Campo di Concentramento di Colfiorito

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Costruzione del Campo

Nel 1882 il Genio civile costruì su di un terreno denominato “campo S. Pietro”, appartenuto alla confraternita del Santissimo Sacramento di Colfiorito, un complesso di 9 capannoni, destinato all’accantonamento militare. Colfiorito, una frazione del comune di Foligno situata sull’omonimo altipiano, si colloca sulla dorsale appenninica umbro-marchigiana, ad un’altezza di 750 m. sul livello del mare. Da lì a tre anni, lo svolgimento delle esercitazioni militari divenne regolare: vi stazionavano alternativamente batterie provenienti da Foligno, Terni, Ancona e Fano.

Dal 1920 al 1925 i militari abbandonarono i casermoni, che rientrarono a far parte del demanio statale, il quale ne dispose l’utilizzo da parte dei privati.

Riattivazione del Campo

Le caratteristiche strutturali dei capannoni, come la capacità di ricezione, la presenza di acqua potabile e di energia elettrica, la recinzione dell’area, furono dunque segnalate dall’ispettore di pubblica sicurezza Ercole Conti al capo della polizia, nel 1936, a sostegno dell’idoneità dell’ex poligono di Colfiorito come campo di concentramento. Riguardo ai capannoni di Colfiorito, Conti aveva concluso che “ I locali anzidetti per essere posti in piena efficienza, abbisognerebbero di alcuni lavori, specie di ripulitura, che importerebbero però una spesa limitata”.

Primo periodo di attività

Con l’entrata in guerra dell’Italia, l’8 giugno 1940 vengono emanate dal ministero le direttive per i campi di concentramento e le località di internamento previste dalla legge di guerra. Nel momento in cui viene presa la decisione di dotare la provincia di un campo per internati, scegliendo definitivamente Colfiorito, non viene tenuta in adeguata considerazione la sua posizione montana, e così, nel suo primo periodo di attività, il campo ha durata molto breve: 7 mesi, tra il luglio 1940 e la prima metà del gennaio 1941, quando l’inadeguatezza delle strutture a fronteggiare il freddo e la neve inducono la prefettura a chiudere le baracche e a trasferire gli internati.

Ristrutturazione del Campo

Il 4 ottobre 1942, la tenenza dei carabinieri di Foligno scortava a Colfiorito cento prigionieri inglesi e sudafricani, provenienti dal campo n. 54 di passo Corese, perché fossero adibiti “nei lavori di sistemazione del costruendo campo”.“ Si può dire che in questo particolare momento, il campo di Colfiorito, è stato un campo per prigionieri di guerra, ma non lo è mai stato ufficialmente”. Il campo venne ristrutturato e riattivato e nel 1943 era del tutto agibile e funzionante e tale restò fino all’armistizio.

Gli internati del Montenegro

L’ultimo periodo di attività del campo di Colfiorito, va dal Gennaio al Settembre 1943, sotto la gestione dell’esercito italiano. In questi nove mesi si registra la presenza di 1500 internati montenegrini. Dai territori jugoslavi occupati militarmente dall’Italia e dalla Germania, avviene una deportazione massiccia in campi italiani. Nel luglio del 1941, in Montenegro, il popolo scatena una grande rivolta contro l’occupante italiano. Le esigenze della repressione, spingono verso la costruzione di campi dove deportare i rivoltosi montenegrini. Alcuni vengono impiantati nello stesso Montenegro, ma il territorio montenegrino presentava non pochi problemi, troppo piccolo, troppo montuoso, ma soprattutto presentava il rischio che altri rivoltosi andassero a liberare i prigionieri. Altri campi vengono costruiti in Albania, da qui gli internati venivano portati in Italia via mare, sbarcati ad Ancona o a Trieste, e poi in treno fino ai campi in territorio italiano. I primi 700 montenegrini arrivano a Colfiorito nel gennaio del 1943, altri 300 nell’aprile, 300 nel mese di giugno, infine, poco meno di 200 in agosto. La vita nel campo è molto dura, gli internati non ricevono nessun sussidio. Non essendo stati internati dal ministero dell’Interno, il loro si configura come un internamento del tutto illegale. I montenegrini di Colfiorito non erano prigionieri di guerra, ma persone ritenute fiancheggiatrici del movimento partigiano, o parenti dei rivoltosi; quasi tutti i campi da cui provenivano erano campi per ostaggi, e da essi, per un ufficiale italiano ucciso in Montenegro, venivano prelevati 50 internati e fucilati, secondo i dettami della brigata Pusteria[1], che fu una delle più drastiche nella deportazione dal Montenegro. Si calcola che gli internati montenegrini nel 1943 furono circa 10.000; a Colfiorito, quindi, fu presente circa il 10% dei prigionieri del Montenegro. Gli internati di Colfiorito, all’indomani dell’8 settembre, fuggirono e si diressero soprattutto verso le vallate umbro-marchigiane; essi pagarono un prezzo di sangue notevolissimo per la nascita della nostra Repubblica, unendosi con i partigiani e combattendo con loro per la liberazione dell’Italia. Una testimonianza di Adelio e Fausta Fiore, raccolta da Luciana Brunelli, consente di riconoscerne, nella sola brigata Garibaldi di Foligno, almeno 20; ben 6 di questi moriranno in combattimento, tra Cesi, Montecavallo e Dignano, nei dintorni di Colfiorito. In base ad un rapporto del presidente della provincia di Perugia, Armando Rocchi , nel marzo 1944 circa 300 montenegrini agirono con i ribelli a Serravalle del Chienti, in provincia di Macerata. Possiamo dunque pensare che gran parte dei prigionieri internati a Colfiorito si sia portata in quella zona, nella provincia di Macerata, adiacente a Colfiorito, che, in quanto situata sulla Statale 77 della Val di Chienti, veniva allora, dopo l’8 settembre, a trovarsi in una posizione strategica, sia per il transito delle truppe tedesche, sia per i collegamenti tra i distaccamenti della brigata Garibaldi, accampati nelle zone di Dignano, Cesi, Arvello, Collecroce, sia per i collegamenti tra la Resistenza marchigiana e quella umbra, tra Serravalle e Foligno.

Note

  1. La Divisione "Pusteria" è stata una delle divisioni alpine dell'Regio Esercito Italiano che hanno partecipato alla seconda Guerra Mondiale. Nel 1941 le forze dell'Asse (Germania e Italia) avevano invaso la Jugoslavia; la Pusteria venne inviata a presidiare il Montenegro.

Bibliografia

Dall’internamento alla libertà - Il Campo di Concentramento di Colfiorito a cura di Olga Lucchi - Estratto: Un campo di concentramento fascista in Italia: Colfiorito 1940-1941 di Patrizia Fedeli

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