Vai al contenuto

Il Campo di Concentramento di Colfiorito

Da WikiFoligno.


Costruzione del Campo

Nel 1882 il Genio Civile costruì nove capannoni su un terreno chiamato "Campo San Pietro", che era della confraternita del Santissimo Sacramento di Colfiorito, destinati all’accantonamento militare.

I capannoni erano fatti di muratura e avevano tre ingressi ciascuno. Il tetto, con tegole e coppi, era sostenuto da una struttura in legno alta in media 3,50 metri. Otto capannoni erano lunghi 45 metri e larghi 9; l'ultimo era lungo 60 metri e largo 7.

I capannoni si trovavano in un'area recintata con filo spinato, grande 30.000 metri quadrati, che costeggiava per circa 300 metri la strada statale Val di Chienti. Nella stessa area c'erano anche una palazzina di due piani, un pozzo di acqua di sorgente e due latrine a fossa.

A circa 100 metri di distanza, dall'altro lato della recinzione, c'erano altri due capannoni: uno usato come infermeria e l'altro come cucina e mensa.

Tre anni dopo, le esercitazioni militari divennero regolari, con batterie che stazionavano a turno da Foligno, Terni, Ancona e Fano.

Dal 1920 al 1925 i militari abbandonarono i casermoni, che rientrarono a far parte del demanio statale, il quale ne dispose l'utilizzo da parte dei privati.




Riattivazione del Campo

Nel 1936, l'Ispettore di Pubblica Sicurezza Ercole Conti segnalò al Capo della Polizia le caratteristiche strutturali dei capannoni, come la capacità di accoglienza, la disponibilità di acqua potabile ed energia elettrica, e la recinzione dell'area. Queste osservazioni servirono a dimostrare l'idoneità dell'ex poligono di Colfiorito come campo di concentramento. Riguardo ai capannoni di Colfiorito, Conti concluse che, per renderli pienamente efficienti, sarebbero stati necessari alcuni lavori, soprattutto di pulizia, con una spesa limitata.

Dopo aver ottenuto l'approvazione dal Ministero della Guerra, il Ministero dell'Interno incaricò, il 2 dicembre 1938, l'Ispettore Generale Raffaele Capobianco di effettuare un nuovo sopralluogo. Il funzionario si recò a Colfiorito accompagnato dal Commissario di Pubblica Sicurezza di Foligno e da due geometri capo, uno del Genio civile e l'altro dell'Ufficio Tecnico erariale.

Capobianco descrisse la località, fornendo dettagli sulle condizioni climatiche e sociali, nonché sullo stato dei capannoni. Notò la necessità di importanti lavori di restauro qualora gli edifici fossero stati utilizzati per un campo di concentramento. Tra i lavori necessari erano inclusi: la trasformazione di due cameroni per offrire un alloggio adeguato al personale di vigilanza; la modifica di un altro locale per adibirlo a cucina e mensa dei confinati; l'incremento del numero di latrine; la costruzione di garitte; il rafforzamento della recinzione con filo spinato; e l'installazione di luci all'esterno dei cameroni e degli edifici.

Pertanto, una volta completati i lavori di trasformazione, il campo avrebbe potuto ospitare circa 600 confinati, sorvegliati da 100 uomini di forza pubblica. La palazzina sarebbe stata utilizzata come ufficio e alloggio del direttore del campo, mentre altri due edifici sarebbero serviti come mensa e cucina per il personale e come infermeria.


Primo periodo di attività

Con l’entrata in guerra dell’Italia, l’8 giugno 1940 vengono emanate dal ministero le direttive per i campi di concentramento e le località di internamento previste dalla legge di guerra.

Quando si decise di creare un campo per internati nella provincia e si scelse Colfiorito, non si valutò adeguatamente la sua posizione montana. Per questo, il campo ebbe una breve vita iniziale: sette mesi, da luglio 1940 a gennaio 1941. A causa delle strutture inadeguate a resistere al freddo e alla neve, la prefettura decise di chiudere le baracche e trasferire gli internati.


Ristrutturazione del Campo

Il 4 ottobre 1942, cento prigionieri inglesi e sudafricani, provenienti dal campo n. 54 di passo Corese[1], furono scortati a Colfiorito dai carabinieri di Foligno. Dovevano essere impiegati nei lavori di sistemazione del campo in costruzione. In quel periodo, Colfiorito funzionò come campo per prigionieri di guerra, anche se non fu mai ufficialmente designato come tale.

Il campo fu ristrutturato e riaperto. Nel 1943 era pienamente operativo e rimase tale fino all'armistizio.

Gli internati del Montenegro

L'ultimo periodo di attività del campo di Colfiorito, da gennaio a settembre 1943, fu gestito dall'esercito italiano. In questi nove mesi furono internati 1.500 montenegrini. Una deportazione massiccia verso i campi italiani avvenne dai territori jugoslavi occupati militarmente dall'Italia e dalla Germania.

Nel luglio 1941, in Montenegro, la popolazione insorse in una grande rivolta contro l'occupante italiano. Le necessità di repressione portarono alla costruzione di campi per deportare i montenegrini rivoltosi. Alcuni campi furono costruiti nello stesso Montenegro, ma il territorio montenegrino presentava notevoli difficoltà: era troppo piccolo, troppo montuoso e, soprattutto, comportava il rischio che altri rivoltosi liberassero i prigionieri. Altri campi sorsero in Albania. Da qui, gli internati venivano trasportati in Italia via mare, sbarcando ad Ancona o a Trieste, e poi proseguendo in treno verso i campi situati in territorio italiano.

I primi 700 montenegrini giunsero a Colfiorito nel gennaio 1943, seguiti da altri 300 ad aprile, 300 a giugno e, infine, poco meno di 200 in agosto. La vita nel campo era estremamente dura e gli internati non ricevevano alcun sostegno. Poiché non erano stati internati dal Ministero dell'Interno, il loro internamento fu del tutto illegale. I montenegrini di Colfiorito non erano prigionieri di guerra, ma persone considerate sostenitrici del movimento partigiano o parenti dei rivoltosi. La maggior parte dei campi da cui provenivano erano campi per ostaggi: per ogni ufficiale italiano ucciso in Montenegro, venivano prelevati 50 internati e fucilati, secondo le direttive della brigata Pusteria[2], che si distinse per la sua estrema durezza nella deportazione dal Montenegro.

Si stima che nel 1943 circa 10.000 montenegrini fossero internati in Italia; pertanto, a Colfiorito era presente circa il 10% di questi prigionieri. Dopo l'8 settembre, gli internati di Colfiorito fuggirono, dirigendosi principalmente verso le vallate umbro-marchigiane. Essi contribuirono in modo significativo alla nascita della Repubblica, unendosi ai partigiani e combattendo al loro fianco per la liberazione dell'Italia.

Una testimonianza di Adelio e Fausta Fiore, raccolta da Luciana Brunelli, indica che almeno venti di loro si unirono alla sola brigata Garibaldi di Foligno. Sei di questi morirono in combattimento tra Cesi, Montecavallo e Dignano, nei dintorni di Colfiorito.

Secondo un rapporto del presidente della provincia di Perugia, Armando Rocchi, nel marzo 1944 circa 300 montenegrini combatterono con i ribelli a Serravalle del Chienti, in provincia di Macerata. È quindi plausibile pensare che molti dei prigionieri internati a Colfiorito si siano spostati in quella zona della provincia di Macerata, vicina a Colfiorito. Questa area, situata lungo la Statale 77 della Val di Chienti, assunse un'importanza strategica dopo l'8 settembre, sia per il passaggio delle truppe tedesche, sia per i collegamenti tra i distaccamenti della Brigata Garibaldi acquartierati nelle zone di Dignano, Cesi, Arvello e Collecroce, sia per i collegamenti tra la Resistenza marchigiana e quella umbra, in particolare tra Serravalle e Foligno.

Ex prigionieri Slavi nella Resistenza

Quello che segue è un elenco, assolutamente incompleto, degli ex internati nel campo di concentramento di Colfiorito che si sono uniti alle varie Brigate Partigiane. In assenza del nome si è indicato, tra virgolette, il soprannome con cui erano conosciuti. Nessuno di loro è sopravvissuto alla Lotta di Liberazione.

  • Banjević Miljan
  • Barjamović (o Bajramović) Gavrilo
  • Bojičić Gojko - Menzionato come Goiko nella lapide a Foligno
  • Bojović Janićije
  • Bokan Mitar
  • Bujić (o Buvić, Bovič) "Tomo"
  • Cemović Panto
  • Čokorilo Vasilije - Menzionato come Vassika nella lapide a Foligno
  • Crnčević "Blazo"
  • Crnčević "Vaso" ("Savo"?)
  • Darčević Marko
  • Djukanović Spasoje
  • Filipović Vojislav
  • Gezović Mališa
  • Hrvatin (o Horvatin) "Božo"
  • Ilić Ilija
  • Iličković Jovan
  • Ivković Gojko
  • Karadaglić Jovan
  • Knežević Branko - Menzionato come Branco nella lapide a Foligno
  • Kustudić Marko - Menzionato come Rustovic nella lapide a Foligno
  • Lačković Milisav
  • Leković Vojislav
  • Lijesević Ilija
  • Lopičić "Milo"
  • Marković Miketa
  • Mijović "Savo"
  • Milanović Branko
  • Milanović Ilija
  • Milanović Veljko
  • Milošević Dragoljub
  • Mitrović Aleksandar
  • Petrović Vladimir
  • Popović Blagoje
  • Radonjić Ljubo
  • Radović Lazar
  • Radusinović Branko
  • Rajković Andrija
  • Ratković Aleksa
  • Tomović Marijan - Menzionato nella lapide a Foligno
  • Tomović Milan - Menzionato nella lapide a Foligno
  • Vučinić Radoš
  • Vujačić "Kosta"
  • Vujačić Rako (forse confuso con il precedente)
  • Vuksanović Marko

Note

  1. Frazione di Fara in Sabina, fino al 1923 in provincia di Perugia, poi in provincia di Roma, e nel 1927, a seguito del riordino delle circoscrizioni provinciali stabilito dal regio decreto n. 1 del 2 gennaio 1927, per volontà del governo fascista, quando venne istituita la provincia di Rieti, Fara Sabina passò in quella di Rieti.
  2. La Divisione "Pusteria" è stata una delle divisioni alpine del Regio Esercito Italiano che hanno partecipato alla Seconda Guerra Mondiale. Nel 1941 le forze dell'Asse (Germania e Italia) avevano invaso la Jugoslavia; la Pusteria venne inviata a presidiare il Montenegro.

Bibliografia Fotografica

Le immagini a corredo delle pagine sono proprietà dei rispettivi autori.
Per richiedere la rimozione di una o più immagini, inviare una e-mail a: postmaster@spqf.it.
N.B.: Immagini particolarmente deteriorate sono state sottoposte a restauro digitale.

Bibliografia

Voci Correlate


I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando i nostri servizi, accetti il nostro utilizzo dei cookie.