Sante Costantini

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Brevi note biografiche

Sante Costantini fu un Patriota Italiano che combattè per la seconda Repubblica Romana, nata nel febbraio 1849 a seguito dei grandi moti del 1848. Colpevole di aver ferito a morte il Commendatore Conte Pellegrino Rossi, capo del Governo Pontificio sotto Papa Pio IX, venne condannato a morte e fu giustiziato il 22 Luglio 1854, per mano del "boia de Roma", Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta. Egli era nativo di Foligno, così come suo fratello Francesco, anche lui Patriota, che venne condannato a vent'anni di carcere per complicità nello stesso delitto.

Gli eventi

Con il termine Moti del '48 si identifica l'ondata di moti rivoluzionari borghesi che sconvolsero l'Europa nel 1848. Il 14 marzo 1848, a seguito dei moti rivoluzionari che avevano investito fin dall'inizio dell'anno tutta l'Europa, Papa Pio IX concesse la Costituzione (Statuto Fondamentale pel Governo Temporale degli Stati della Chiesa), seguendo l'esempio del sovrano delle Due Sicilie. Lo Statuto istituiva due Camere legislative ed apriva le istituzioni (sia legislative sia esecutive) ai laici.

Tra il 18 ed il 22 Marzo 1848 insorse Milano (Le Cinque Giornate di Milano), allora parte del Regno Lombardo-Veneto. L'insurrezione portò alla liberazione dal dominio Austriaco e fu il preludio all'inizio della Prima Guerra d'Indipendenza.

Alla fine dello stesso mese, giunsero al Pontefice forti pressioni per seguire l'esempio del Granduca di Toscana e del Re di Napoli, che avevano inviato proprie truppe al fronte. Pio IX permise soltanto la costituzione di un esercito di volontari, con la sola missione di proteggere i confini dello Stato con il Regno Lombardo-Veneto (Austria). Furono formati due corpi: uno, di soldati regolari, comandato dal generale Giovanni Durando (1804-1869) fratello del generale Giacomo Durando, l'altro di volontari, comandato dal generale Andrea Ferrari. Lo Stato Pontificio si trovò di fatto impegnato in una guerra contro l'Austria, potenza cattolica, per l'indipendenza italiana.

Il 29 aprile 1848 Pio IX, con l'Allocuzione papale al Concistoro dei cardinali mise in evidenza la particolare posizione del Papa che, come capo della Chiesa universale ed allo stesso tempo capo di uno Stato italiano, non poteva mettersi in guerra contro un regno cattolico: "Fedeli agli obblighi del nostro supremo apostolato, Noi abbracciamo tutti i Paesi, tutte le genti e Nazioni in un istintivo sentimento di paterno affetto".

Il popolo romano, che fino ad allora aveva tributato grandi consensi a Pio IX per la sua politica liberale, vide questo gesto come un voltafaccia e furono molti quelli che abbracciarono la causa mazziniana.

Ciceruacchio

Tra questi Angelo Brunetti, taverniere nei pressi di Porta del Popolo, detto Ciceruacchio. Il suo carattere brillante, la sua socievolezza e l'innata capacità dialettica (anche se è noto che, privo di qualsiasi istruzione, parlasse esclusivamente in romanesco) ne fecero un "capopopolo", ovvero un rappresentante informale dei sentimenti popolari. Era un convinto sostenitore della politica liberale di Papa Pio IX, al punto di indossare una giacchetta rossa con ricamata la scritta "Viva Pio IX" (tuttora conservata al Museo della Patria). Nel Luglio 1846 ringraziò pubblicamente il Papa per aver liberato i prigionieri politici e donò alla popolazione alcune botticelle di vino. L'anno successivo fu organizzatore di manifestazioni popolari al fine di incitare il Papa a perseguire nel suo piano di riforme all'interno dello Stato Pontificio. Nell'autunno 1847 fece un giro trionfale in Umbria e in Sabina, dove venne accolto con onori e banchetti. Dopo il "tradimento" del Papa ne divenne uno dei più fieri oppositori, sostenendo l'ideologia mazziniana. Dopo la caduta della seconda Repubblica Romana, lasciò Roma, insieme a Giuseppe Garibaldi, con l'intento di raggiungere Venezia, ma venne intercettato nei pressi del Delta del Po, tradito dagli abitanti del posto a cui aveva chiesto rifugio, e consegnato agli Austriaci che lo fucilarono, il 10 Agosto 1849, insieme ai figli Lorenzo, di 13 anni, e Luigi, che aveva cambiato identità assumendo quella di Luigi Bossi di Terni dopo essere stato accusato di essere l'esecutore materiale dell'omicidio di Pellegrino Rossi, capo del Governo Pontificio prima della rivoluzione.

Pellegrino Rossi

Economista, giurista, politico liberale, Pellegrino Rossi, nato a Carrara il 13 Luglio 1787, fu avvocato a Bologna e professore di diritto penale. Nel 1815 si unì a Gioacchino Murat e alla sua spedizione anti-austriaca per la liberazione dell'Italia, ma Murat cadde e Rossi dovette fuggire,"proscritto dall'Italia come precipuo complice della rivoluzione tentata dal Murat", prima in Francia e poi in Svizzera. Partecipò attivamente alla vita politica svizzera e presentò un progetto, denominato Patto Rossi, che prevedeva la costruzione di uno Stato a struttura federale, libera circolazione di persone e merci, unificazione della moneta, dei pesi e delle misure, tra le altre cose. Il Patto Rossi subì prima delle modifiche e poi venne bocciato, nel 1833, da una votazione popolare. Fu un duro colpo per Rossi che accettò di stabilirsi in Francia, dietro invito del Ministro Guizot e del Duca de Broglie. Venne naturalizzato cittadino francese e fu professore di diritto costituzionale all'Università di Parigi la Sorbona. Nel 1845 fu inviato a Roma da Guizot in veste di ministro plenipotenziario di Francia presso la Santa Sede. Nel Giugno 1846 ottenne il titolo di Conte e la nomina ad Ambasciatore francese presso la Santa Sede. Era a Roma il 16 Giugno 1846 quando venne eletto Papa Giovanni Maria Mastai Ferretti, col nome di Pio IX. Era sempre a Roma quando scoppiò in Francia la Rivoluzione del Febbraio 1948 che detronizzò Luigi Filippo ed istituì la Seconda Repubblica Francese. Egli perse ogni legame con la Francia, inclusi i suoi precedenti incarichi, mentre il ministro Guizot fuggì in Inghilterra. Potendo contare sull'amicizia del nuovo Pontefice, con cui condivideva le tendenze riformiste, restò a Roma ed acquisì la cittadinanza dello Stato Pontificio. Entrò nel nuovo Governo come ministro dell'Interno, con l'interim alle Finanze, ma il programma di riforme propugnate da lui e da altri componenti liberali del Governo, non decollò mai. Le sue proposte erano viste come troppo liberali per la Curia ma non sufficientemente democratiche per i rivoluzionari; nessuna delle due fazioni, che si apprestavano ormai a scontrarsi apertamente, l'accettò mai. Il 4 Novembre 1848, in un articolo pubblicato sulla Gazzetta di Roma, criticò la politica sabauda e le accuse che i politici piemontesi avevano lanciato contro il Papa in seguito alla mancata firma dell'accordo per la formazione della Lega.

L'Omicidio di Pellegrino Rossi

Venne ferito mortalmente il 15 novembre 1848, sulle scale del Palazzo della Cancelleria, mentre si recava all'apertura della Camera e dove avrebbe dovuto tenere un discorso (la piazza era gremita di persone che lo contestavano a gran voce, contestazione organizzata dal capopopolo Angelo Brunetti detto Ciceruacchio), morì circa un'ora dopo negli appartamenti del prefetto della Congregazione per il buon governo, Cardinale Ludovico Gazzoli. Questo evento segnò l'inizio della serie di fatti che portarono alla fuga del Papa a Gaeta e alla proclamazione della Repubblica Romana, l'anno successivo.

Il processo e la condanna di Sante Costantini

Il 6 settembre 1853 terminò la preparazione della causa “Romana di lesa maestà con omicidio in persona del conte Pellegrino Rossi”, il processo iniziò solamente il 24 marzo dell'anno successivo presso il Tribunale della Sacra Consulta, presieduto da Monsignor Salbo Sagretti. Si concluse il 2 maggio 1854 con la condanna a morte per l'omicidio (“convinti colpevoli come mandatari”) di Pellegrino Rossi per Luigi Grandoni e Sante Costantini, condannava come complici Ruggero Colonnello e Bernardino Facciotti (ergastolo), Francesco Costantini, Filippo Facciotti e Innocenzo Zeppacori (20 anni di prigione). Gioacchino Selvaggi veniva trattenuto per ulteriori accertamenti, sospendeva il giudizio per Filippo Bernasconi e rimetteva in libertà Cesare Diadei, Pietro Sterbini, Paolo Papucci, Filippo Capanna, Giuseppe Fabiani, Innocenzo Zeppacori, Alessandro Clemente Testa, Giuseppe Caravacci.

La sentenza non venne subito pubblicata, anche perchè doveva essere sottoposta al Papa per l'eventuale grazia.

Già dall'8 Aprile Nicola Roncalli aveva tuttavia potuto scrivere nel diario: "I carcerati sono 16, e si crede, generalmente, che tra questi saranno condannati a morte Luigi Grandoni, mercante di campagna, romano, già militare, e direttore della esecuzione nell'assassinio, e Sante Costantini di Foligno, scalpellino, militare nel 1848, ed esecutore materiale, ossia feritore." Il 17 Maggio: "La sentenza degli assassini di Rossi è tuttora sul tavolino del Papa."

C'era una certa aspettativa della grazia, in particolare per Grandoni, condannato senza prove vere d'accusa, ma anche per Costantini, che Roncalli definiva "esecutore materiale", quando doveva essere chiaro che quasi tutte le testimonianze convergevano nell'assegnare quel ruolo a Luigi Brunetti. Questi era morto fucilato dagli austriaci insieme al padre ed al fratello più piccolo Lorenzo. Per la giustizia Pontificia era ancora considerato contumace, in quanto tra quei fucilati non compariva il suo nome: lo aveva cambiato, con purtroppo per lui inutile prudenza, in quello di Luigi Bossi. La grazia tardava e Luigi Grandoni, la mattina del 30 Giugno, decise di non aspettare oltre: si impiccò alla finestra della cella con un fazzoletto.

Il 22 luglio a Roma Sante Costantini venne giustiziato (prima di morire gridò “Viva la Repubblica”).

Gli Atti del processo

[...] La decisone presa in Torino venne poi confermata in Toscana, quando lo Sterbini e il signore N. passando per colà nel tornare a Roma, strinsero col Guerrazzi e col Montanelli, che allora signoreggiavano col Garibaldi, col Pigli e cogli altri settarii toscani, nei circoli di Livorno e di Firenze i nodi dell'antica fratellanza e le trame della rivoluzione italiana.[...]

[...] E non mancò alla sentenza di morte decretata contro il Rossi la sanzione del gran Patriarca della giovine Italia e del futuro triumviro di Roma, Giuseppe Mazzini, come ne fanno fede le testimonianze citate nei processi e la confessione pubblica di Filippo Deboni, intimissimo del Mazzini, il quale scrisse: "I repubblicani hanno perdonato sempre. Nei moti nostri cadde un uomo solo, Pellegrino Rossi".[...]

[...] Non rimaneva pertanto ai congiurati che a determinare l'ora e il dove e il come fosse da trucidare il Rossi, se con una prinata(*), come alcuni volevano, ovvero il pugnale, e chi o quanti sarebbero i feritori; e, morto lui, come si consumerebbe la rivoluzione. [...]

(*)Ognun sa che nel 1814, al cadere dell'Impero Napoleonico il Ministro Prina venuto in altissimo odio de' Milanesi, fu cerco a furor di popolo nel suo palazzo, strascinato nella strada e quivi dall'infuriata plebaglia con orribile strazio lacerato e morto. Questo tragico scempio perse quindi il nome di "prinata".

[...] Tutti proteggerebbero il feritore, e terrebbero fronte ai Carabinieri se bisognasse; ma il ferimento per maggior sicurtà verrebbe commesso a pochi da scegliersi in questo stante a sorte.[...] I sortiti furono Luigi Brunetti figlio di Ciceruacchio, Felice Neri, Sante Costantini, Filippo Trentanove, Alessandro Todini e Antonio Ranucci; non è ben certo se fossero anche Gioacchino Selvaggi e Ferdinando Corsi. A questi dunque fu dato l'incarico di colpire il Rossi, come meglio ne venisse a ciascuno offerto il destro nel breve tragitto ch'ei farebbe per l'atrio dalla carrozza fino alla scala; e il colpo gli si desse al collo, affinchè se egli mai, come non era improbabile a sospettarsi, vestisse sottopanni qualche giaco o maglia di ferro, tornando vani i colpi datigli alla vita, non patisse troppi indugi, in tal frangente pericolosissimi, la loro impresa. [...]

[...] Al suo primo comparire cominciò un fischiare, un fremere e un ringhiar cupo e feroce di quegli assassini, il quale crescendo rapidamente proruppe come in un ruggito tremendo di voci che urlavano furibonde: "ammazzalo, ammazzalo, abbasso Rossi, morte a Rossi" [...] In mezzo a questa tempesta il Rossi intrepido, seguito dal Righetti s'incammina verso lo scalone con passo fermo, colla testa alta, col guardo fiero e con un cotal piglio altero di disprezzo per que' vili scherani che pareano volerlo spaventare cogli urli. Ma appena staccatosi dalla carrozza, le due ale estreme de' legionarii con moto concorde riunitesi dietro a lui, lo divisero destramente dal Righetti e lo serrarono in guisa che renderon vano ogni scampo. Dati ch'ebbe pochi passi uno dei legionarii l'urtò leggermente colla punta d'una canna sul fianco destro; a quell'urto egli volge prontamente la testa con atto di dispetto verso l'insultatore; in quella spiccasi dal lato opposto uno de' sei sicarii sortiti a ferirlo e trapassadogli velocemente innanzi gli vibra sulla sinistra del collo che porgeva ignudo un colpo riciso di pugnale. Tutti questi movimenti, lo stringersi delle due ale degli assassini dietro al Rossi, il separarlo dal Righetti, l'urtarlo al fianco destro, e il ferirlo al collo dalla sinistra furono eseguiti con tal prontezza e precisione, che parvero un punto solo. Appena il Rossi sentì piombarsi nella carotide la fredda lama del pugnale, corse colla mano alla ferita, fremendo tra'denti, "assassini", e proseguiva fieramente il suo cammino. Ma poco andò che venendogli meno le forze cominciò a barcollare e a brancolare annaspando verso il muro, a cui cercava d'appoggiarsi, e poi cadde stramazzone a terra gittando dalla ferita una larga vena di sangue. "Rossi è ferito, muore, muore", gridavano esultando gli assassini mentre stavano a semicerchio intorno alla loro vittima, godendone l'agonia. [...] (il Righetti) cominciò dunque a sollevare da sè solo il Ministro. [...]Il Rossi così appoggiato salì otto o dieci gradini; ma quindi abbandonatosi affatto della vita fu dovuto portar di peso fino alle camere del Cardinal Gazzoli [...] mentre i congiurati, già sicuri della sua morte, gridando "è fatta, via, via", ritiravansi frementi di barbara gioia. [...] I dottori Pantaleoni e Fusconi accorsi dalla vicina sala dei Deputati a lato del moribondo, ed esaminata la ferita, riconobbero subito mortalissimo il colpo e vano ogni rimedio.[...] il Ministro spirò.[...]

[...] La civica schierata sulla piazza restò nella più profonda ed impassibile inerzia, e lungi dal perseguire gli autori manifesti d'un si grave delitto commesso poco meno che in sugli occhi loro aveano piuttosto sembiante di proteggerli. [...] La polizia stette anch'essa poco meno che inerte, contenendosi a dare alcuni vaghi e timidi rapporti, senza indicare altrimenti nè testimoni nè particolarità rilevanti del fatto.[...]

[...] Ma i faziosi, dopo il colpo riuscito loro così felicemente, non vedendo farsi da niuna parte il menomo cenno di mossa ostile, trionfanti di gioia volsero l'animo a cogliere il frutto del loro delitto, di cui l'assassinio del Rossi era il preludio.[...] i capi de' rivoltosi fecero subito correr l'avviso a tutte le loro bande che per quel dì si soprastesse dal tentar altro; bensì cercassero di affratellarsi i Carabinieri, e la sera intervenissero alla dimostrazione festosa che ancor per tal fine si farebbe pel Corso: poi si prenderebbero provvedimenti per la dimane. Si cominciò la seduzione del quartiere principale del palazzo Borromeo, dove lasciammo il Calderari e i suoi dugento Carabinieri che tuttavia stavano in armi aspettando ad ogni poco l'assalto de' faziosi. E questi vennero in fatti due ore circa dopo l'assassinio, a fare assalto non già al loro valore, ma bensì alla loro fedeltà militare. Erano una grossa turma di sediziosi, civici in gran parte, capitanata da Cesare Agostini, dal Delfrate e dal Capiccioni [...] Giunti al Borromeo entrarono pacificamente nel quartiere, salutando i Carabinieri come fratelli; quindi l'Agostini e il Delfrate si fecero a perorare caldamente in mezzo a loro, invitandoli a far causa comune col popolo. [...] A quest'attacco inopinato il Calderari sempre ondeggiante tra il dovere e la paura, stette buona pezza titubando [...] egli consentì alla fine che alcuni Carabinieri s'attruppassero con esso loro in segno di fratellanza, e con ciò si diè loro per vinto. Riportata così questa prima vittoria, si inviarono al caffè delle Belle Arti, dove, secondo la posta data, già andavasi radunando il grosso dei faziosi per pigliar indi le mosse di quella infame ovazione che aveano concertata per coronare l'assassinio. [...]

[...] Quindi spiegate le bandiere tricolori, accese molte faci e doppieri e torce a vento e dato nei tamburi, s'incominciò la marcia militare dell'osceno trionfo, tenendo giù verso Piazza del Popolo. Precedeva la maggior bandiera portante lo stemma del Circolo popolare e con essa i sicarii Sante Costantini, Luigi Brunetti, il Trentanove, il Neri, il Ranucci e il Todini tenentisi a bracciere nella prima fila, alla quale seguivano più altre file di legionarii, di Carabinieri, di civici e di borghesi. Di tratto in tratto soffermavansi levando più alto le grida e ripetendo a pieno coro: "Viva i Carabinieri nostri fratelli, morte ai preti, viva la Costituente, viva il piccolo Bruto, viva Bruto secondo, viva il terzo Bruto", e in questa i legionarii della prima fila alzando sulle lor braccia a più riprese Sante Costantini cantavano "Benedetta quella mano che il Rossi pugnalò". [...] Pervenuti alla Piazza del Popolo,trovarono colà Ciceruacchio col Guerrini, ed una grossa ciurma di suoi ribaldi che stavano aspettandoli. [...] Quindi scesi per l'Arco dei Carbognani e rientrati nel Corso, si condussero sotto al palazzo Malta (dirimpetto al palazzo Doria) dove avea abitato il Rossi e dove risedeva tuttavia immersa nel dolore la desolata sua famiglia. Ivi sostato alquanto, gli assassini dimentichi non dico d'ogni gentilezza, ma perfino di quell'ultimo senso d'umanità che fa rispettare come sacro il dolore negli stessi nemici, cominciarono a levare un frastuono feroce d'urli, di fischi e di minacce; e per mettere il colmo al lor delitto ed agli orrori di quel trionfo cannibalesco, alzato in su le braccia il Costantini sotto le finestre del palazzo gridarono a più riprese: "Viva Bruto secondo, Viva l'uccisore del Rossi. Morte agl'infami". [...]

[...] Così terminò l'orribile scena di quell'ovazione che sarà un marchio eterno d'infamia sull'empia setta che ne fu rea, e basterà per metterla in esecrazione ed abbominio altissimo presso chiunque non abbia spento ogni senso d'umanità e di giustizia.[...]

[...] Ma più forti pesavano i sospetti sopra Sante Costantini, il quale, come si vede nei Processi, non solo fu certamente mandatario dell'assassinio siccome uno de' sei sicarii destinati ad eseguirlo, ma venne inoltre, se non convinto con indubitata evidenza per autore materiale di esso, accusato nondimeno per tale da testimonianze ed argomenti di tanta probabilità che fanno quasi certezza. Dei quali non ultimo è certamente l'amore e il riguardo specialissimo con che sopra tutti i suoi complici fu trattato dallo Sterbini, da Ciceruacchio, dal Guerrini e dagli altri soprammastri della rivoluzione, in cui servigio egli avrebbe fatto un si bel colpo. [...]

[...] Venuta poi la ristaurazione del Governo legittimo, la coscienza delle commesse scelleraggini e il timore del meritato supplizio spronò in fuga tutti i rei principali, che trovarono e godono tuttora quasi tutti in estere contrade esilio, non solamente sicuro, ma sovente onorato. Alcuni nondimeno furono raggiunti dal braccio della giustizia prima che giungessero a valicare i confini, come i due Costantini e Felice Neri, che sul punto d'imbarcarsi per la Grecia vennero arrestati in Ancona nel Gennaio del 1850.[...]

[...] Finalmente il 17 Maggio dello stante anno 1854 il Supremo Tribunale della Sacra Consulta terminò questa celebre causa, intitolata "Romana di lesa maestà con omicidio in persona del conte Pellegrino Rossi", pronunziando la sua sentenza. La quale di tutti i rei non contumaci, due soli come precipui colpisce con pena di morte, il Grandoni e Sante Costantini; pochi altri condanna in galera perpetua o a tempo, sospendendo tuttavia sovra altri minori complici in gran numero la vendetta della pubblica giustizia.[...]

[...] Dei due sentenziati a morte, il Grandoni abbandonatosi alla disperazione, prevenne, strozzandosi con un fazzoletto in carcere, la scure del giustiziere o la grazia del Principe, e Sante Costantini ostinatosi in quella funestissima impenitenza che sembra essere il marchio diabolico della setta a cui serviva, andò al supplizio vomitando fino all'estremo grida di ribellione e di bestemmia.

L'esecuzione di Sante Costantini

Poco dopo le sei del mattino di sabato 22 Luglio 1854 Sante Costantini salì il patibolo eretto sulla piazza della Bocca della Verità. La condanna a morte gli era stata annunciata solo poche ore prima, alle dieci di sera, dopo che era stato trasferito dal San Michele alle Carceri Nuove. Il rapporto del presidente della Sacra Consulta, Monsignor Sagretti dice: "Il suo portamento era ilare e disinvolto. Allorquando dal Cursore gli è stata intimata ne' modi consueti la sentenza, si è espresso contro quell'impiegato ed il Supremo Tribunale con parole ingiuriose e sconcie. Abbracciato poi dai Signori Confratri, ha mostrato subito la più decisa avversione alla pratica di ogni dovere religioso. Non molto tempo dopo ha fatto richiesta di una copia della sentenza che lo riguarda, il che non si è creduto opportuno di negargli. La lettura di questa lo ha tenuto occupato per lo spazio di circa mezz'ora, ed ha quindi dichiarato essere la medesima un complesso di menzogne e d'infamie. Ha proseguito poscia a mostrarsi sordo ad ogni caritatevole e religiosa esortazione dei Signori Confratri, tenendo un linguaggio pieno di false massime e stravolgendo i più sagri principii della nostra Santa Religione."

I "Confratri" erano i membri dell'arciconfraternita di San Giovanni Decollato, il cui nome era fin troppo evocativo dell'opera di misericordia che s'incaricavano di svolgere. Quel povero disgraziato del Costantini, invece d'essere lasciato in pace a piangere la sua sventura, fu costretto per tutta la notte ad ascoltare quattro messe e a sentire le prediche d'un canonico e d'un paio di frati che volevano convertirlo.

Alla fine Monsignor Sagretti, quello che firmava tutto, firmò anche questo rapporto: "Carceri Nuove - ore 6,20 antimeridiane del dì 22 Luglio 1854.

In quest'istante è stata eseguita, mediante decapitazione, la sentenza che colpì Sante Costantini. Il suo trasporto dalle Carceri Nuove a questa piazza de' Cerchi è seguito senza alcuna rimarchevole circostanza, se si eccettuano poche parole da lui pronunciate, ma che furono da pochi ascoltate per rollar di tamburi che si aveva avuto la precauzione di porre intorno al carro che lo trasportava. Nel primo passare sotto il patibolo, non si è per alcun modo conturbato; anzi, mirandolo indifferente si è espresso: "Adesso ci vedremo". Condotto nella conforteria, ha rigettata, come per lo innanzi, ogni religiosa ammonizione dei Signori Confratri, per cui, essendo trascorsa l'ora prestabilita e non offrendosi la più remota speranza di conversione, si è ordinato che venisse eseguita la sentenza. Tradotto sul patibolo, le cui scale ha salito con furiosa sollecitudine, ha emesso un forte grido: "Viva la Repubblica" dopo di che ha cacciato la testa sotto il ferro, senza che il Carnefice o con la parola o con l'opera sua ve lo costringesse. Il popolo, non numeroso, mantenne il più profondo silenzio. Il corpo dell'esecutato fu lasciato in potere degli agenti di Polizia con istruzione di porlo subito in luogo sicuro, e fu fatto dai medesimi trasportare nel recinto dello Stabilimento de'Selci perchè nella notte prossima abbia sepoltura fuori del sagro."

Bibliografia

Storia dell'assassinio di Pellegrino Rossi tratta dai processi e descritta dalla civiltà cattolica. Torino, 1854.
Ciceruacchio e Don Pirlone. Ricordi storici della Rivoluzione Romana dal 1846 al 1849. Raffaello Giovagnoli. Roma, 1894
Storia avventurosa della Rivoluzione Romana.Repubblicani, liberali e papalini nella Roma del '48. Stefano Tomassini. Il Saggiatore, 2008
Wikipedia per le varie voci.

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