Mostro di Foligno

Da WikiFoligno.


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Luigi Chiatti (Narni, 27 Maggio 1968) è un serial killer[1] italiano, identificato dai media come il “Mostro di Foligno”.

Biografia di Luigi Chiatti

Luigi Chiatti

Figlio di una giovane cameriera, la ventiquattrenne Marisa Rossi, e di padre ignoto, nacque con il nome di Antonio Rossi e visse il primo periodo di vita con la madre a Roma, presso la famiglia dove lavorava a servizio. Non molto tempo dopo, non potendo provvedere al bambino, la madre lo riportò a Narni, in un brefotrofio gestito da religiose. Lì rimase fino al 24 Marzo 1974, quando venne affidato ad un’anziana coppia folignate composta da Ermanno Chiatti, medico, e dalla consorte Giacoma Ponti, ex insegnante delle elementari. Con l’ufficializzazione dell’adozione (13 Giugno 1975), il nome gli venne cambiato in Luigi Chiatti.

I primi anni

La madre naturale lo andò a trovare all’orfanotrofio per qualche tempo, diradando progressivamente le visite, finché acconsentì all’adozione. Degli anni passati nel brefotrofio, Luigi Chiatti non ha mai voluto parlare, asserendo di non ricordare nulla; sembra comunque che il bambino abbia manifestato un comportamento aggressivo e ribelle, specie nei confronti delle bambine, denotando anche una tendenza ad isolarsi dagli altri. Per questi motivi venne ritenuto urgente il suo inserimento in una nuova famiglia, che avrebbe dovuto dargli l'affetto del quale, evidentemente, stava soffrendo la carenza.

Il giovane Chiatti

Il rapporto con i genitori adottivi fu difficile e ambiguo. Chiatti parla di loro in modo critico e senza affetto:


Mio padre è stato un uomo assente, il suo mondo era solo il lavoro. La cosa che mi faceva più rabbia era che con gli altri scherzava ed era aperto, in casa, invece, il silenzio assoluto da lui stesso imposto; a pranzo TV, poi si chiudeva nello studio. La sera ancora TV e a metà film si addormentava. Io qualche volta ho provato a parlargli, ma è stato tutto inutile, con lui non si discuteva. Mi salvavo solo con mia madre, con la quale, almeno agli inizi potevo dialogare. Ma poi è finita anche con lei. Loro erano uniti e concordi, però Marisa rimproverava spesso papà perché non interveniva nei miei confronti. La faccenda non veniva mai approfondita più di tanto, perché lui quando iniziava una litigata si chiudeva nello studio senza dire altro. Da piccolo sono stato un bambino difficile e aggressivo. Mio padre mi rispondeva con il silenzio assoluto, mia madre mi rimproverava e io mi sentivo in colpa perché non riuscivo a fare quello che diceva. Non le manifestavo affetto perché provavo vergogna. Mio padre mi evitava frequentemente: quando succedeva provavo odio per lui. A causa del cattivo rapporto con i miei genitori mi sono sentito un bambino e poi un ragazzo senza via di uscita: quando provavo a esprimermi con loro, o gli lanciavo dei messaggi, mi bloccavano sempre, lo sapevo che soffrivano insieme a me... perché io li facevo stare male; però non mi sono mai ritenuto cattivo.


Nella convinzione che il cattivo rapporto con i genitori gli abbia condizionato non solo l’infanzia e l’adolescenza, ma anche gli anni successivi della propria vita, Luigi Chiatti ricorda un episodio che a suo parere gli ha molto influenzato il carattere:


Era un giorno di scuola normale... la mia insegnante, nonché la mia vicina di casa, entrò in classe e mi sgridò dicendo che a casa picchiavo mia nonna; non ho saputo ribattere, sono rimasto in silenzio. A casa piansi, non tolleravo che avessero confessato a lei quel mio comportamento. Da allora ho incominciato a chiudermi, mi sentivo etichettato come cattivo, provavo repulsione ogni volta che dovevo tornare da loro. Ce l’avevo con l’ambiente in cui mi trovavo, non con i miei.


All’età di soli 10 anni, i genitori decisero di mandarlo da una psicologa, a Roma, non a Foligno per evitare le “chiacchiere di paese”, la dottoressa Beatrice Li Donnici, che lo seguì per diversi anni. Riguardo a questo periodo della sua vita, Luigi afferma:


Con lei mi sono sempre aperto in maniera limitata per paura che lo riferisse a i miei genitori; lei conosce solo una parte dei miei problemi, ma non conosce quello vero che è molto più vasto. In me c’era il bisogno di aprirmi, ma non riuscivo a farlo.


La terapia non ebbe l’effetto sperato e lui rimase chiuso nel suo mondo: Chiatti diventò metodico e preciso fino all’esasperazione (si presentava a lezione ogni mattina alle 8.02 in punto), restando un bambino nel corpo di un adulto. Diplomatosi Geometra nel 1987, svolse il praticantato obbligatorio di due anni per potersi iscrivere all’ordine dei Geometri. Fu la sua unica esperienza lavorativa, a proposito della quale Chiatti ricorda:


Anche nell’ambiente di lavoro stavo zitto e non mi applicavo molto, sia perché non mi pagavano sia perché mi chiedevo come avrei potuto fare il Geometra con un carattere così chiuso. L’atteggiamento di chiusura e di incomunicabilità ha costituito una costante nella mia vita, è stato uno dei miei problemi perché preferivo stare per conto mio, non parlavo molto, ascoltavo solamente.


Il 13 Dicembre 1989, partì per il servizio militare, nel corso del quale ebbe le sue prime esperienze omosessuali. La vita di Chiatti cambiò completamente il 4 Ottobre 1992, quando incontrò casualmente Simone Allegretti per strada. In quel momento finì la storia di Luigi Chiatti e cominciò quella del “Mostro di Foligno”.

Il Mostro di Foligno

Simone Allegretti

4 Ottobre 1992

Simone Allegretti

Nel primo pomeriggio di Domenica 4 Ottobre 1992, Simone Allegretti, di appena 4 anni, sta raccogliendo delle noci insieme all’amichetto Simone Masciotti, quattordicenne. L'albero si trova a circa cinquanta metri dalla su abitazione a Maceratola, nella periferia agricola di Foligno, dove vive con i genitori Franco Allegretti (32 anni all’epoca) e Luciana Luchetti (31). Ad ogni busta di plastica che riempie di noci, il bambino inforca la bicicletta e le porta alla madre. Quando il quattordicenne, richiamato dal nonno, rientra in casa, Simone continua a raccogliere noci da solo. Alle 15.15 lo vede uno zio. Alle 15.30 lo chiama la madre per fargli fare merenda, ma Simone non risponde. Sotto l’albero di noci restano soltanto la bici, le ciabatte che aveva preso alla nonna per farle uno scherzo e l’ultima busta di plastica; Simone non c’è. La madre lo cerca, chiede ai vicini, incontra il parroco, Don Luigi Filippucci, che subito mobilita il paese. Iniziano le ricerche coadiuvate dai Vigili del Fuoco, dalla Polizia, dalle Unità Cinofile dei Carabinieri e dai volontari del paese prima e dei dintorni poi: la notizia si è diffusa velocemente e sono molte le persone che partecipano alle ricerche. Viene scandagliato il corso del fiume Topino per tre chilometri, vengono percorsi in tutte le direzioni ettari di terreno coltivato a mais, si controllano casolari abbandonati e pozzi artesiani, ma nessuna traccia di Simone. I cani, dopo aver annusato una maglietta appartenuta al bambino, si fermano a pochi metri dalla pianta di noci, su una strada bianca che costeggia il fiume. Si fa strada l’ipotesi di un rapimento, anche se i coniugi Allegretti non sono certo in grado di pagare un riscatto: il padre gestisce una piccola stazione di servizio a Bevagna, mentre la madre è casalinga. Forse è stato un balordo che si accontenterà di poco o forse, la peggiore delle ipotesi, un maniaco.

6 Ottobre 1992 – h. 11.00

Mentre le ricerche continuano, un assistente della Polizia Ferroviaria di Foligno, Giuseppe Carloni, nota la cornetta del telefono di una cabina pubblica, nei pressi della stazione, sganciata. Sull’apparecchio un biglietto, un foglio di carta quadrettata su cui è scritto un messaggio inquietante:


AIUTO! AIUTATEMI PER FAVORE.
IL 4 OTTOBRE HO COMMESSO UN OMICIDIO. SONO PENTITO ORA, ANCHE SE NON MI FERMERO’ QUI.
IL CORPO DI SIMONE SI TROVA VICINO LA STRADA CHE COLLEGA CASALE (FRAZ. DI FOLIGNO) E SCOPOLI.
E’ NUDO E NON HA L’OROLOGIO CON CINTURINO NERO E QUADRANTE BIANCO.
P.S. NON CERCATE LE IMPRONTE SUL FOGLIO, NON SONO STUPIDO FINO A QUESTO PUNTO, HO USATO DEI GUANTI.
SALUTI AL PROSSIMO OMICIDIO
IL MOSTRO



Un messaggio scritto con cura, "da una persona istruita", si disse subito, che si era servita di un normografo ma che poi, nelle ultime righe, aveva preferito procedere a stampatello. A questo punto squadre di Poliziotti, Carabinieri e Guardie Forestali iniziano a battere palmo a palmo la zona descritta sul biglietto. Fino a quando, nel primo pomeriggio, trovano il corpo del piccolo Simone.

6 Ottobre 1992 – h. 15.00

Sono le Guardie Forestali che, percorrendo una strada sterrata a circa 500 metri da Casale, trovano gli abiti di Simone appesi a dei rami e sotto, tra i rifiuti e la fanghiglia, il corpo nudo del bambino, “lanciato come un sacco”. Morto per strangolamento, il piccolo presenta ferite da punta sul collo e su una mano, molte contusioni, ma non ha subito nessuna violenza carnale, come rivelerà l’autopsia a cui il corpicino è stato sottoposto presso il Policlinico di Perugia, dove è stato trasportato da uno sconvolto Dr. Moreno Battaglia, dell’Ass. P.A. Croce Bianca.

6 Ottobre 1992 – h. 16.41

I genitori di Simone con il parroco

Attraverso il Televideo RAI, la città apprende del ritrovamento del corpo del piccolo Simone. I familiari erano stati avvertiti dal parroco, Don Luigi Filippucci.

La prima ricostruzione

L'attenzione di magistrati e forze dell'ordine di Foligno si indirizza verso i vicini di casa. Si ritiene scontato infatti che Simone, un bambino definito dagli stessi genitori "diffidente verso gli estranei", non avrebbe mai dato confidenza a uno sconosciuto. Alle tre e mezzo del pomeriggio di Domenica 4 Ottobre il mostro lo aveva già adescato, lo aveva convinto a seguirlo, forse promettendogli che gli avrebbe regalato un orologio più bello di quello che aveva. Dopo il rapimento, con tutta probabilità avevano raggiunto la superstrada. L'esito dell'autopsia, effettuata il 7 Ottobre, ha dimostrato che Simone ha mangiato con il suo carnefice prima di essere ucciso. Secondo una probabile ricostruzione, il mostro ha tentato di aggredire il bambino, sottoponendolo a sevizie ed atti di libidine. Nel disperato tentativo di resistere, Simone ha graffiato l'assassino, tanto che frammenti di pelle sono stati trovati sotto le unghie. Di fronte a questa reazione, l'assassino ha colpito Simone per cinque volte alla gola con un punteruolo. Il bambino non è morto subito per le ferite, e allora l'omicida lo ha soffocato con una mano sulla bocca. Poi, l'ultimo terribile atto della tragedia: la decisione di portare il cadavere, nudo, in un posto isolato sulla alta collina vicino a Foligno e di scaraventarlo tra il fango e i rovi. Le indagini si muovono su diverse direzioni. Alcuni testimoni riferiscono di aver notato auto sospette (tra cui una Y10 di colore scuro) nella zona all’ora della sparizione di Simone e, nei giorni successivi, numerosi posti di blocco in città fermeranno tutte le auto compatibili con le segnalazioni e con a bordo un uomo da solo. Si batte anche la pista del normografo, includendo tra i sospetti professionisti e studenti abituati ad usarlo, geometri, in particolare. Foligno è inevitabilmente in prima pagina, in tutta la nazione; in città si respira un’aria pesante fatta di paura, sospetto, incredulità, rabbia.

Il funerale di Simone

L’8 Ottobre viene celebrato il funerale di Simone Allegretti. Migliaia di persone danno l’ultimo saluto alla piccola vittima, dapprima nella chiesa di Maceratola e poi lungo il percorso, quasi tre chilometri, fino al piccolo cimitero di Fiamenga. Il giorno precedente il Vescovo, Mons. Giovanni Benedetti, aveva implorato l’assassino di costituirsi; durante la funzione usa parole infuocate contro la “cultura della violenza” e la “società malata”, scagliandosi contro i mass-media: "Troppo spesso c'è compiacimento nel mostrare in televisione o in fotografia la violenza. Non c'è sempre, come dovrebbe, una presa di distanza. La violenza dovrebbe far ribrezzo e invece spesso assistiamo ad una sua apologia. Un uomo del nostro consesso si è esaltato nel definirsi 'mostro'. In realtà, nelle mostruosità noi camminiamo ogni giorno, senza nemmeno chiederci se è giusto o no". Telecamere e macchine fotografiche non sono state ammesse alla funzione.

La Squadra Antimostro

Il 9 Ottobre si insedia a Foligno la Squadra Antimostro coordinata dal Direttore del Servizio Centrale Operativo, il Questore Achille Serra, definito un “superpoliziotto”. Una squadra di esperti criminologi viene inviata dallo Stato per una dare una risposta immediata alla popolazione umbra che vive nel terrore e nell’angoscia; tra loro gli esperti di Firenze ed il criminologo romano Francesco Bruno, il primo che aveva tentato, nel giorno della tragedia, di tracciare un identikit del maniaco. Il Questore Serra, come già si fece per il Mostro di Firenze, rivolge un appello attraverso le telecamere:

"Arrenditi: se è vero che hai bisogno di aiuto, noi ti aiuteremo".

Per l'assassino, per dargli la possibilità di costituirsi, c'è un numero telefonico. Il prefisso è 0742 di Foligno, il numero il 35.34.48.

"Deve sapere", dice Serra, "che con questo numero può parlare con me, giorno e notte. Riceverà aiuto, riservatezza, discrezione. Deve sapere che l'aiuto, se è vero che ne ha bisogno, sarà totale".

Il numero è anche a disposizione di quanti volessero collaborare fornendo indicazioni utili alle indagini; viene messa una taglia sul "mostro", il cui valore, afferma il direttore dello SCO, sarà proporzionato al valore della testimonianza. Sono in molti a chiamare quel numero, ma si rivelano essere perlopiù mitomani e semplici curiosi. Fino al 13 Ottobre. Quel giorno infatti arriva la prima, di una serie che alla fine ne conterà dodici, telefonata da parte di una persona che asserisce di essere il “mostro” e che, fornendo particolari che non erano stati resi noti, convince gli investigatori di aver trovato l’assassino.

Stefano Spilotros

Stefano Spilotros

Il suo nome è Stefano Spilotros, ventidue anni, agente immobiliare di Rodano, in provincia di Milano. Nel corso di dodici telefonate, si autoaccusa di essere il “mostro”, dà anche appuntamento in un bar al poliziotto con cui più volte ha parlato al telefono, ma non si presenta. Nella serata del 17 Ottobre viene catturato e il giorno successivo, nel corso di una trionfalistica conferenza stampa a Milano, il Questore Serra ed i magistrati perugini annunciano che il caso è chiuso. L’assassino di Simone ha un volto e un nome. Lunedì 19, dopo un lungo interrogatorio, il fermo viene tramutato in arresto. A convincere investigatori e magistrati di avere in mano l’uomo giusto sono alcuni dettagli confessati dal giovane milanese che non erano stati resi noti:

  • La sigaretta spenta su un lobo del bambino.

"L'ho fatto per cercare di farlo reagire", aveva detto il giovane nei primi interrogatori. Ma al giudice ha invece detto: "L'ho fatto per essere sicuro che fosse morto".

  • Il contenuto dello stomaco del piccolo Simone.

Gli ho pagato un cappuccino con la brioche". I medici confermano che proprio quello è stato l'ultimo pasto della piccola vittima.

  • L’orologio di Simone.

Spilotros ha detto agli inquirenti di aver gettato l’orologio del bambino in un tombino di Piazza della Repubblica. L’orologio non è stato trovato, ma il tombino ed il negozio coincidono con il suo racconto. Mentre Stefano Spilotros è in carcere a San Vittore, in attesa di essere trasferito in Umbria, i magistrati perugini si lasciano andare a dichiarazioni incaute:

Abbiamo raccolto indizi numerosi, pesanti e gravi a carico del fermato che è accusato di omicidio volontario, atti di libidine e sequestro di persona”.

Incaute, perché parenti ed amici del giovane giurano che la Domenica del rapimento di Simone Allegretti, Stefano era con loro; inoltre gli orari indicati dallo Spilotros, relativi al rapimento ed al ritrovamento del messaggio nella cabina telefonica, non coincidono con quelli ufficialmente e definitivamente accertati. Le certezze cominciano a vacillare, si cercano nuovi riscontri, si indaga sul passato e sulle amicizie o possibili legami in zona del giovane milanese. Pochi giorni e Spilotros ritratta la sua confessione; non è stato lui, ma suo padre naturale (che non vive con la famiglia e che non vedeva da anni) Franco Spilotros che sarebbe andato da lui a confessargli di aver commesso “un fatto atroce”. Ma Franco Spilotros non ha la patente, non possiede un’automobile; se anche fosse arrivato fino a Foligno in treno, non avrebbe potuto muoversi senza un’auto, come invece ha fatto l’assassino di Simone. L’idea che Spilotros possa essere un abile mitomane si fa strada, ma gli inquirenti si aggrappano al dettaglio della bruciatura dietro l’orecchio del piccolo Simone. Il 24 ottobre viene riesumata la salma del bambino ed eseguita una nuova autopsia. La “bruciatura” descritta dallo Spilotros altro non è che una piccola escoriazione di forma circolare. Il giorno prima intanto, un trentunenne della provincia di Macerata, Giampaolo Massei, si era impiccato lasciando un biglietto:

Io sono il mostro. Perdonatemi.”,

ma le indagini appurano che l’uomo era affetto da una grave depressione e che comunque non potrebbe aver potuto materialmente commettere il crimine.

Il 22 ottobre, in una cabina telefonica nei pressi dell’aeroporto di Foligno, viene ritrovato un altro messaggio a firma del mostro. Stessa carta, stessi caratteri fatti col normografo. La perizia ne stabilirà l’autenticità pochi giorni dopo.


AIUTO!
NON RIESCO A FERMARMI.
L'OMICIDIO DI SIMONE È STATO UN OMICIDIO PERFETTO.
CERTO, È DURO AMMETTERE CHE SIA COSI' DA PARTE DELLE FORZE DELL'ORDINE, MA ANALIZZIAMO I FATTI.
1º IO SONO ANCORA LIBERO.
2º AVETE IN MANO UN RAGAZZO CHE NON HA NULLA A CHE FARE CON L'OMICIDIO.
3º NON AVETE LA MIA VOCE REGISTRATA, PERCHÉ NON HO EFFETTUATO NESSUNA CHIAMATA. QUINDI CHI DICE CHE HO TELEFONATO AL NUMERO VERDE SBAGLIA.
4º LE TELECAMERE NON MI HANNO INQUADRATO DURANTE IL FUNERALE DI SIMONE, PERCHÉ NON CI SONO ANDATO.
SIETE QUINDI FUORI STRADA;
VI CONSIGLIO SI SBRIGARVI, EVITANDO ALTRE FIGURACCE.
NON POLTRITE.
MUOVETEVI.
CREDETE CHE BASTI UNA DIVISA E UNA PISTOLA PER ARRESTARMI.
USATE IL CERVELLO, SE NE AVETE UNO ANCORA BUONO E NON ATROFIZZATO DAL MANCATO USO.
N.B. PERCHÉ HO DETTO DI SBRIGARVI?
PERCHÉ HO DECISO DI COLPIRE DI NUOVO LA PROSSIMA SETTIMANA.
VOLETE SAPERNE DI PIU'? VI HO GIA' DETTO TROPPO, ORA TOCCA A VOI EVITARE CHE SUCCEDA.

IL MOSTRO.



A questo punto è evidente che Stefano Spilotros non è altro che un mitomane. Verrà scarcerato il 5 Novembre, pur rimanendo iscritto nel registro degli indagati. Confessa di essersi inventato tutto, di averlo fatto per attirare l’attenzione della sua ex ragazza che lo aveva lasciato poco tempo prima. Dice anche di essersi autoaccusato perché sperava di essere ucciso dalla Polizia. Il 6 Novembre, dopo venti giorni passati in carcere con l’accusa di essere il “Mostro di Foligno”, Spilotros viene ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano, per accertamenti sul suo stato psicologico. Trascorso un periodo di tempo in regime di ricovero, torna a casa, dalla madre e dalle sorelle. Di lui non si sentirà più parlare.

La minaccia di colpire ancora la settimana successiva non si concretizza, e così anche per quelle dopo. La squadra antimostro, complice la figura rimediata a causa dello Spilotros, che ha causato una certa agitazione a livello politico, viene presto privata dei “grandi nomi”; i magistrati vengono destinati ad altri incarichi, principalmente nella lotta alla Mafia, e le indagini rimangono in mano agli investigatori locali. Per Achille Serra si tratta della prima, cocente, sconfitta della sua carriera.

L’11 Aprile 1993 viene trovato, in frantumi, il portaritratti con la foto di Simone, che i genitori avevano messo davanti alla lapide del figlio. Franco Allegretti dirà di averlo fatto cadere accidentalmente mentre stava sistemando dei fiori, ma in paese circola la voce che si sia trattato di un dispetto, che la foto sia stata trafugata. Un altro messaggio del mostro? Passano i mesi, le indagini continuano, ma non ci sono nuovi sviluppi, non emerge nulla di nuovo.

Lorenzo Paolucci
Lorenzo Paolucci con i genitori

Lorenzo Paolucci

7 Agosto 1993

Lorenzo Paolucci, tredici anni, figlio di due venditori ambulanti, Luciano e Silvana, sta passando le vacanze a Casale, nella villetta dei nonni, Luigi e Scolastica Sebastiani. I genitori del tredicenne partono per andare a lavorare e, poco dopo, Lorenzo esce con la bicicletta, l'appoggia sotto un albero e scompare nel nulla. Nessuno ci fa caso, in un paese di duecento abitanti dove i piccoli giocano liberamente per tutto il giorno. L’allarme scatta all’ora di pranzo, quando Luigi Sebastiani si affaccia a chiamare il nipote e non riceve risposta. Dopo un po' comincia a preoccuparsi e all'una e trenta è allarme generale. Tutto il paese esce di casa e comincia a cercare il ragazzino. Niente. Alle 15, in paese arriva la prima volante ma Lorenzo non è stato ancora trovato. Solo una ventina di minuti più tardi, Luigi Sebastiani si china sul corpo del nipote e quasi sviene. E’ toccato proprio a lui trovare il corpo senza vita di Lorenzo.

Poco più tardi, un venticinquenne di Foligno, Luigi Chiatti, i cui genitori adottivi hanno una villetta nel paese, viene condotto al Commissariato di Foligno in manette. Contro di lui gli inquirenti hanno prove schiaccianti e nessun dubbio: è stato lui ad uccidere Lorenzo. Di più: potrebbe essere sempre lui l’assassino di Simone, il mostro di Foligno che tutti stanno cercando da dieci mesi.

Le prove

Alla scoperta del cadavere di Lorenzo, un ragazzo di Casale, Feliciano, coetaneo di Chiatti, si fa avanti con le forze dell’ordine e racconta quello che ha visto. Luigi Chiatti ha partecipato alle ricerche del ragazzino, come ogni altro in paese, dandosi anche un gran da fare. Ad un certo punto, con malcelata indifferenza, ha annunciato che avrebbe approfittato delle ricerche per andare a buttare la spazzatura. Feliciano si è offerto di accompagnarlo e, vincendo le strane resistenze di Chiatti, è salito con lui in auto ed insieme si sono diretti ad un cassonetto a circa un chilometro da Casale, sulla strada per Sassovivo. Qui, forse insospettito dall’atteggiamento dell’amico, Feliciano ha dato un’occhiata al contenuto del sacchetto della spazzatura; quello che ha visto lo riferirà poco dopo alla polizia: abiti intrisi di sangue. L’attenzione degli investigatori si posa sulla villetta dei Chiatti: una lunga sequenza di tracce, lasciate dal corpo di Lorenzo, porta verso una larga striscia di sangue sul davanzale di una finestra e, all’interno, quello che gli inquirenti definiscono “un maldestro tentativo di pulire il sangue”. Lungo il percorso viene trovato l’orologio della vittima. Questi indizi, uniti ai vestiti recuperati dal cassonetto, inchiodano Luigi Chiatti, tra lo stupore e l’incredulità degli abitanti della piccola frazione di Foligno. Un altro particolare agghiacciante si somma ai già pesanti indizi contro Luigi Chiatti: avvolta nei vestiti intrisi di sangue è stata ritrovata la foto di Simone Allegretti sottratta dalla sua lapide quattro mesi prima, quella che il papà di Simone disse di essere stato lui a far cadere. In Commissariato Luigi Chiatti non confessa, anzi, nega. Ripete continuamente, ossessivamente, una specie di filastrocca: “non sono stato io, io sono un bravo boy scout”. Il giorno dopo, con l’assistenza dell’avvocato Guido Bacino, renderà piena confessione.

8 Agosto 1993 - La confessione

Dice di "essersi fatto prendere", di "non essere scappato", tratti narcisistici di chi vuole rimanere protagonista anche nella sconfitta. Dapprima parla di sé, della sua vita, dell’abbandono da parte della madre e dell’adozione, come riportato ad inizio pagina, poi inizia con la ricostruzione dell’omicidio di Lorenzo.


Mi ero fermato da qualche giorno nella casa di campagna; i miei erano rimasti a Foligno. Avevo conosciuto, fra altri ragazzi, anche Lorenzo. È arrivato a casa mia senza che neppure l'aspettassi: l'ho fatto entrare. Ci siamo messi seduti e ci siamo messi a parlare di varie cose. Mi disse anche che era timido e mi parlò di una ragazza che gli piaceva. Fin lì non c'erano problemi, poi ci siamo messi a giocare a carte. Abbiamo fatto due partite a briscola e lui le ha vinte tutte e due. Poi abbiamo giocato alle due carte, io ho vinto due mani su tre, lui una su due; rimaneva da fare l'ultima mano. Poi è scattato qualche cosa che non so, forse un sentimento di invidia che già altre volte avevo provato, perché sentivo Lorenzo in qualche modo simile a me, ma al tempo stesso migliore e più fortunato. Lorenzo era un po' timido, ma lui gli amici li aveva comunque. In più non mi ha detto che aveva un fratellino piccolo, io lo immaginavo solo, non l'avrei mai ucciso. Sotto la spinta di questo sentimento, in un lampo ho preso la decisione di colpirlo. Ho preso un forchettone che avevo vicino e l'ho colpito al tronco. C'è stata una specie di lotta; io non vedevo Lorenzo, era come se fossi accecato, era come se non avessi pensieri. Io stavo sopra di lui e lui cercava di impedirmi di colpirlo; poi lui mi ha detto: "perché mi vuoi uccidere?". Le sue parole mi hanno momentaneamente bloccato, ma non sono state sufficienti per fermarmi, è prevalsa la considerazione che ormai non potevo tornare indietro. In quel momento ho cominciato a riflettere su quello che stava accadendo. Vedevo la disperazione dipinta sul volto del bambino. Mi vergognavo del suo sguardo. Avevo fatto del male ad un bambino, era la prima volta. Mi è parso che mi rimanesse un'unica strada, quella di ucciderlo, e ritenevo seriamente che questa fosse la migliore soluzione anche per lui. Non era morto e allora l'ho colpito con una coltellata al collo. Dopo che l'ho colpito è iniziato il panico, il terrore, come se incominciassi a svegliarmi. Cercai di mettere il corpo in un sacco per trasportarlo da qualche parte e nasconderlo, ma era troppo pesante. Allora l'ho trascinato giù dalla finestra e quindi per pochi metri fino al margine della strada, dove l'ho lasciato. Ho cercato poi di mettere in ordine e di pulire, ma ad un certo punto mi sono reso conto che non ce la facevo a pulire tutto e allora mi sono arreso.


Dirà poi al processo che, ucciso Lorenzo, si masturbò sul suo cadavere. Nonostante la convinzione che sia responsabile anche della morte di Simone Allegretti, gli investigatori hanno bisogno di prove e passano al setaccio tutte le abitazioni dei Chiatti, compresa la casa la mare sulla costa marchigiana, a Numana. Due giorni dopo, comunque, Luigi Chiatti confessa senza reticenze. Dice che da tempo accarezzava il progetto di andarsene da casa, di vivere lontano dai suoi con la sola compagnia di un bimbo piccolo, per questo motivo andava girovagando in auto, cercando un bambino da rapire, che avrebbe tenuto con sé solo qualche giorno, come per fare una sorta di piano generale di quella ventilata fuga. Incontra per caso Simone: è solo nei pressi della sua casa e se ne sta seduto ai piedi di un albero a giocare. Così Chiatti spiega l'accaduto:


"Era un pomeriggio tranquillo, io camminavo a bassa velocità sulla mia Y10 quando sono passato davanti all'albero di noci e l'ho superato. Con la coda dell'occhio ho notato prima la bicicletta, poi le ciabatte per terra. E ho visto Simone mentre raccoglieva le noci. Mi sono fermato. Ho fatto un cenno per attirare la sua attenzione, lui mi ha visto e ha risposto al mio saluto"… "Vuoi venire a fare un giro? Ti faccio guidare la macchina... Mio padre e mia madre non erano in casa. La mattina erano partiti in gita per Fermo con l'Archeoclub. Quando sono arrivato in via Menotti ho aperto col telecomando il cancello automatico. Poi ho aperto il garage, ho parcheggiato la macchina e ho richiuso. Al bambino ho detto: vieni, entriamo in casa a giocare".


Simone segue docilmente lo sconosciuto: durante il tragitto con Luigi ha scherzato e riso. Ma la tragedia sta per compiersi. Il bimbo e l'assassino entrano in casa. Chiatti mostra a Simone la sua stanza, la collezione di Topolino, qualche giocattolo. Ma ben presto rivela le sue vere intenzioni. Fa sedere Simone sul letto, poi lo fa stendere, infine comincia a spogliarlo. Devono essere quelli i momenti in cui Simone comincia a chiedersi il perchè di quei gesti, di quelle carezze. Ora Simone è nudo. Le carezze si fanno più pesanti, Chiatti comincia a baciare il bambino dappertutto. Simone ora è spaventato. Chiatti continua, ma il bambino gli chiede di smettere. Le proteste si tramutano in un pianto sommesso, quindi in urla e disperazione. L'assassino perde la testa.


"Gli ho detto di smetterla, che non volevo spaventarlo, che non volevo fargli del male. Ma lui non stava più zitto. Gli ho messo una mano sulla bocca per farlo tacere e ho premuto, a lungo. Mi sono incamminato per altre vie secondarie e ho raggiunto la Flaminia. Poi ho preso il bivio per l'Abbazia di Sassovivo e Casale. Era già buio. Mi sono fermato in piena campagna e ho aperto il portabagagli. Ho preso il sacco, ma quando l'ho aperto ho visto che Simone ha mosso un braccio. Non era morto".


Il corpo lanciato tra i rovi Chiatti prende dalla tasca un temperino, lo apre, e comincia a punzecchiare il corpo di Simone. Il bambino reagisce. E' quello il momento in cui Chiatti decide di dargli il colpo di grazia "per non farlo soffrire più", come dice incredibilmente a Michele Renzo, il magistrato che lo sta interrogando alla presenza dei suoi difensori e di nessun dirigente di polizia. Parte un fendente tremendo dietro al collo del bambino, che gli recide un'arteria vitale. La tragedia è compiuta. L'assassino può infine liberarsi del cadavere e non correre più il rischio di essere riconosciuto. La Y10 amaranto sale lentamente sullo sterrato che porta a Casale, dove i Chiatti hanno una villetta. Arrivato sulla stradina accidentata che conduce verso Scopoli, si ferma davanti alla prima scarpata che incontra: lancia i vestiti di Simone, poi scaraventa il povero corpicino tra i rovi. Due giorni più tardi è lì che lo troveranno due guardie forestali. E lo troveranno proprio grazie al messaggio che Luigi Chiatti ha confessato di aver scritto. Il racconto è terminato. Ma prima Chiatti offre al magistrato la prova che non sta mentendo, che non è un mitomane.


"Davanti alla villetta di Casale, c'è un tombino. Apritelo e cercate: lì c'è il coltello con cui ho finito Simone".


Il magistrato esce di corsa dal carcere, si infila nella Questura che sta proprio di fronte. Un'ora dopo, il coltellino arrugginito viene ritrovato esattamente nel posto indicato. Non è una prova decisiva, ma lo sarà dopo gli accertamenti della Scientifica.

Il funerale di Lorenzo

Il funerale di Lorenzo

L’11 Agosto, a Casale, alla presenza degli amici e compagni di scuola venuti dalle Marche, si celebrano i funerali di Lorenzo Paolucci. Sono molti quelli che prendono la parola per ricordare il loro amico barbaramente assassinato ed è qui che, per la prima volta, Stefano, il fratellino di otto anni, comprende che Lorenzo non c’è più. Al termine della funzione, il Vescovo, Mons. Arduino Bertoldo, annuncia di aver aderito alla richiesta dei genitori di far ascoltare una canzone particolarmente amata da Lorenzo, “We are the champions” dei Queen. Mentre la voce di Freddy Mercury si diffonde dagli altoparlanti, più nessuno riesce a trattenere le lacrime.

Critiche all’operato delle forze dell’ordine.

Nonostante l’arresto dell’assassino, da più parti si sono levate critiche nei confronti di coloro che hanno seguito e coordinato le indagini e di altre persone coinvolte.

  • I genitori di Chiatti, nonostante conoscessero le condizioni mentali del figlio, non si sono mai chiesti cosa avesse fatto questi il giorno in cui è stato rapito Simone, mentre loro erano assenti.
  • La psicologa romana, Beatrice Li Donnici, nonostante la polizia avesse ipotizzato che il soggetto ricercato potesse essere in cura proprio da uno psicologo o uno psichiatra, non si è mai fatta avanti dicendo di avere avuto in cura un paziente di Foligno.
  • Il normografo, usato nello scrivere i messaggi, si rivelò poi un semplice righello, ma l’ipotesi iniziale, cioè che si potesse trattare di un geometra, era giusta, anche se partiva da un presupposto sbagliato. La polizia è stata accusata di aver seguito poco questa pista.
  • Tra le auto sospette segnalate nella zona durante l’arco di tempo in cui è stato rapito Simone, c’era anche una Y10 di colore scuro. L’auto di Chiatti è una Y10 Rosso scuro, ma le ricerche in questo senso non sarebbero state effettuate in maniera adeguata.
  • Il mitomane, Stefano Spilotros, non solo ha fatto perdere tempo prezioso alle ricerche, ma ha anche compromesso l’immagine della “Squadra Antimostro” che ha avuto troppa fretta di gridare vittoria. La squadra infatti è stata smantellata pochi giorni dopo, destinando i componenti ad altre indagini.
  • Esperti criminologi avevano consigliato di mettere sotto sorveglianza la tomba di Simone, dicendosi convinti che l’assassino prima o poi sarebbe andato a visitarla. L’impianto di video-sorveglianza non è stato installato a causa dei costi troppo elevati, ma Chiatti si è effettivamente recato presso la tomba di Simone per rubare la foto dalla lapide.
  • Gli inquirenti hanno dichiarato che Luigi Chiatti era compreso nell’elenco dei possibili sospetti, ma che non c’era stato il tempo per interrogarli tutti. L’osservazione è stata che, in una città piccola come Foligno, quanti mai potevano essere i geometri con una Y10 scura e la conoscenza del territorio di Casale, dove il corpo di Simone è stato abbandonato? Questi erano infatti elementi già in mano agli investigatori subito dopo il primo omicidio (giusti o sbagliati che fossero i presupposti).

Il Processo

Corte d’Assise

Luigi Chiatti al processo

Il processo a carico di Luigi Chiatti inizia il 1 dicembre 1994. Terminato il resoconto degli eventi gli vengono contestati i delitti di omicidio dei due bambini, la violenza sessuale ai danni di Simone Allegretti, il sequestro dello stesso ai fini del compimento della violenza suddetta, l'occultamento dei due cadaveri, la detenzione illegale di una considerevole quantità di cartucce ed il loro furto avvenuto nel giugno del 1993. All'esito dell'istruttoria dibattimentale il pubblico ministro conclude chiedendo la pena dell'ergastolo per Chiatti, in quanto colpevole di tutti i reati ascrittigli, ritenendo nella fattispecie di dover racchiudere sotto il vincolo della continuazione il reato di omicidio di Simone Allegretti con quelli di sequestro di persona e occultamento di cadavere ai danni dello stesso e, analogamente, applicare tale istituto giuridico all'assassinio di Lorenzo Paolucci e al relativo occultamento di cadavere, nonché la condanna per la detenzione illegale di armi o munizioni con il furto delle cartucce ai danni di Mario Ronci. I difensori dell'imputato, avvocati Claudio Franceschini e Guido Bacino, chiedono, invece, di assolvere il Chiatti, essendo egli persona incapace di intendere e di volere, e, in subordine, l'unificazione di tutti i reati contestati sotto il vincolo della continuazione, la concessione delle attenuanti generiche e, in ogni caso, la diminuzione di pena prevista dall'articolo 442 del codice penale prevista in caso di giudizio abbreviato.

Nell'ultima udienza del processo di primo grado è lo stesso imputato a rendere spontanee dichiarazioni alla Corte, confermando però sostanzialmente quanto detto in sede di interrogatorio e nel corso dei colloqui con i periti processuali. La freddezza con cui descrive ogni particolare dei due omicidi, fa venire la pelle d’oca a chi è presente in aula. Racconta che, a causa dell’incomunicabilità in famiglia, aveva accarezzato da tempo l’idea di una fuga, inizialmente da solo, ma poi gli venne in mente di portare con sé un bambino piccolo, di quattro-cinque anni, che avrebbe rapito. Fu così che iniziò a comperare abiti ed il necessario per un bambino di quell’età. Racconta di un episodio, accadutogli mentre stava ordinando la gran quantità di roba che aveva acquistato allo scopo. Mentre era in camera sua, stavano entrando i genitori e, per non farsi scoprire, li chiuse a chiave separatamente in due bagni, caricò tutti gli indumenti in macchina e scappò. I genitori riuscirono poi a liberarsi, ma non scoprirono mai cosa stesse facendo. Parla anche dei suoi problemi con la sessualità, dell’attrazione verso i ragazzi, che però non si concretizzava mai in un atto sessuale completo, ma rimaneva a livello di “toccamenti”. Questo perché Chiatti vede il sesso con una persona adulta come “sporco”, mentre con un bambino è “pulito”, è “trasmissione d’amore”. Parla di solitudine, omosessualità e pedofilia come di suoi problemi che gli altri erano obbligati a risolvere, ma lo fa con il compiacimento di chi si trova al centro dell’attenzione.

I periti nominati dalla Corte descrivono l'imputato in questi termini: "non soltanto si sente una persona speciale, che ha problemi speciali, non solo egli vive in una chiave esclusivamente egocentrica e si sente l'ombelico del mondo; non semplicemente pretende di essere amato, ammirato, stimato e accettato senza alcuna riserva; non soltanto nutre invidia per quelli che hanno qualche cosa di più, che non hanno i suoi problemi; non soltanto non sente empatia con nessuno e non sa mettersi nei panni degli altri: ma addirittura il prossimo esiste solo in quanto gli è utile e serve ad alimentare il senso grandioso che ha di sé". Nel linguaggio psichiatrico questi aspetti della personalità configurano ciò che si denomina "disturbo narcisistico di personalità".

La Corte, analizzate le perizie cui è stato sottoposto l'imputato, conclude che Luigi Chiatti è sano di mente e capace di partecipare coscientemente al processo. Ritiene presente in lui un disturbo narcisistico di personalità, al quale si accompagnano tratti sadici, qualche aspetto del disturbo paranoide di personalità e condotte di tipo pedofilo, ma non tali da inficiare la capacità di intendere e di volere.

Il 28 dicembre 1994 la Corte d'Assise, pronuncia il proprio verdetto: è ergastolo con isolamento diurno per due anni per Luigi Chiatti. Il presidente Paolo Nannarone, il giudice a latere Nicola Rotunno ed i sei giudici popolari condannano l'imputato, inoltre, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, all'interdizione legale durante il periodo di espiazione della pena, alla pubblicazione della sentenza su alcuni quotidiani locali e nazionali, nonché presso l'albo dei comuni di Perugia e Foligno. Il verdetto della Corte prevede, altresì, la confisca e la restituzione degli oggetti delle vittime di cui si era impossessato, la distruzione di quanto altro in sequestro, il risarcimento dei danni subiti dalle parti civili costituitesi, liquidate in 500 milioni delle vecchie lire per ciascun genitore delle vittime, in 300 milioni per ciascun fratello e in lire 150 milioni per ciascun avo, nonché il pagamento delle spese processuali.

Corte d'Assise d'Appello

Meno di un anno dopo, Luigi Chiatti viene sottoposto al secondo grado di giudizio. Gli avvocati difensori Guido Bacino e Claudio Franceschini, chiedono che il loro assistito venga sottoposto ad una nuova perizia psichiatrica, affermando che i consulenti tecnici della Corte in primo grado, Fornari e Ponti, fossero prevenuti nella valutazione dell’imputabilità di Luigi Chiatti. La Corte dispone quindi la necessità di una nuova perizia psichiatrica collegiale su Chiatti, nominando i periti Francesco Bruno, Arnaldo Novelletto e Pasquale Avvisati. In quest'udienza si verifica un fatto che molti sosterranno essere di straordinaria importanza per la soluzione della vicenda giudiziaria; viene chiamato, infatti, a deporre Tiziano D'Amico, compagno di Chiatti nei suoi primi anni di vita all'orfanotrofio di Narni, che sostiene che un prete li avrebbe ripetutamente violentati da bambini. Il teste afferma che la prima molestia si sarebbe verificata durante le feste natalizie del 1972, quando gli orfani erano usciti per raccogliere il muschio.


"Ho sentito le grida provenire da dietro un cespuglio ed ho visto uscire di corsa Luigi, il più piccolo del gruppo, con i pantaloni slacciati. Poco dopo è apparso il prete che ci disse che non era niente, che voleva fare un giochino con Luigi, ma che lui non aveva voluto. La sera Luigi mi disse che era stato toccato dal prete e che gli aveva fatto male".


A detta del testimone tutti nell'istituto erano a conoscenza delle abitudini sessuali del sacerdote, ma nessuna altra dichiarazione è giunta mai a conferma. Questo elemento è ritenuto dai difensori dell'imputato elemento importantissimo nel potergli riconosce l'esistenza di patologie suscettibili di renderlo non imputabile. Il 10 aprile 1996 da un lato, il Pubblico Ministero pronuncia la sua requisitoria chiedendo la conferma della pena dell'ergastolo per l'imputato e i difensori di Chiatti, dall'altro, chiedono l'assoluzione dello stesso, siccome non imputabile, da tutti i reati, o, in alternativa, il riconoscimento del vizio parziale di mente. Il giorno successivo, dopo le repliche del P.M. e dei difensori, la Corte si ritira in camera di consiglio.

L'11 aprile 1996 la Corte d'Assise d'Appello pronuncia il proprio verdetto: il presidente, Emanuele Salvatore Medoro, il giudice relatore, Carlo Cozzella ed i sei giudici popolari condannano Luigi Chiatti a trenta anni di reclusione, la misura di sicurezza del ricovero in una Casa di Cura e di Custodia per un periodo non inferiore a tre anni. Ed inoltre dispone la rifusione delle spese a favore delle parti civili in 50 milioni 998 mila lire per ciascuno dei due gruppi di parti civili costituite.

La Corte quindi, basandosi sui risultati delle perizie e, in particolar modo, su quelle dei consulenti da essa nominata, ha ritenuto l'imputato parzialmente capace di intendere e di volere decretando la conseguente diminuzione di pena. L'organo giudicante motiva la propria decisione partendo proprio dalla questione relativa all'imputabilità di Chiatti. Indica preventivamente quali sono i risultati cui il collegio peritale è giunto; in primo luogo, come detto, ritiene che l'imputato, all'epoca in cui commise i fatti, era per infermità in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderle, le capacità di intendere e di volere, essendo stato ritenuto affetto da "grave e profonda immaturità delle strutture di personalità, che si manifesta attraverso il disturbo narcisistico di personalità, con pedofilia e con tratti sadici-schizoidi, paranoidi-ossessivi e fobici". Afferma, inoltre, la Corte che l'insieme dei disturbi accertati è stato raccolto nella seguente sintesi diagnostica: "sindrome narcisistica in una personalità profondamente immatura e disturbata", la quale configura una vera e propria infermità psicopatologica, che è stata posta in rapporto causale con i reati commessi. Il collegio peritale tiene anche in considerazione il progetto di fuga di Chiatti con uno o più bambini affermando che questo, iniziato sotto forma di "idea fantastica", ha assunto le caratteristiche di "idea prevalente" e si collega all'immaturità delle strutture di personalità del periziato ed in rapporto di causa-effetto con i fatti da lui commessi. Per quanto concerne l'espressione serial killer si afferma che si possono individuare nell'imputato alcune caratteristiche di questo tipo di assassino, mentre la ripetizione dei reati ascrittigli sono da mettere in rapporto all'infermità accertata a suo carico. I periti ritengono, infine, l'imputato socialmente pericoloso e in grado di partecipare coscientemente al processo.

La Corte ritiene inoltre di dover prevedere per l'imputato il riconoscimento delle attenuanti generiche, sulla base di diverse considerazioni: la collaborazione nella ricostruzione degli omicidi, non dovuta ad esigenze di convenienza processuale, in quanto ciò gli è valso la contestazione di quasi tutte le circostanze aggravanti; il vissuto di Chiatti, soprattutto le angherie e le verosimili attenzioni morbose subite in orfanotrofio, la solitudine e l'ostilità dell'ambiente familiare; i traumi collegati alla "diversità sessuale" dell'imputato, ricollegabili alla vittimizzazione sessuale subita nell'infanzia ed il fatto che egli sia incensurato. Sulla base di tutto quanto detto, la Corte d'Assise d'Appello di Perugia, condanna Luigi Chiatti a trent'anni di reclusione e la misura di sicurezza predetta, confermando le pene accessorie previste in primo grado e le statuizioni civili.

La prima sezione penale della Corte di Cassazione il 4 marzo 1997 ha confermato in pieno la decisione della suddetta Corte, ritenendo pertanto Chiatti seminfermo di mente e mettendo la parola fine alla vicenda del "mostro di Foligno". Chiatti oggi si trova rinchiuso nel carcere “Le Dogaie” di Prato.

La detenzione

In carcere Luigi Chiatti ha sempre tenuto un comportamento irreprensibile, ma non si è mai pentito, anzi, ha più volte dichiarato, specie nei primi anni, che se fosse uscito avrebbe colpito di nuovo. Non ha mai usufruito di permessi premio. Ha stretto amicizia con un compagno di cella, detenuto per crimini legati alla pedofilia, a cui, dopo la scarcerazione, ha inviato lettere in cui descrive i suoi sogni deliranti di sevizie su animali.

Fine pena

Avendo beneficiato di una riduzione di pena, in virtù dell’indulto, della buona condotta e di altri benefici di legge, Luigi Chiatti potrebbe essere rimesso in libertà il 3 Settembre 2015. A questo proposito, il Magistrato di Sorveglianza aveva imposto a Luigi Chiatti il ricovero in un ospedale psichiatrico per tre anni, dopo aver finito di scontare la condanna, ma la decisione è stata annullata in appello per una questione procedurale. La questione andrà nuovamente affrontata da un nuovo Magistrato di Sorveglianza, con le parti legali avverse pronte a darsi battaglia.

Il 5 Febbraio 2015 il Consiglio Comunale cittadino ha approvato trasversalmente all’unanimità una mozione urgente presentata proprio da Chiara Allegretti, consigliera comunale del Partito Democratico e sorella di Simone Allegretti, prima vittima di quello che si è auto definito "mostro di Foligno". Il documento impegna il Sindaco, la Giunta Comunale e le istituzioni regionali a mettere in atto tutte le misure necessarie presso le competenti autorità giudiziarie, affinché, qualora Luigi Chiatti dovesse uscire dal carcere, non venga destinato alla comunità folignate.

Note

  1. Il serial killer (assassino seriale in lingua italiana) è un pluriomicida, di natura compulsiva, che uccide, con una certa regolarità nel tempo e con un modus operandi caratteristico, persone spesso totalmente estranee. La natura compulsiva dell'azione, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera emotivo-sessuale. Tecnicamente si considera "serial killer" chi compie due o più omicidi distribuiti in un arco relativamente lungo di tempo, intervallati da periodi di "raffreddamento" durante i quali il serial killer conduce una vita sostanzialmente normale.

Bibliografia

La figura del Serial Killer tra diritto e criminologia - Gianluca Massaro
http://www.serialkiller.it/serialkiller.aspx?aree_id=1&sottoaree_id=8&contenuti_id=117&lang=ita
Luigi Chiatti. (11 febbraio 2015). Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 2 marzo 2015, 08:38 da //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Luigi_Chiatti&oldid=70803999.
Serial killer. (19 febbraio 2015). Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 7 marzo 2015, 03:18 da //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Serial_killer&oldid=70937964.
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L'Unità - Edizione Nazionale - 09/06/2001 - Wladimiro Settimelli
http://tuttoggi.info/il-consiglio-comunale-vota-contro-il-ritorno-di-chiatti/256159/ - Claudio Bianchini

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