Giovanni Battista Bugatti

Da WikiFoligno.
(Reindirizzamento da Mastro Titta)

Mastro Titta

Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta (Senigallia, 6 marzo 1779 – Roma, 18 giugno 1869), e noto anche come "er Boja de Roma", fu un celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio. La sua carriera di incaricato delle esecuzioni delle condanne a morte iniziò il 22 marzo 1796: fino al 1864 raggiunse la quota di 516 tra suppliziati e giustiziati. Le sue prestazioni sono tutte annotate in un elenco che arriva fino al 17 agosto 1864, quando venne sostituito da Vincenzo Balducci e Papa Pio IX gli concesse la pensione, con un vitalizio mensile di 30 scudi. Mastro Titta eseguiva sentenze in tutto il territorio pontificio. Un anonimo autore del secolo XIX ne scrisse una finta autobiografia, intitolata "Mastro Titta, il boia di Roma. Memorie di un carnefice scritte da lui stesso", nella quale gli fa descrivere in questo modo l'inizio della sua attività di giustiziere al servizio di Sua Santità. La finta autobiografia, scritta e pubblicata molti anni dopo la presa di Roma e la morte del Bugatti, è scritta in chiave anticlericale e presenta Mastro Titta come un cinico e freddo assassino, mano spietata del governo del papa. Il nomignolo dato al Bugatti fu poi esteso anche ai suoi successori: in alcune terre che fecero parte dello Stato Pontificio (ma a Roma in particolar modo), il termine "mastro Titta" è sinonimo di "boia".

MastroTitta.jpg

Nei lunghi periodi di inattività, svolgeva il mestiere di venditore di ombrelli, sempre a Roma. Il boia viveva nella cinta vaticana, sulla riva destra del Tevere, nel rione Borgo, al numero civico 2 di via del Campanile. Egli era naturalmente mal visto dai suoi concittadini, tanto che gli era vietato, per prudenza, recarsi nel centro della città, dall'altro lato del Tevere (donde il proverbio "Boia nun passa Ponte", a significare "ciascuno se ne stia nel suo ambiente"). Ma siccome a Roma le esecuzioni capitali pubbliche decretate dal papa-re, soprattutto quelle "esemplari" per il popolo, non avvenivano nel borgo papalino, ma sull'altra sponda del Tevere - a Piazza del Popolo o a Campo de' Fiori o nella piazza del Velabro - in eccezione al divieto, il Bugatti doveva attraversare il Ponte Sant'Angelo per andare a prestare i suoi servigi. Questo fatto diede origine all'altro modo di dire romano: "Mastro Titta passa ponte", a significare che quel giorno era in programma l'esecuzione di una sentenza capitale. Il mantello scarlatto che Mastro Titta indossava durante le esecuzioni è tuttora conservato nel Museo Criminologico di Roma.

La prima esecuzione a Foligno

Esor­dii nella mia car­rie­ra di giu­sti­zie­re di Sua San­ti­tà, im­pic­can­do e squar­tan­do a Fo­li­gno Ni­co­la Gen­ti­luc­ci, un gio­vi­not­to che, trat­to dalla ge­lo­sia, aveva uc­ci­so prima un prete e il suo coc­chie­re, poi, co­stret­to a but­tar­si alla mac­chia, gras­sa­to[1] due frati. Giun­to a Fo­li­gno in­co­min­ciai a co­no­sce­re le prime dif­fi­col­tà del me­stie­re: non tro­vai al­cu­no che vo­les­se ven­der­mi il le­gna­me ne­ces­sa­rio per riz­za­re la forca e do­vet­ti andar la notte a sfon­da­re la porta d'un ma­gaz­zi­no per prov­ve­der­me­lo. Ma non per que­sto mi sco­rag­giai e in quat­tr'o­re di la­vo­ro as­si­duo ebbi pre­pa­ra­ta la brava forca e le quat­tro scale che mi ser­vi­va­no.
 
Ni­co­la Gen­ti­luc­ci frat­tan­to, a due ore di notte, dopo aver­gli ra­sa­ta la barba e da­to­gli a ve­sti­re una can­di­da ca­mi­cia di bu­ca­to e un paio di cal­zo­ni nuovi, venne con­dot­to coi polsi stret­ti da leg­ge­re ma­net­te, nella gran sala co­mu­na­le, poi­ché vo­le­va­si dare la mas­si­ma so­len­ni­tà al­l'e­se­cu­zio­ne, stan­te la gra­vi­tà del suo de­lit­to, su­pe­rio­re a qual­sia­si altro, trat­tan­do­si del­l'uc­ci­sio­ne di un cu­ra­to e di due frati. La com­pa­gnia dei Pe­ni­ten­ti Bian­chi in abito di ce­ri­mo­nia, col cap­puc­cio ca­la­to sul volto, schie­ra­ta in due file, dalla porta al­l'e­stre­mi­tà op­po­sta l'at­ten­de­va. In fac­cia alla porta era stato col­lo­ca­to un gran­de cro­ci­fis­so con due con­fra­ti ai lati, e una schie­ra di re­li­gio­si, in­vi­ta­ti a con­for­ta­re il pa­zien­te. Il bar­gel­lo e gli sbir­ri che lo con­du­ce­va­no, giun­ti alla porta della sala, bus­sa­ro­no e que­sta venne aper­ta. Quel­la scena com­mos­se vi­va­men­te il Gen­ti­luc­ci, non­di­me­no entrò. Non ap­pe­na ebbe fatti pochi passi il balio, aiu­tan­te del can­cel­lie­re, che ne porta gli em­ble­mi, gli pre­sen­tò una carta di­cen­do­gli: "Ni­co­la Gen­ti­luc­ci, io ti cito a morte per do­mat­ti­na". Il com­pli­men­to poco gen­ti­le im­pres­sio­nò il con­dan­na­to per modo che si la­sciò sfug­gi­re di mano la carta, e sa­reb­be ca­du­to egli stes­so sve­nu­to, se non lo aves­se­ro sor­ret­to il con­fes­so­re e i con­for­ta­to­ri, i quali lo con­dus­se­ro poi in una sala vi­ci­na, dove, sdra­ia­to su di un ma­te­ras­so posto per terra, lo la­scia­ro­no dor­mi­re.
 
Due ore in­nan­zi lo spun­ta­re del gior­no sus­se­guen­te lo sve­glia­ro­no per far­gli ascol­ta­re la messa: il con­fes­so­re gli parlò e gli im­par­tì l'as­so­lu­zio­ne e l'in­dul­gen­za in "ar­ti­cu­lo mor­tis" che il Papa so­le­va con­ce­de­re in tali cir­co­stan­ze. Con­fes­sa­to e co­mu­ni­ca­to, i con­for­ta­to­ri gli ap­pre­sta­ro­no l'a­sciol­ve­re. Gen­ti­luc­ci man­giò, bevve e si trovò al­quan­to rin­fran­ca­to d'a­ni­mo. Non­di­me­no il con­fes­so­re lo con­for­tò an­co­ra, as­si­cu­ran­do­lo che egli stava per av­viar­si al cielo. Il con­dan­na­to avreb­be forse de­si­de­ra­to di dif­fe­ri­re d'un altro mezzo se­co­lo il viag­gio, ma as­si­cu­ra­to che non avreb­be che dif­fe­ri­ta la sua fe­li­ci­tà, si pre­pa­rò a farlo al­le­gra­men­te. Mi pre­sen­tai in quel men­tre e to­glien­do­mi il cap­pel­lo os­se­quio­sa­men­te of­fer­si una mo­ne­ta al Gen­ti­luc­ci, come di rito, per­ché fa­ces­se ce­le­bra­re una messa per la sua anima. Quin­di, ri­co­per­to­mi il capo, gli legai le mani e le brac­cia in modo che non po­tes­se fare alcun mo­vi­men­to te­nen­do­ne i capi nelle mie mani per di die­tro. La Con­fra­ter­ni­ta della Morte aper­se il cor­teo. I con­fra­ti in­dos­sa­va­no il loro saio ed ave­va­no il viso co­per­to. Essi sal­mo­dia­va­no in tetro tono il "Mi­se­re­re". Ve­ni­va­no poi i Pe­ni­ten­ti Az­zur­ri, ul­ti­mi i Pe­ni­ten­ti Bian­chi ai quali era ser­ba­to il posto d'o­no­re: can­ta­va­no pur essi nel me­de­si­mo tono il salmo stes­so, se­guen­do gli uni agli altri, per non in­ter­rom­per­si, di guisa che quan­do gli uni can­ta­va­no gli altri ta­ce­va­no. Dopo le con­fra­ter­ni­te v'e­ra­no i bar­gel­li delle città vi­ci­ne e gli sbir­ri in gran­de uni­for­me, e a que­sti te­ne­va die­tro il pa­zien­te, con­dot­to pei capi della fune da me stes­so, - umile ma pur rag­gian­te in tanta glo­ria - cir­con­da­to dai con­for­ta­to­ri e dal con­fes­so­re. Giun­to sulla spia­na­ta ove do­ve­va aver luogo l'e­se­cu­zio­ne, Ni­co­la Gen­ti­luc­ci fu fatto av­vi­ci­na­re ad un pic­co­lo al­ta­re eret­to di fron­te alla forca e quivi re­ci­tò un'ul­ti­ma pre­ghie­ra.
 
Poi, rial­za­to­si, lo con­dus­si verso il pa­ti­bo­lo a reni volte, per­ché non lo ve­des­se e fatto sa­li­re su una delle scale, men­tre io ascen­de­vo per un'al­tra vi­ci­nis­si­ma. Giun­to alla ri­chie­sta al­tez­za, pas­sai in­tor­no al collo del pa­zien­te due corde, già pre­via­men­te at­tac­ca­te alla forca, una più gros­sa e più lenta, detta la corda di soc­cor­so, la quale do­ve­va ser­vi­re se mai s'a­ves­se a rom­pe­re la più pic­co­la, detta mor­ta­le, per­ché è que­sta che ef­fet­ti­va­men­te stroz­za il de­lin­quen­te. Il con­fes­so­re e i con­for­ta­to­ri in­tan­to, sa­li­ti sulle due scale la­te­ra­li, gli pro­di­ga­va­no le loro con­so­lan­ti pa­ro­le. Gli altri con­for­ta­to­ri in gi­noc­chio re­ci­ta­va­no ad alta voce il "Pater no­ster" e l'"Ave Maria" e il Gen­ti­luc­ci ri­spon­de­va. Ma ap­pe­na ebbe pro­nun­zia­to l'ul­ti­mo "Amen", con un colpo ma­gi­stra­le lo lan­ciai nel vuoto e gli sal­tai sulle spal­le, stran­go­lan­do­lo per­fet­ta­men­te e fa­cen­do ese­gui­re alla salma del pa­zien­te pa­rec­chie ele­gan­ti pi­roette. La folla restò am­mi­ra­ta dal con­te­gno se­ve­ro, co­rag­gio­so e forte di Ni­co­la Gen­ti­luc­ci, non meno che della ve­ra­men­te straor­di­na­ria de­strez­za con cui avevo com­piu­to quel­la prima ese­cu­zio­ne. Stac­ca­to il ca­da­ve­re, gli spic­cai in­nan­zi­tut­to la testa dal busto e in­fil­za­ta sulla punta d'una lan­cia la riz­zai sulla som­mi­tà del pa­ti­bo­lo. Quin­di con un ac­cet­ta gli spac­cai il petto e l'ad­do­me, di­vi­si il corpo in quat­tro parti, con fran­chez­za e pre­ci­sio­ne, come avreb­be po­tu­to fare il più esper­to ma­cel­la­io, li ap­pe­si in mo­stra in­tor­no al pa­ti­bo­lo, dando prova così di un san­gue fred­do ve­ra­men­te ec­ce­zio­na­le e quale si ri­chie­de­va a un ese­cu­to­re, per­ché le sue giu­sti­zie riu­scis­se­ro per dav­ve­ro esem­pla­ri.

Avevo al­lo­ra di­cias­set­te anni com­pi­ti, e l'a­ni­mo mio non provò emo­zio­ne al­cu­na. Ho sem­pre cre­du­to che chi pecca deve espia­re; e mi è sem­pre sem­bra­to con­for­me ai det­ta­mi della ra­gio­ne ed ai cri­te­ri della giu­sti­zia, che chi uc­ci­de debba es­se­re uc­ci­so.

Esecuzioni in Umbria

Data Condannato/i Luogo Crimine Pena
22/03/1796 Nicola Gentilucci Foligno Omicidio di un sacerdote ed un vetturino e Grassazione di due frati Impiccato e Squartato
14/01/1797 Sabatino Caramina Amelia Omicidio Impiccato
05/05/1802 Agostina Paglialonga Orvieto Tre Infanticidi Impiccata
08/05/1802 Antonio Nucci Perugia Omicidio e Grassazione di un frate Mazzolato e Squartato
08/05/1802 Luigi Fantusati Perugia Omicidio e Grassazione del suo padrone Mazzolato e Squartato
26/04/1803 Francesco Conti Città di Castello Violenza carnale e Rapina ai danni di una zitella vergine Impiccato
02/05/1803 Angiolo Rossi Gubbio Omicidio bestiale e irragionevole Impiccato
10/12/1803 Vincenzo Bianchi Orvieto Omicidio e Grassazione Mazzolato e Squartato
10/10/1804 Angiolo di Pietro di Agostini Cascia Omicidio e Grassazione Impiccato e Squartato
20/05/1806 Pasquale Rastelli Amelia Omicidio e Grassazione Impiccato e Squartato
06/07/1807 Giuseppe Brunelli, Agostino Paoletti Gubbio Omicidio a caso pensato per gelosia di donna Impiccati
12/12/1807 Giuseppe Romiti Narni Omicidio barbaro Impiccato
06/07/1808 Angiolo e Paolo Caratelli, Antonio Scarinei, Rosa Ruggeri Todi La donna fece ammazzare il marito dai suddetti Impiccati
14/08/1815 Antonio Cipriani Norcia Omicidio e Ladrocinio Mazzolato e Squartato
07/03/1816 Domenico Posati Narni Omicidi con premeditazione Impiccato
09/03/1816 Giuseppe Fiacchi Spoleto Omicidio premeditato in odio di Liti Civili Impiccato
28/08/1817 Antonio Casagrande Gubbio per avere ucciso tre ragazzi, due maschi e una femmina, con ladrocinio Decapitato e Squartato e la testa posta alla porta della città
23/02/1818 Antonio Galeotti Perugia Omicidio proditorio e Furto Decapitato
13/08/1823 Giovanni Binzaglia Perugia Omicidio in persona di una ragazza di anni 16 Decapitato
26/03/1836 Antonio Sordini Spoleto Omicidio deliberato Decapitato
10/02/1838 Giuseppe Conti, Santi Moretti Perugia Omicidio premeditato per gelosia di donne Decapitati
06/08/1840 Tommaso Brunori, Pasquale Priori Spoleto Omicidi nel Bagno di Spoleto Decapitati
08/08/1840 Angelo Crivelli alias Epifani Terni Vari Omicidi nelle persone del diacono Valentino Bevilacqua, del chierico Basilio Luciani e del secolare Raimondo Trippa Decapitato
15/10/1842 Gaspare Pierini di anni 23 Città di Castello Omicidio e Grassazione Decapitato
08/03/1845 Giovanni Vagnarelli del fu Agostino, da Gubbio, di anni 26 Roma - via de' Cerchi Grassazione e Omicidio in persona di Anna Cotten, Bavarese Decapitato
23/10/1845 Giuseppe Dragoni Spoleto Omicidio con animo deliberato in persona del custode della Rocca di Spoleto Decapitato
01/07/1847 Giovanni Ciampicolo, Giuseppe Galli, Francesco Pasquali, Mauro Franceschelli - forzati Spoleto Omicidi nel Bagno di Spoleto Morti impenitenti
25/09/1852 Pietro Giammaiere detto Casciotta - di Terni Spoleto Omicidio e Grassazione Decapitato
22/07/1854 Sante Costantini da Fuligno di anni 24 Roma - via de' Cerchi Complice nell'assassinio del Commendatore Conte Pellegrino Rossi Decapitato
06/02/1855 Giuseppe de Cesaris da Monte Leone di Cascia Roma - via de' Cerchi Omicidio e Grassazione Decapitato
15/03/1855 Domenico Scappoti di anni 46 Terni Omicidio omicidio con animo premeditato Condannato all'"ultimo supplizio"
26/06/1855 Arberto Cicoria Città di Castello Omicidio e Ladrocinio Condannato all'"ultimo supplizio"
20/10/1855 Arcangelo Finestraro Amelia Per aver ucciso la propria moglie Decapitato
23/10/1855 Pietro Pace, Giuseppe Partenzi, Martino Rossi Spoleto Rei di Omicidio di una giovane Decapitati
../../1855 Maria Rossetti, Serafino Benfatti Perugia Omicidio della propria moglie Decapitati
05/04/1856 Lorenzo Mariani, Giuseppe Conti Terni Omicidio insidioso ... il Conti è morto impenitente
07/04/1856 Filippo Lucchetti della Piaggia Trevi Omicidio premeditato ...
14/04/1856 Odoardo Baldassarri di Ancona Trevi Omicidio impremeditato in persona di Francesco Cinti ...
18/06/1856 Giuseppe Terenziani detto Fritella, di anni 59 Todi Per aver ucciso la propria madre Decapitato
07/03/1857 Domenico Carloni di S.Valentino, diocesi di Perugia, di anni 40 Perugia Omicidio e Grassazione Decapitato
23/10/1858 Pietro Masciotti Perugia Omicidio e Grassazione Decapitato
14/01/1860 Luigi Bonci di Gennaro Perugia ... Condannato alla "morte esemplare"
18/01/1860 Serafino Volpi Orvieto ... Condannato alla "morte esemplare"

Note

  1. Grassazione: termine in italiano desueto che significa rapina a mano armata.

Bibliografia

Mastro Titta su Wikipedia
Mastro Titta, il boia di Roma. Memorie di un carnefice scritte da lui stesso

Voci Correlate

Copy.png