmente occupato nella levigatura delle pietre e nella fabbricazione di specchi a Strasburgo, già da quindici anni. L'associazione tra Gutenberg e Fust culminò nella stampa della cosidetta Bibbia Mazarina, considerata un vero capolavoro tipografico. Questo successo però non impedì a Fust di citare in giudizio Gutenberg per inadempienza nel pagamento degli interessi pattuiti. L'attività venne quindi portata avanti da Fust e da Peter Schöffer, che aveva appreso l'arte da Gutenberg. Non sappiamo se Gutemberg, dopo il processo, rientrò in possesso dei suoi caratteri e se proseguì o meno la sua attività; il suo nome non compare nel colophone di nessun libro ed inoltre egli cercò continuamente nuovi capitali e nuovi soci, rendendo difficile distinguere la sua opera da quella dei suoi collaboratori. L'attribuzione di alcuni lavori al Gutenberg si basa più su una serie di congetture, sulla verosimiglianza, che non sulla certezza del documento. Quello che è certo è che, alla sua morte, i caratteri mobili che gli erano appartenuti passarono nelle mani di Johann Fust e del genero di Peter Schöffer, i quali diedero all'invenzione il massimo sviluppo.

Il sacco di Magonza

Adolf von Nassau-Wiesbaden-Idstein (Adolfo II di Nassau) fu Principe elettore-arcivescovo dell'Elettorato di Magonza. Nel 1459, Adolfo II di Nassau presentò la sua candidatura all'elezione dell'arcivescovado di Magonza, ma fu battuto da Teodorico di Isenburg-Büdingen allora arcivescovo della diocesi di Magonza. Nel 1461, in seguito alle riforme intraprese da Diether von Isenburg, contrarie alla Chiesa e all'imperatore del Sacro Romano Impero, ma anche per non essere riuscito a pagare le Annate richieste, il papa Pio II nominò Adolfo II di Nassau arcivescovo di Magonza. Ma Magonza e il Capitolo della sua Cattedrale di San Martino rimasero fedeli al loro ex arcivescovo, costringendo Adolfo II all'uso della forza. Nel 1462 la città di Magonza fu sconvolta dalla guerra e venne messa in ginocchio da Adolfo II (Sacco di Magonza). Dopo quasi un anno di guerra devastante e costosa, Adolfo II conquistò la città il 28 ottobre 1462. Questa guerra fece quasi 500 morti e altri 400 cittadini di Magonza trovarono rifugio all'estero.

La diffusione della stampa in Europa

Anche i tipografi furono costretti a fuggire e a continuare la loro attività laddove trovarono rifugio. Dopo circa un anno, con la pace di Zeilsheim (nei pressi di Francoforte sul Meno) del 5 ottobre 1463, Teodorico di Isenburg-Büdingen rinunciò al trono di Magonza in cambio del principato di Höchst, Hanau-Steinheim e Dieburg e una considerevole somma di denaro. Adolfo II di Nassau ritirò i privilegi concessi dal 1244 alla città da Sigfrido III di Eppstein e le tolse lo status di città libera. Questa diaspora dei tipografi, dovuta anche alla recessione economica della città, permise la diffusione della stampa in Europa, ed infatti tra il 1460 e il 1470 aprirono stamperie in tutta la Germania, a Parigi, ma soprattutto in Italia, a Venezia, Foligno, Subiaco e Roma. Per esempio, a Venezia lavorò Aldo Manuzio (1450-1515) che stampò nel 1499 la “Hypnerotomachia Poliphili” (L’amoroso combattimento onirico dell'amatore di Polia), romanzo allegorico attribuito a diversi autori, considerato il più bel libro stampato del tempo.

Prima dell’invenzione di Gutenberg, esistevano in Europa non più di 30.000 libri, ma già nel 1500 si contavano 60 stampatori nelle città tedesche e alla metà del Cinquecento erano disponibili più di 9 milioni di volumi, prodotti da più di 1700 tipografie in tutt’Europa. Una diffusione così rapida e vasta per una nuova tecnologia non era mai avvenuta e si ripeterà solo nel 1800 con la Rivoluzione Industriale. Già nel Quattrocento, nonostante il disprezzo iniziale di molti uomini di cultura, in alcuni documenti si manifestò chiaramente la consapevolezza dell’enorme quantità di libri disponibili ad un prezzo valutato un quinto di quello del corrispondente manoscritto. Ci si rese conto che la quantità degli stampati era l’unica ed eccezionale soluzione contro la perdita e la scomparsa dei testi. Inoltre la “standardizzazione” del libro favoriva lo scambio culturale a distanza, mentre la “riedizione” permetteva di perseguire la correttezza del testo.

La prima Tipografia dell'Umbria

Subiaco nel 1454, poi Roma nel 1467, quindi Venezia nel 1469 ebbero le prime officine tipografiche in Italia. Dopo di queste, toccò alla piccola città di Trevi l’onore fortunato di vedere sorgere tra le sue mura, nel 1470, una tipografia, che fu così la quarta in Italia e la prima in Umbria. Inoltre, la tipografia di Trevi, oltre al pregio di essere stata tra le primissime a sorgere, ebbe anche la fortuna di essere esercitata da una società tipografica, che fu la prima in Italia. Oltre a tutto ciò, se per la sua breve durata, la tipografia trevana non lasciò una ricca produzione libraria, resta il fatto della grande rarità dei suoi incunabuli; poiché di uno di essi si ha un solo esemplare e dell’altro se ne conoscono non più di quattro.

Nel 1470, non si può precisare il mese per mancanza di documenti, ma fu certamente prima del giugno, venne a Trevi, forse diretto verso Roma, un tedesco conosciuto per molto tempo come Giovanni Reynardi, ma che poi poté identificarsi per un Giovanni Rothmann di Einingen, nella diocesi di Costanza. Egli nel primo semestre di quell’anno, con un rogito del notaio trevano ser Nicola Veri, si unì in società con un ser Costantino di ser Giovanni Lucarini, per l’esercizio di una tipografia; a quali condizioni non sappiamo, ma il fatto è confermato dai documenti successivi. Infatti, il 1° luglio 1470, con altro atto dello stesso notaio, quel Costantino Lucarini, che si era unito al tedesco Rothmann, stipulava un altro contratto di società con Pier Donato Guadagnoni. Questa seconda società era indipendente dall’altra, pur avendo lo stesso scopo e la stessa durata. Il Guadagnoni apportava 150 «fiorini» ed assumeva l’obbligo di correggere le bozze del libro, che allora si veniva stampando e che era una "Lectura" di Bartolo da Sassoferrato, sulla prima parte dell’ Infortiatum giustinianèo. Gli eventuali utili della vendita del volume dovevano dividersi così: metà al tedesco Rothmann, l’altra metà tra il Guadagnoni e il Lucarini, a parti eguali. Se si stamperanno altri volumi, il Guadagnoni avrà un terzo degli utili; il resto andrà agli altri due soci: ma al Guadagnoni, che s’impegnava a correggere tutte le bozze, si assicurava anche una "competentem mercedem".

La società era a termine fisso, scaduto questo, il materiale doveva così ripartirsi: quattro torchi completi (torcularia fulcita) al Rothmann e al Lucarini; gli altri dovevano dividersi tra questi e il Guadagnoni. Seguendo l’esempio di quei suoi concittadini, un altro trevano domandò di entrare a far parte della società: Bartolomeo di Franceschino Lucarini. Egli si rivolse a ser Costantino di ser Giovanni Lucarini, e il giorno 11 ottobre 1470 il notaio Angelino di Sante Silvestri stendeva il relativo atto. Con questo, il Bartolomeo Lucarini era ammesso nella società "in arte scripturarum librorum"; ma, come è evidente, non si trattava di scriptura; tanto vero che nell’atto si parla "di quell’arte che si esercitava allora in Trevi per opera di maestro Giovanni Rothmann". Il notaio non sapeva ancora come qualificare quella nuova arte di cui, egli come gli altri, non avevano mai ancora sentito parlare! É in questo atto che per la prima volta appare il vero cognome del tipografo tedesco. Con questi diversi atti notarili si stabilisce con certezza che la società tipografica di Trevi era di un tipo fuori dal normale, perché suddivisa in altre tre società, cioè: 1°) Giovanni Rothmann con 100 «fiorini», insieme a Costantino Lucarini che ne apporta altri 200; 2°) Ser Costantino con Pierdonato Guadagnoni, il quale ne versa 150; 3°) Bartolomeo Lucarini si unisce al cugino ser Costantino recando una quota di 100. Sono così in tutto 550 «fiorini», somma rilevantissima per quei tempi, che quei coraggiosi cittadini investivano nella nuova impresa.

Un’adeguata idea delle difficoltà che quei pionieri dovevano superare nell’esercizio della loro impresa, ci è data da un altro contratto dell’8 gennaio 1471, col quale, a rogito di Cipriano Valenti, i soci trevani della tipografia, escluso perciò il Rothmann, cedono ad un Abramo di Angelo, ebreo, da Camerino, per 17 «fiorini» e per l’anno 1471 la "cinciarìa", ossia il monopolio della raccolta degli stracci nel comune di Trevi, da questo già data in appalto a un Pierfrancesco Lucarini, il quale interviene nel contratto. L’ebreo si obbliga però a scegliere gli stracci più fini "cincia subctilia", e di cederli ai soci della tipografia al prezzo di 10 «fiorini» ogni cento libbre. È chiaro che di quei cenci doveva poi farsi la carta per uso della tipografia¸ ma dove e quando la carta venisse fabbricata non sappiamo.

Ma breve fu la vita della tipografia trevana, poiché, o fosse per la scadenza del termine stabilito alla durata della società, o fosse per l’insuccesso finanziario, è certo che l’11 settembre 1471 i soci ser Costantino Lucarini, Pierdonato Guadagnoni e Bartolomeo Lucarini, in un atto del notaio ser Nicola Veri stipulato in quel giorno dichiarano che essi furono già soci "ad imprimendum libros", ma, essendo stata sciolta la società urgeva liquidare alcune partite ancora in pendenza; specialmente si trattava di sistemare le copie dei libri stampati a Trevi ed esistenti nei depositi di Roma e di Perugia. Della liquidazione della società ebbe incarico il Guadagnoni.

Ed egli adempiva il mandato affidatogli, stipulando il 22 novembre 1471 per mano dello stesso notaio ser Nicola Veri, un contratto col quale cedeva ad un ser Evangelista Angelinij, da Trevi, ma residente a Foligno, centotredici libbre di caratteri di stagno (stagni in literis colati) ed un banco "actum ad imprimendum libros"; il tutto per 119 «fiorini» e 12 «bolognini», da pagarsi metà dopo tre mesi e dopo sei l’altra metà. L’Evangelista Angelinij che comprò, per portarlo a Foligno, il materiale della tipografia di Trevi, è stato identificato, in base ad un documento vaticano, per quel misterioso e mai riconosciuto individuo che fu "el fulginato Evangelista mei" così nominato nel "colophon" del "Dante" di Foligno del 1472, come un collaboratore del tipografo tedesco Giovanni Numeister, che diede per primo alle stampe la "Divina Commedia".

Johannes Numeister

Nel 1464 Johannes Numeister, tipografo tedesco di Magonza, che secondo la tradizione, sarebbe stato discepolo di Johann Gutenberg, scese in Italia stabilendosi a Roma prima ed a Foligno poi. Qui lavorò dapprima come copista di manoscritti e poi si associò, nel 1470, con il fonditore Stefano Ardnes di Amburgo e Kraft di Magonza, che lo avevano preceduto a Foligno, e con Giovanni di Pietro detto Papa, in una società "in arte impressione litterarum", per la quale acquistò parte dell'attrezzatura di un altro tipografo tedesco già operante a Trevi, Giovanni Reinhardt. Numeister trovò a Foligno i finanziatori dell’arte segreta: i fratelli Mariotto ed Emiliano Orfini, nobili imprenditori. Nel biennio 1470-1472 stampò a Foligno, nell'abitazione di Emiliano degli Orfini, "De Bello Italico adversus Gothos" di Leonardo Bruni di Arezzo e le "Epistolae ad familiares" di Marco Tullio Cicerone. Nel 1472 fu stampata, col finanziamento di Evangelista Angelini di Trevi, la prima edizione della Divina Commedia di Dante Alighieri, prima opera in lingua italiana ad essere stampata. Un anno dopo Numeister venne imprigionato per debiti, probabilmente contratti con l'Orfini, e fu costretto a vendere persino gli strumenti di lavoro e gli inchiostri. Successivamente non si hanno altre notizie certe, ma il nome di Numeister si trova su una edizione delle "Meditationes" di Torquemada del 1479, stampato probabilmente a Magonza, e su un "Messale", stampato a Lione nel 1495 e considerato tra i capolavori dell'arte tipografica.

Evangelista Angelini

Evangelista Angelini, detto Evangelista da Foligno, nacque a Trevi da ser Angelino di Sante, che esercitava la professione di notaio. Il "ser", che sempre precede il nome dell'Angelini nei documenti, lascia supporre che anch'egli, come suo padre, sia stato almeno per un certo tempo notaio. Certamente prima del 1470 si trasferì a Foligno. Il 22 nov. 1471 acquistò da un certo Pier Donato di Colangelo per 119 fiorini e 12 bolognini un banco da stampar libri e centotredici libbre di caratteri di stagno già appartenenti alla tipografia di Trevi nel 1470: fu l'Angelini, pertanto, a trasportare a Foligno ciò che rimaneva della tipografia trevana, e il fatto, con ogni probabilità, è connesso con la stampa della celebre edizione principe del Dante che uscì a Foligno esattamente 140 giorni dopo, l'11 apr. 1472, ad opera di Giovanni Numeister e con la collaborazione del "fulginato Evangelista mei".

Prima del giugno 1473 l'Angelini fu a Roma e corse anche pericolo di essere arrestato perché, quando ancora dimorava a Foligno, aveva assunto una speciale forma di garanzia per un "Giovanni teutonico" tipografo, che la critica ha identificato con il Numeister, per alcuni debiti da questo contratti verso Mariotto di Piermatteo Orfini. L'Angelini non era in condizioni di pagare all'Orfini la somma dovuta come garanzia (50 ducati), ma riuscì ad ottenere dal cardinale camerlengo, Latino Orsini, un salvacondotto, che porta la data dell'8 giugno 1473, con il quale si mise al sicuro. Probabilmente a Roma l'Angelini, come risulta dal salvacondotto, si diede agli affari.

Il nome dell'Angelini è famoso perché legato a quello del Numeister nella stampa della Commedia di Dante, ritenuta la prima edizione del poema, anteriore alle edizioni di Iesi e di Mantova dello stesso anno (1472). Soltanto due anni prima aveva avuto inizio a Foligno la stampa, ad opera del chierico di Magonza Giovanni Numeister, con l'appoggio di Emiliano degli Orfini, nella cui casa era stata impiantata una tipografia. In quel periodo l'Angelini era già in rapporti con Giovanni Numeister, anzi era talmente amico di questo da garantire per i suoi debiti, e quando il Numeister diede l'opera sua alla stampa del Dante, fu con lui in quel lavoro: "Io maestro Johanni Numeister opera / dei alla detta impressione e meco fue / El fulginato Evangelista mei". Per lungo tempo, però, non si riuscì a identificare con esattezza l'"Evangelista" citato nel colophon della edizione folignate. A ingenerare ulteriore confusione sulla sua identità, il 13 maggio 1865, nel sesto centenario della nascita di Dante Alighieri, fu apposta nel palazzo degli Orfini, ove ebbe sede la tipografia numeisteriana, una lapide per nicordare la prima stampa fatta in quella casa della Divina Commedia, "per Giovanni Numeister alemanno ed Evangelista Mei fulginate", dove la parola "mei" fu scambiata per il vero cognome dell'Angelini. Ma un attento studioso della questione, Michele Faloci Pulignani, alla fine del secolo scorso, aveva dovuto confessare come "né gli archivi, né le biblioteche, né i documenti scritti o stampati di quell'epoca, parlino mai di lui o accennino almeno ad una famiglia Mei".

Solo recentemente la scoperta di importanti documenti nell'Archivio notarile di Trevi e nell'Archivio Segreto Vaticano ha permesso a un altro cultore di storia trevana, Tommaso Valenti, di fare luce sulla figura del "fulginato Evangelista mei" e di identificarlo con Evangelista Angelini da Trevi, dimorante a Foligno; l'identificazione è stata accolta anche dal catalogo del British Museum e dal Gesamtkatalog der Wiegendrucke. Si ignora se a Roma l'Angelini abbia continuato a dedicarsi all'arte tipografica in quanto il suo nome non figura negli annali della stampa romana. Si ignora pure la data della sua morte.

La Prefazione di Gabriele D'Annunzio

La prefazione di Gabriele D'Annunzio all'edizione 1911 della Divina Commedia, edita da Olschki, è ricca di riferimenti a quella prima società tipografica che diede alla luce la Divina Commedia in Foligno.

Quando i procaccianti del Bessarione vedendo nelle tremule mani di Costantino Lascari l'incunabolo portentoso irridevano a quel trovato di Barbari, quando Federico da Montefeltro in mezzo al suo stuolo di copiatori mostrava d'avere a sdegno e stomaco la novità di Alemagna arricciando quel naso gibbuto che s'infutura nel dittico di Piero de' Franceschi, un orafo e zecchiere di Foligno, pratico in intagli di acciari e in istampe di conii, chiamato Emiliano Orfìni, primo fermò il pensiero di mettere in torchio il Poema di Dante. Questo vivace erede d'una famiglia privilegiata di zeccar moneta e pel comune e pel papa e pel tiranno, possedendo una prospera cartiera sul Sasso di Pale, era tratto dall'arte sua stessa e dai suoi stessi negozii a ben considerare 'quella invenzione dei punzoni e delle matrici e dei caratteri mobili'. Spesso il suo cavallo grosso ambiava su la Via Flaminia verso l'Urbe e di là tornava alla turrita Porta Romana ove forse lo attendeva per novelle qualche Folignate di molte lettere come Silvestro Baldoli o Nicolò Tignosi o Federico Buonavoglia. Era egli in contratto con quei due Alemanni del Monastero di Santa Scolastica per fornir carta di Pale ai bisogni della stamperia? Aveva egli avuto tra mano un di quei lor volumi? il Donato? il Lattanzio? Le nuove opere si compivano in vista dell'orto ove San Francesco aveva cangiato in rose le spine di San Benedetto. La santità umbra proteggeva la paziente e diligente fatica. Or non fioriva in Foligno un ottimo grammatico, il Cantalicio, custode della latina favella, arguto amico di Terenzio, capacissimo di emendare e chiosar testi? L'Orfini ardeva di stabilire un par di torchi nelle sue case, all'ombra di San Feliciano. Per ovunque il gemito della vite a quattro capi pareva annunciare una nuova stagione come il grido della rondine. Forestieri opravano dove si potesse, da Giovan di Spira favorito di privilegio in Venezia al prete di Strasburgo impiantato in Napoli aragonese. Ma Bernardo Cennini in Firenze, ma Baldassare Azzoguidi in Bologna già con prontezza italica si davano a studiar quell'arte, vi s'addestravano e affinavano, togliendo la maestria ai maestri, forieri della prossima eccellenza. Or una sera, a Roma, in una bottega su la via delle Coppelle, il Folignate s'incontrò con un omaccino di Colonia che portava un pellicciotto rossigno come la sua barbuccia di becco e una berretta lunga che gli ricadeva su gli occhi delicati per proteggerli dalla luce soverchia. Costui tastava la carta di Pale con tre dita annerite che lasciavan la traccia nel bianco. Di tratto in tratto si poneva una mano su lo stomaco per rattenere e risollevare qualcosa che lo gravasse: un sacchetto di cuoio pien d'olio caldo, ch'ei portava per suoi malanni all'usanza aristotelesca. Era lo stampatore Giovanni Numeister. Divenuto socio dello zecchiere umbro, il Maestro renano su la riva del Tupino fondò la stamperia memorabile ond'era per escire il primo esemplare impresso della Divina Comedia.

Nel mille quatro cento septe et due

Nel quarto mese adì cinque et sei

Questa opera gentile impressa fue.

Io mastro Johanni Numeister opera dei

Alla decta impressione ....

Momento di misterioso valore quello in cui,brillando l'aprile su gli olivi della terra serafìca e ai davanzali e alle soglie delle case di Emiliano Orfìni, adattò il buon torcoliere la forma dei caratteri sul torchio e girò la vite di legno come a uno strettoio da uve per premere l'ultimo foglio. Era il tempo di Pasqua, che soleva muovere 'una volontà di dire' nel giovine Alighieri prima dell'esilio; era la 'dolce stagione', che confortò la paura del pellegrino impedito dalla lonza leggiera, al cominciar dell'erta, prima che il savio duca gli apparisse. Mi piace d'imaginare che quivi fossero convenuti quanti la grazia dell'Umanesimo aveva tocchi e spetrati a dentro. Eravi forse il Grammatico, e taluno de' suoi scolari ben chiomati come i compagni dalle verghe nello Sposalizio d'Ottaviano Nelli. Forse v'erano Sigismondo de Comitibus e Marco da Rasiglia, che anch'eglino avean già veduto per sé medesimi 'l'arte del dire parole per rima'; e Michelagnolo Grilli, il litteratissimo cancellier del Comune; e il vescovo Antonio Bettini, il Senese che, in Fonte Branda avendo bevuto come Enea Silvio l'amor d'ogni dottrina, doveva poi mandare alle stampe il suo Monte Santo di Dio presso quel Nicolò di Lorenzo della Magna intento già a preparar le forme pel comento di Cristoforo Landino e per le imagini di Sandro Botticelli. V'era forse anche l'Alunno, che conosceva la malinconia del mondo e la bellezza del pianto come l'amatore il quale un giorno aveva disegnato figure d'angeli su certe sue tavolette; e veniva egli forse dall'aver dipinto in Duomo i due sublimi angeli piangenti. Penso che tutti tacessero, e che non s'udisse quivi se non stridere il legno tra mastio e chiocciola, fuori garrire qualche balestruccio, e l'infinito anelito della primavera a quando a quando. Mi sembra che nella loro inconsapevolezza dovessero almen sentire l'ansia d'una vita nuova, la rinascita d'una grande cosa occulta, e quella immobilità che è nell'asse quando la ruota gira, potendo quel punto della città murata apparir quasi centro ideale dell' Italia bella in quella guisa che l'ònfalo di Delfo era fatto centro del greco mondo. Come Dante congiunge talora per similitudine una visione misteriosa del suo spirito all'imagine franca d'un atto corporeo, cosi quell'incognito indistinto si raccoglieva nel tremito delle mani occupate atrarre pianamente di sotto il torchio il fresco foglio che solo mancava alla perfezione dell'opera, mentre il socio zecchiere e gli astanti si facevano alle spalle curve del Mastro per leggere su l'ottima carta di Pale i caratteri intagliati coi punzoni alemanni.

L'Amor che muove il Sole e l'altre stelle.

L'edizione folignate della Divina Commedia

L'esemplare usato nella stampa della Commedia di Foligno è stato individuato nel manoscritto trecentesco conservato nella Biblioteca del Seminario di Belluno, il cosiddetto Lolliniano 35, appartenente ai Danti del Cento, un gruppo di manoscritti trecenteschi della Divina Commedia ascrivibili all'officina scrittoria di Francesco di ser Nardo di Barberino, di cui si narra che "con cento Danti ch'egli scrisse, maritò non so quante figliole". Questa edizione principe della “Commedia” venne stampata in 800 copie. Negli esemplari completi, che sono rari (9 + 16 rintracciabili in Italia e all’estero) il volume è composto di quinterni così da dare venti pagine, e quaterni. In tutto 252 carte; di queste sono bianche la prima e l’ultima, nonché le carte 84 e 168 terminali della prima e della seconda Cantica. Il disegno delle minuscole romane rappresenta un’evoluzione verso le forme più accurate ed eleganti: l’incisione nitida e, al tempo stesso, sensibile ai valori del chiaroscuro, dà alle lettere, una per una, una sottile individualità, il cui merito spetta all’Orfini. Per quanto riguarda la correttezza e la regolarità della composizione, questa edizione della Commedia non è pari alla qualità dell’architettura della pagina e del disegno dei caratteri. Numerosi sono i refusi, gli errori di lettura, le trasposizioni dei versi, le ripetizioni, i salti, specie nell’ultima parte del volume. La carta fu fornita dai monaci benedettini che, dal 1256 al 1484, gestirono in proprio le cartiere di Pale e Belfiore. Carte che il Neumeister esaminò più volte e fece produrre in tipo apposito. Si aggiunga che l’edizione di Foligno non ha, tra l’altro, i segni di interpunzione, né virgole, né punti. La pagina ha dimensioni medie, è divisa in tre colonne verticali, di cui la composizione di trenta righe (10 terzine) occupa circa la terza parte. Le spaziature e le interlinee strette danno alla gabbia delle minuscole una decisa solennità e inamovibilità, come di un muro di pietra ben connesse e ben incastrate. Foligno dagli studiosi è considerata, oltre che città ricca di cultura, anche città dantesca ed ogni anno celebra quel grande evento tipografico editoriale che è la Divina Commedia.

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La Celebrazione Dantesca

L'evento viene celebrato ogni anno con la Celebrazione Dantesca, nel periodo Aprile-Maggio, conferenze, letture, ecc.. e, a partire dal 2006, celebri artisti vengono chiamati, ogni anno, ad illustrare una ristampa anastatica della editio princeps del 1472, edita dalla Editoriale Campi. Inoltre per valorizzare lo studio e la conoscenza del libro come supporto materiale, l'arte e la tecnica che ne hanno reso possibile lo sviluppo, fino al 2011 è stata organizzata anche una mostra mercato del libro antico "La Scrittura & l'Immagine". Dal 2012, con la stessa denominazione, viene proposta la biennale del Libro d'Artista, sempre nel periodo Aprile-Maggio.

Bibliografia

Medioevo in Umbria - La prima stampa della Divina Commedia
Dizionario Biografico degli Italiani - Enciclopedia Treccani
La diffusione della stampa in Europa
La Divina Commedia - Edizione Olschki 1911 - Prefazione di Gabriele D'Annunzio
ProFoligno - Bollettino n°2 - Anno 11 - Febbraio 2011
Tommaso Valenti, La tipografia di Trevi i suoi incunabuli, Roma, 1932. Estratto dalla rivista Accademie e biblioteche d'Italia, anno V, n. 6 - 1932 - XI - [ProTrevi]
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