La Resistenza

Il Comitato di Liberazione Nazionale

"Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni." Questa mozione, approvata il 9 settembre 1943, sancisce la nascita del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), una struttura politico-militare che avrebbe caratterizzato la Resistenza Italiana contro l'occupazione tedesca e le forze collaborazioniste fasciste della Repubblica di Salò, per tutto il periodo della Guerra di Liberazione. Alla seduta di fondazione parteciparono: Ivanoe Bonomi (DL, Presidente), Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola (PCI), Alcide De Gasperi (DC), Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea (PdA), Pietro Nenni e Giuseppe Romita (PSI), Meuccio Ruini (DL), Alessandro Casati (PLI). Il mese successivo si erano già costituiti i Comitati Regionali, successivamente vennero costituiti anche Comitati Provinciali.

A Foligno, l'ultimo podestà fascista, il possidente Federico Sorbi, cessò dalla carica il 12 agosto 1943. Venne nominato Commissario Prefettizio l'avvocato Benedetto Pasquini, uno dei fondatori e promotori del Partito Popolare a Foligno e in tutta l'Umbria, uomo di indiscusso carisma e moderazione quanto intransigente antifascista. Dopo la nascita della Repubblica Sociale, i fascisti folignati e le autorità provinciali lo lasciarono nella carica di Commissario Prefettizio, pur sapendo che era fra i membri (anzi, ne detenne formalmente la presidenza) del neonato CLN cittadino, perché le più volte dimostrate capacità di amministratore lo accreditavano come il solo capace di gestire la città, le sue necessità ed emergenze. Queste ultime non erano trascurabili, perché tutta l'area era disseminata di infrastrutture militari tra cui un campo d'aviazione, uno snodo ferroviario importante e dal 1911 le annesse "Officine Grandi Riparazioni" delle Ferrovie dello Stato, oltre a numerosi stabilimenti industriali legati direttamente o indirettamente alla produzione bellica. Se a tutto ciò si aggiunge la posizione geografica di assoluta centralità lungo la via Flaminia, e suo punto di collegamento con il capoluogo, si comprende quanto Foligno abbia rappresentato uno degli obiettivi primari per i bombardieri alleati.
Il Comitato di Liberazione che venne radunato a settembre ricalcava la vivace complessità del mondo politico folignate, manifestando subito un carattere che poi divenne distintivo nei mesi della Resistenza e marcò questa realtà anche nella rinascita postbellica: la partecipazione anche di elementi del clero e rappresentanti della società civile, allora ancora estranei ad appartenenze partitiche.

Insieme a Benedetto Pasquini, il cui ruolo istituzionale garantiva innanzitutto ampie possibilità nella contraffazione di documenti per renitenti, disertori e ricercati, spiccava la figura del repubblicano Vincenzo Ciangaretti, uomo politico di straordinaria lungimiranza, fra gli esponenti più autorevoli del panorama politico umbro tra guerra e dopoguerra. Insieme a loro componevano questa ampia rete due antifascisti ormai maturi e provati, come il socialista Ferdinando Innamorati e il suo omonimo, comunista, Francesco. Con loro Ulderico Ferroni, Giuseppe Raponi, Vincenzo Innocenzi, Edmondo Monti, Decio Ercolini, Giulio Nicoletti, Ottorino Palmieri, Donato Passarelli Pula. Vi erano infine Ciro Ciri e la moglie Olga Caputo, instancabili in tutti i mesi di clandestinità nel procurare fondi, armi e rifornimenti, mantenere contatti fra la città e i gruppi in montagna. Un impegno mai fiaccato, anzi rinvigorito, nonostante la perdita per mano dei fascisti già il 26 ottobre 1943 del figlio Franco, primo caduto della Resistenza folignate. Uno spazio ben determinato merita infine monsignor Luigi Faveri, vicario generale della Diocesi e parroco della Cattedrale di S. Feliciano.
Le Brigate Garibaldi
Le brigate d'assalto "Garibaldi", durante la Resistenza Italiana, costituirono formazioni partigiane principalmente affiliate al Partito Comunista Italiano. Al loro interno militavano anche esponenti di altri partiti aderenti al CLN, in particolare di matrice socialista. Minori furono invece i componenti legati al Partito d'Azione o democristiani. Di fatto, la maggior parte dei combattenti delle Brigate Garibaldi non possedeva una chiara identità politica. Sotto il coordinamento di un comando generale, guidato dagli esponenti comunisti Luigi Longo e Pietro Secchia, le Brigate Garibaldi rappresentarono le formazioni partigiane più numerose e quelle che registrarono le maggiori perdite complessive durante la Guerra Partigiana. A scopo di riconoscimento in azione, i componenti delle brigate indossavano fazzoletti rossi al collo e stelle rosse sui copricapi. Il modello organizzativo fu definito dalla direzione del PCI. La scelta del termine "Brigata" non fu arbitraria, ma rappresentò il superamento della precedente denominazione di "banda". "Brigata" implicava un legame organizzativo di stampo militare tradizionale, caratterizzato da una chiara dipendenza gerarchica tra le unità operative e i livelli politico-militari superiori. L'intitolazione di tali unità a Giuseppe Garibaldi intendeva evocare la sua figura, popolare e quasi mitica, del Risorgimento italiano. Le dimensioni delle brigate erano adattate al contesto operativo specifico. La struttura delineata dal PCI prevedeva, oltre a un comandante militare, la figura di un commissario politico, cui erano conferiti pari poteri militari, ma il cui ruolo era altresì incentrato sull'attività di propaganda e sull'istruzione dei partigiani. Tale assetto organizzativo era replicato anche nelle squadre, nei battaglioni e negli altri sotto-raggruppamenti. La denominazione "assalto" fu una precisa scelta politica, finalizzata a rimuovere ogni incertezza sulla possibilità di condurre la lotta e a superare i dubbi inerenti al confronto con i fascisti.
La IV Brigata Garibaldi Foligno
Le prime formazioni partigiane emersero nei dintorni di Spello e Foligno in seguito all'armistizio, per poi organizzarsi in Brigata su iniziativa del Tenente Antero Cantarelli. La genesi dei due nuclei (Folignati e Spellani) fu indipendente. Mentre gli Spellani intrattenevano contatti principalmente con le formazioni del perugino, di orientamento prevalentemente comunista, i Folignati erano in maggioranza di estrazione cattolica, legati all'Istituto San Carlo. Il comandante, Tenente Antero Cantarelli, ricopriva la carica di Presidente diocesano della Gioventù di Azione Cattolica.
Numerosi membri della IV Brigata Garibaldi avevano maturato la propria formazione presso il Circolo San Carlo, il rinomato circolo cattolico folignate che, a partire dal 1888, aveva svolto un'attività formativa di rilievo tra i giovani, concernente non solo la sfera spirituale-religiosa, ma anche quella etico-civile. Durante il periodo fascista, il circolo divenne un autentico centro di formazione, una scuola di libertà e, in quanto tale, un terreno fertile per l'antifascismo. Inoltre, le violenze, gli episodi di intolleranza e le intimidazioni perpetrate dai fascisti suscitarono in molti giovani cattolici del circolo una rivolta di ordine morale e sentimenti di ribellione nei confronti del sistema autoritario e dittatoriale.
È proprio tra le mura del "S. Carlo" che subito dopo 1'8 settembre, insieme a monsignor Faveri, Adelio Fiore (ventitreenne aviere fino a qualche giorno prima in servizio all'aeroporto di Foligno, nonché stimato calciatore), Giacinto Cecconelli (di un anno più grande, studente di giurisprudenza e sottotenente di fanteria) e, dopo il suo rientro, Antero Cantarelli, Presidente diocesano dell'Azione Cattolica e futuro Comandante della Brigata, promuovono riunioni con altri giovani concittadini, frequentatori dell'istituto, propensi a prendere le armi contro il regime. La decisione di salire in montagna è rapida, mentre inizia il frenetico lavoro del CLN, e di tante famiglie fidate della città, per garantire sopravvivenza, protezione e armamento di questi uomini, oltre all'avviamento in montagna di altri volontari.
La data ufficiale di costituzione della Brigata è il 22 settembre 1943, con sede presso la Cascina Raticosa[1]. La posizione è considerata strategica, dato che la migliore via di accesso (da Ponze) e le strade circostanti sono raramente percorribili da mezzi, soprattutto in autunno-inverno. Intorno solo minuscoli paesi quando non semplici agglomerati di case sparse: Cupoli, Cancelli, Civitella, Acqua S. Stefano, zone disagevoli dove i partigiani trovano una popolazione ospitale e disposta ad aiutare. Con questi un sacerdote, don Pietro Arcangeli, dal 1942 parroco di Casale con la reggenza anche di Cupoli, Cancelli, Cascito, Civitella e Vallupo, che si dimostra subito incline ad andare ben oltre un semplice aiuto e sostegno nel momento del bisogno. Poche decine di persone, prima della fine del settembre 1943, avevano organizzato la "Garibaldi" di Foligno, che in seguito ottenne l'adesione di circa 650 combattenti e civili.

Da sinistra: Enrico Cimarelli, Eugenio Cucciarelli, un montenegrino, Antonio Salcito, Mario Tardini, Antero Cantarelli, Mauro Antonini, Socrate Mattoli, Spartaco Pattumi, Asiago Cerretti, Fausto Franceschini, un montenegrino, Adelio Fiore (avanti). Non si vede Giacinto Cecconelli che sta fotografando.
| Componenti IV Brigata Garibaldi Foligno settembre-ottobre 1943 | ||||||
| Nome e Cognome | Classe | Nato a | Professione | Grado nell'esercito | Arruolamento nella Brigata | Grado nella Brigata |
|---|---|---|---|---|---|---|
| Enrico Cimarelli | 1917 | Foligno | 22.9.1943 | Intendente di Brigata | ||
| Eugenio Cucciarelli | 1920 | Fossato di Vico | Studente | Sottotenente di Fanteria | 22.9.1943 | Comandante di Zona |
| Antonio Salcito | 1887 | Casalnuovo Monterotaro (FG) | Tenente Colonnello di Fanteria | 30.9.1943 | Comandante di Brigata | |
| Mario Tardini | 1917 | Foligno | Militare | 22.9.1943 | Tenente Comandante di Battaglione | |
| Antero Cantarelli | 1917 | Foligno | Maestro | Sottotenente di Complemento di Fanteria | 22.9.1943 | Maggiore Comandante di Brigata |
| Mauro Antonini | 1920 | Foligno | Civile | 22.9.1943 | Medico di Brigata | |
| Socrate Mattoli | 1922 | Foligno | Civile | Studente | 22.9.1943 | Addetto Alla Radio della Brigata |
| Spartaco Pattumi | 1924 | La Spezia | Militare | 1.10.1943 | ||
| Asiago Cerretti | 1918 | Foligno | Militare | 1.10.1943 | Sottotenente Comandante Distaccamento | |
| Fausto Franceschini | 1924 | Foligno | Studente | Militare | 22.9.1943 | Vicecomandante di Brigata |
| Adelio Fiore | 1920 | Foligno | Calciatore | Militare | 22.9.1943 | Commissario Politico di Battaglione |
| Giacinto Cecconelli | 1919 | Manzano (UD) | Studente | Sottotenente di Fanteria | 22.9.1943 | Vice Comandante di Brigata |
| Angelo Morlupo | 22.9.1943 | |||||
| Balilla Morlupo | 22.9.1943 | Commissario Politico di Brigata | ||||
| Bernardo Toni | Civile | 22.9.1943 | Comandante di Squadra | |||
| Ciro Ciri | Civile | 22.9.1943 | Membro del C.L.N. | |||
| Enrico Mascioli | Militare | 22.9.1943 | Commissario Politico Battaglione | |||
| Francesco Castellani | 22.9.1943 | Comandante di Distaccamento | ||||
| Franco Ciri | Militare | 22.9.1943 | Comandante di Battaglione | |||
| Franco Lupidi | Militare | 22.9.1943 | Comandante Battaglione | |||
| Luciano Formica | Civile | 22.9.1943 | Comandante Battaglione | |||
| Marcello Formica | Civile | 22.9.1943 | Comandante Battaglione | |||
| Mario Franceschini | Militare | 22.9.1943 | ||||
| Mario Tardini | Militare | 22.9.1943 | Comandante di Distaccamento | |||
| Olga Caputo Ciri | Civile | 22.9.1943 | Membro del C.L.N. | |||
| Orlando Tardini | Militare | 22.9.1943 | ||||
| Otello Tardini | Civile | 22.9.1943 | Comandante di Squadra | |||
| Piero Donati | Civile | 22.9.1943 | Commissario Politico di Battaglione | |||
| Quinto Santarelli | Militare | 22.9.1943 | ||||
| Zeffirino Cerquiglini | Militare | 22.9.1943 | ||||
La Brigata si distingueva per l'età media particolarmente giovane dei suoi membri e per un forte radicamento sul territorio. Un'eccezione significativa era rappresentata dai circa 50 combattenti jugoslavi, organizzati nel Battaglione Peko Dapcevic, evasi dal Campo di Concentramento di Colfiorito[2].
Sin dai primi passi annoverano all'interno una piccola rappresentanza jugoslava, quattro uomini fatti fuggire dall'ospedale di Foligno (è solo il primo di una lunga serie di casi di collaborazione prestata da quel personale sanitario); successivo è l'arrivo, dopo la fuga da Colfiorito, del montenegrino Milan Tomovic. Il ragazzo dimostra immediatamente capacità militari e propensione al comando, ha una vasta cultura, coraggio e spregiudicatezza nelle azioni.
Il gruppo si organizza formalmente scegliendo un comandante e un nome. Per comandante viene scelto Antero Cantarelli, l'unico con una certa esperienza, diretta e indiretta, di guerriglia, grazie alla sua precedente permanenza in Jugoslavia. Tuttavia, Cantarelli rifiuta l'incarico e indica il tenente colonnello di fanteria Antonio Salcito. Salcito diventa così il primo responsabile militare di una formazione che viene chiamata "Giuseppe Garibaldi". Il nome "Garibaldi" fu suggerito ai giovani di Foligno proprio dal colonnello Salcito, che si era unito al gruppo il 30 settembre. Salcito, militare esperto sfollato con la famiglia a Roviglieto, diede questo suggerimento che venne accolto, come confermato dal comandante Cantarelli, dato che "Salcito ne sapeva più di noi".
Organizzazione e radicamento delle Brigate Partigiane

Nel settembre del 1943, in montagna, presso la Raticosa, il numero dei "ribelli" folignati era limitato. Nelle "retrovie", tuttavia, operavano uomini e donne del CLN, organizzato in clandestinità. Era necessario incrementare il numero di entrambi. Non era ancora il momento di elaborare piani strategici difensivi o offensivi; occorreva invece affrontare le problematiche relative all'equipaggiamento e all'approvvigionamento, ovvero le forniture di viveri, armi, munizioni, vestiario, medicinali, denaro e alloggi. Si doveva altresì gestire le relazioni con la popolazione locale, che si dimostrava talvolta immediatamente collaborativa, altre volte diffidente e timorosa, e in talune circostanze poco affidabile. La popolazione montana, che scendeva a valle per il mercato dei propri prodotti (legna e formaggio), si rivelò presto in grado di raccogliere e trasmettere informazioni utili sui movimenti delle truppe tedesche e delle squadre fasciste.
Particolarmente distintosi per la sua efficacissima collaborazione fu Pietro Mattei di Cupoli, conosciuto dai partigiani come "maresciallo" e dai compaesani come "Pietruccella". Questo cinquantenne riuscì a coinvolgere e mobilitare gran parte della gente, impegnandosi a superare ogni forma di diffidenza e omertà. A suo ricordo, i partigiani serbarono un sentimento di profonda riconoscenza. Lo studente di ingegneria Socrate Mattoli, soprannominato "Chicchio", era responsabile della gestione di una radio ricetrasmittente.
Il CLN di Foligno, guidato da Benedetto Pasquini, Monsignor Luigi Faveri e rappresentanti dei partiti antifascisti, riforniva la via di Ponze di generi di prima necessità. Ogni partigiano dipendeva dal supporto di civili, generosi donatori e numerose staffette, incluse donne. L'esercito della Resistenza, in crescita e comprendente anche quindicenni, si ingrossava parallelamente ai combattenti. Esponenti del Comitato facevano visita ai partigiani per pianificare attacchi, difese e reclutamento. L'intesa tra combattenti e civili, fondamentale, era preservata dal comandante Cantarelli. Le differenze ideologiche furono superate dallo spirito di tolleranza nella Brigata Garibaldi.
Inizialmente, il rifornimento di carne rappresentava il problema più grosso per il Comitato, perchè si andavano a toccare interessi considerevoli di cittadini che si sentivano estranei, quanto meno, alla situazione. Si optò per trattare con i proprietari di bestiame, evitando requisizioni che, invece, si resero necessarie. Non potendo più nutrirsi di cibi scarsi, si decise di procurarsi la carne senza gravare sulla popolazione povera. Un'azione notturna nella stalla e nei recinti della tenuta "il Casone", nel piano di Colfiorito, permise a circa venti partigiani di impossessarsi di capi di bestiame. I proprietari, Sordini, informati, non denunciarono l'accaduto per timore di rappresaglie. Gli animali, condotti a Vallupo e Cancelli, venivano macellati settimanalmente e la carne distribuita a partigiani e popolazione. Ai proprietari venivano rilasciate ricevute per un futuro indennizzo dal CLN. Successivamente, il lanificio Tonti fu costretto a fornire tessuto di lana ai partigiani e alla popolazione, contribuendo alla loro fama di "briganti".
Oltre ai partigiani e alle famiglie che si erano spostate dalle città vicine, in montagna si nascondeva una grande varietà di persone. C'erano soldati sbandati, renitenti alla leva, ex prigionieri di guerra jugoslavi, russi, inglesi, greci e americani fuggiti dal campo di Colfiorito. C'erano anche reduci di guerra, fascisti travestiti, persone che lavoravano per entrambe le parti (doppiogiochisti), delinquenti comuni e persone con problemi psichici. Tutti cercavano di passare inosservati e di non farsi scoprire. Durante gli spostamenti tra montagne e valli, chiunque non fosse conosciuto poteva essere un nemico o una spia. Gli abitanti del posto, noti per la loro ospitalità, furono costretti ad accogliere e sfamare queste persone in transito. Purtroppo, spesso subirono violente punizioni da parte dei tedeschi per questo. Era importante evitare di stare in gruppo all'aperto, perché i tedeschi usavano un insidioso aereo da ricognizione, la "cicogna". Questo aereo scattava fotografie che, una volta ingrandite, potevano aiutare a identificare, grazie a delle spie, i luoghi e le persone frequentate dai partigiani. In questo modo, sorpreso dall'obiettivo in compagnia di alcuni giovani armati, il parroco di Casale e Cancelli, don Pietro Arcangeli, fu riconosciuto e arrestato (il 3 febbraio 1944), e quindi internato in Germania, da dove molti non fecero ritorno.
Un gruppo piuttosto numeroso si stava formando anche sul monte Subasio. L'iniziativa partì da alcuni giovani di Spello, tra cui i fratelli Luciano e Marcello Formica, i fratelli Antonio e Balilla Bordoni, Benito Balducci e Persiano Ridolfi (che in seguito divenne commissario politico di uno dei battaglioni). Il gruppo attivo sul Subasio iniziò le sue attività molto presto: sabotaggi, azioni di disturbo e alcuni scontri a fuoco, condotti con un'ottima tecnica di guerriglia, allarmarono rapidamente le autorità. Il 24 novembre, con un rastrellamento, controllarono tutta la zona montana, concentrandosi su Colperineri, un piccolo gruppo di case dove si trovava il comando. Non ci sono notizie di vittime, ma il gruppo si sciolse: alcuni abbandonarono definitivamente l'attività, mentre altri, tra cui il nucleo originale di Spello e gli jugoslavi, si unirono alla Brigata Garibaldi sulle montagne vicine. Tornando a Spello, i fascisti arrestarono Settimio Formica, padre di Luciano, Marcello e Giorgina.
Vicino alla Brigata Garibaldi, al confine con le Marche, erano già attivi alcuni gruppi, generalmente poco organizzati, come era comprensibile in quella fase. Anche ai margini del territorio di Foligno si segnalava la nascita di alcuni nuclei. In particolare a Bevagna, dove si raccoglievano renitenti della zona, e sui monti Martani, per iniziativa del tenente Romeo Bocchini. Si trattava di poche decine di uomini in tutto, che nei mesi successivi si avvicinarono progressivamente alla Brigata Garibaldi, diventandone poi ufficialmente dei distaccamenti.
- Alcuni Partigiani della IV Garibaldi
Azioni della Brigata Garibaldi

Con un CLN che ormai svolgeva, caso quasi unico in Umbria, un ruolo di guida e sostegno effettivo della lotta armata, l'azione della Brigata Garibaldi iniziò a svilupparsi nel mese di ottobre. Il primo atto di resistenza armata ebbe luogo il 26 ottobre 1943 a Foligno, con il prelievo di armi conservate presso gli orti del floricoltore Cerbini. Durante questa operazione, perse la vita uno dei ragazzi più attivi fin dai primi giorni, Franco Ciri, ucciso da una pattuglia di fascisti vicino al ponte fuori porta Firenze, mentre tornava a Raticosa con tre compagni dopo la missione in città.[3]
In seguito, furono recuperati beni dalla Chiesa di Sant'Agostino, che si trova in via Garibaldi. Questa chiesa era stata trasformata in un magazzino dove venivano stoccati indumenti militari italiani, scarpe, zaini e coperte. Un carrettiere molto fedele, parte della rete di supporto clandestina e identificato come Cardinali, trasportava la merce rubata sul suo carro trainato da cavalli, camuffandola. Il carico veniva poi spostato a dorso d'asino verso luoghi come Raticosa, Cupoli, Cancelli, Civitella e Vallupo. Raggiungeva altitudini di circa 800 metri fino a Ponze, dove la merce veniva distribuita ai gruppi partigiani della divisione "Garibaldi".
Queste operazioni di rifornimento, che si ripeterono per sei o sette volte, ebbero successo anche durante il primo bombardamento della città il 22 novembre 1943, un evento che causò molte vittime e distruzione. Adelio Fiore trasportò diverse salme all'obitorio, mentre altri riuscirono a recuperare dalle macerie la statua lignea della Madonna del Pianto, Patrona di Foligno. La statua era crollata insieme alla Chiesa della Madonna del Pianto, che si trovava molto vicina a quella di Sant'Agostino.
Il partigiano Antonio Pizzoni, un fornaio di Belfiore, informò la Brigata dell'esistenza di alcune armi che i militari avevano abbandonato dopo l'armistizio. Quattro partigiani scesero in quel paese: Bernardo Toni, Marcello Cerretti, Adelio Fiore e Bruno Serlupini. Il loro compito era recuperare sei fucili e munizioni, depositati e nascosti da antifascisti di Belfiore all'interno di una capanna situata sul fiume Topino, vicino a Scanzano. Quella stessa notte, Adelio Fiore ricevette in dono un'arma preziosa. Il donatore era un importante esponente della Resistenza, membro del Comitato di Liberazione. Si trattava del "sor" Fiore, cioè l'ex deputato socialista Ferdinando Innamorati, che in seguito divenne Sindaco di Foligno dopo la liberazione.
Assunta una struttura definita e relativamente solida, per quanto ancora carente nel numero degli effettivi, il comando della Garibaldi decise a dicembre di iniziare a mettere in sicurezza l'area circostante, cercando anche di incrementare un patrimonio di armi e munizioni che, nonostante l'impegno del CLN, era insufficiente per l'ulteriore salto di qualità a livello operativo che era nei piani.
Il 13 dicembre 1943, sfruttando il suggerimento degli informatori di agire in orario serale per sfruttare il buio e ostacolare l'arrivo di rinforzi, avvenne l'assalto alla caserma dei carabinieri di Casenove. La prima esperienza di disarmo si concluse in maniera positiva, e a quanto risulta anche incruenta: i militari del presidio furono accompagnati ad Acqua S. Stefano e lasciati liberi, dopo l'offerta di rimanere con i partigiani (proprio la sosta in questa località è però ritenuta da qualcuno un'imprudenza, considerando a posteriori le dinamiche del rastrellamento del 3 febbraio). La necessità di reperire delle calzature fece sì che i "ribelli" si impadronissero delle scarpe dei carabinieri, cedendo loro le proprie, talmente logore e malconce che alcuni di essi furono costretti a rimanere scalzi. Il giorno dopo videro arrivare a Raticosa il vice brigadiere, trentenne, che chiese di essere arruolato.
Subito dopo Natale, in una riunione tenuta a Raticosa, il comando della Brigata prese la decisione di operare un trasferimento di tutta la formazione nel territorio delle Marche, tenendo conto delle informazioni ricevute, studiata bene la mappa e definiti chiaramente gli obiettivi e le strategie. La pausa di riflessione servì a elaborare una linea complessiva d'azione che fu portata avanti nei mesi di gennaio e di febbraio, prevalentemente volta ad assalire le caserme per il prelievo di armi e munizioni, ma anche a portare sostegno e rinforzi a gruppetti ancora deboli di partigiani del maceratese, e mettere il fermento della rivolta fra quelle popolazioni. Pertanto negli ultimi giorni dell'anno 1943, la Brigata, attraversando le zone di Seggio, Colfiorito, Taverne, si mosse alla volta di Serravalle del Chienti, Pieve Torina e Camerino, per disarmarne le caserme simultaneamente.
La "Garibaldi" s'era tanto incrementata che i sessanta partigiani giunti ormai a Massa Profoglio poterono suddividersi in tre gruppi; il più consistente doveva dirigersi su Camerino, dove le due caserme di carabinieri e fascisti erano tenute dal numero più forte di circa quaranta uomini; gli altri due gruppi partirono per Serravalle e Pieve Torina contemporaneamente. Quelli che mossero su Camerino, dopo una sosta a Morro, vi giunsero il 4 gennaio e, disarmati i carabinieri, riuscirono a farsi aprire la porta della caserma dai fascisti.
Lo stesso giorno, al mattino, venne ucciso, ufficialmente mediante investimento "per cause non ancora precisate" da parte di un autocarro tedesco, Francesco Innamorati, una delle colonne del CLN e per un ventennio punto di riferimento di tutti gli oppositori al regime.
Durante un inverno particolarmente rigido, i partigiani della Garibaldi dovettero affrontare le difficoltà logistiche e le esigenze della lotta armata, senza mai dimenticare la protezione della popolazione locale. Quest'ultima, che da mesi li accoglieva e li sosteneva, era sempre più minacciata.
Le ostilità dei tedeschi contro i civili aumentarono significativamente nella seconda metà di gennaio, con l'uccisione indiscriminata di diverse persone.
Con il progredire dei mesi, l'incremento dell'esperienza militare di guerriglia degli jugoslavi e le direttive impartite dall'ispettore del PCI per le brigate garibaldine dell'Umbria, Celso Ghini, con l'indicazione di una "lotta senza quartiere contro l'occupante tedesco", l'attività della Brigata aumentò di livello, con una moltiplicazione degli attacchi contro i reparti tedeschi. Tale escalation fu favorita anche dal grave ferimento del comandante Cantarelli, che comportò un indebolimento della leadership cattolica, a vantaggio del modus operandi promosso dal Partito Comunista, a sostegno della lotta armata. In seguito alla riorganizzazione politica e strutturale della banda, fu nominato commissario politico il comunista Balilla Morlupo. Inoltre, nel febbraio 1944, alcuni esponenti della Brigata (probabilmente un partigiano montenegrino legato a comunisti locali) uccisero due sacerdoti della Diocesi di Foligno, don Ferdinando Merli e don Angelo Merlini.
L'assassinio di due preti
Due sacerdoti, quasi omonimi, assassinati a distanza di un'ora l'uno dall'altro, in località prossime e per mano dello stesso commando partigiano comunista. Le vittime, Merli e Merlini, furono uccise nella notte tra il 21 e il 22 febbraio 1944: il primo ad Assisi, dove si era rifugiato a causa del passaggio del fronte; il secondo nella canonica di Fiamenga, ove era parroco. Nonostante i responsabili non siano mai stati identificati, pare che i colpi mortali provenissero dalla medesima pistola, manovrata da un partigiano slavo di cui si conosce il nome, Marion Tomsic, il quale sarebbe stato a sua volta catturato e fucilato dalle milizie della RSI poco tempo dopo.

Don Ferdinando Merli era una figura importante a livello locale, come dimostra con cura e ricerche approfondite lo storico Antonio Nizzi. Nel suo libro sulla storia del Liceo Classico di Foligno, dove entrambi lavoravano, Nizzi dedica un intero capitolo al suo vecchio collega, intitolato "Il prete col fez".
Infatti, don Ferdinando, che appoggiava con passione il fascismo fin dall'inizio e partecipò alla Marcia su Roma, era solito indossare quel copricapo durante le tre date più importanti del fascismo: il 23 marzo, il 9 maggio e il 28 ottobre.
Ricopriva anche incarichi ufficiali: collaborava con giornali fascisti della regione e era responsabile dell'Opera Balilla. Essendo una persona colta, esprimeva le sue idee per iscritto, specialmente con poesie scritte per occasioni specifiche (come un'ode a un bicchiere usato da Mussolini in un bar di Foligno) e opere teatrali patriottiche ispirate a temi storici locali o religiosi, che avevano un certo valore letterario.
Nonostante questo, don Ferdinando era soprattutto una persona aperta, intelligente e allegra. Spesso si spostava in bicicletta per la città o, con un po' di sorpresa dei suoi confratelli, sedeva ai tavolini sotto i portici, intento a fumare e correggere i compiti degli studenti.
Non sembra che facesse propaganda per il regime in classe; gli ex studenti, come racconta Nizzi, lo ricordano quasi tutti con affetto. Il suo fascismo era sicuramente evidente, soprattutto in una piccola città di provincia, ma è difficile pensare che fosse anche pericoloso.
Il suo confratello, don Angelo Merlini, si dedicava invece maggiormente alla pastorale, specialmente quella giovanile e dell'Azione Cattolica. Anche i membri della Resistenza lo ricordano per il suo impegno, almeno fino al suo legame con la Repubblica Sociale. Durante quel periodo, iniziarono a circolare voci su una sua presunta attività di delatore, capace di denunciare i nomi dei renitenti alla leva della Repubblica. Indipendentemente dal fatto che queste voci fossero vere o false, è sicuro che don Merlini avesse motivo di temere, dato che poco prima di morire aveva cambiato la serratura di casa sua. Questa misura di sicurezza si rivelò inutile: il comando comunista incaricato di ucciderlo lo attirò fuori casa nel cuore della notte con una voce che conosceva e, quando si affacciò, lo colpì a morte sul pianerottolo. Il suo corpo rimase esposto fino a mezzogiorno del giorno seguente, con il portone semiaperto, a dimostrazione del clima di terrore che opprimeva la gente.
Don Merli morì in modo analogo un'ora più tardi, a seguito di cinque colpi di pistola che ferirono anche un uomo intervenuto in soccorso del sacerdote.
Il Comandante Antero Cantarelli
Classe 1917, era in servizio in Jugoslavia come sottotenente di complemento di fanteria. Era figlio di Giulio, macchinista delle ferrovie dello Stato, a suo tempo dai fascisti bastonato e avvertito con colpi intimidatori di rivoltella nel centro di Foligno. Il nonno Gioacchino aveva partecipato come garibaldino alla presa di Porta Pia. Dopo l’armistizio, avventurosamente combattendo contro i tedeschi e patteggiando con i partigiani, cui cedette un grosso quantitativo di armi e vettovaglie, era riuscito a ritornare in Italia guidando con un maggiore e altri ufficiali migliaia di connazionali da Villa di Nevoso a Basovizza fino a Trieste. Giunse a Foligno prima fingendosi ferroviere in servizio e poi bisognoso di auto ambulanza. Il generale Graziani, con una lettera, gli chiese di aderire alla Repubblica sociale come ufficiale con la promozione a capitano. Cantarelli scelse diversamente. Cantarelli era stato subito indicato quale comandante dai compagni, che gli riconoscevano tutte le qualità necessarie e l’esperienza. Però egli volle che il comando della formazione garibaldina fosse preso dal colonnello Salcito, assumendo la funzione di vice. Ben presto gli dovette subentrare perché il colonnello fu catturato il 15 di febbraio nel villaggio di Roviglieto, dove si era recato per rivedere la famiglia che era lì sfollata da Foligno per sfuggire ai bombardamenti.
Durante l'azione di assalto alla caserma dei Carabinieri di Nocera Umbra, nella notte fra il 13 e il 14 gennaio 1944, il Comandante Cantarelli fu ferito al volto da una fucilata, sparata dal maresciallo comandante del presidio nocerino. Il partigiano Mauro Antonini, studente di medicina, prestò le prime cure al Comandante, riuscendo a portarlo fuori dalla zona pericolosa. Adelio Fiore, suo fraterno amico e instancabile assistente durante la convalescenza, andò in bicicletta a Spello per prelevare Mario Marchionni, uno dei sanitari di riferimento della Brigata. Marchionni constatò la perdita di diversi denti, la frattura della mandibola e una larga ferita al collo, da dove era uscita la pallottola.

Cantarelli venne inizialmente nascosto nel convento dei Cappuccini di Spello, ma necessitava di cure specialistiche. Fiore si rivolse quindi al suo dentista Gastone Biondi, ex Podestà di Foligno negli anni Trenta e segretario politico del Fascio. Biondi, sfollato in una villa a Petrignano d'Assisi, venne condotto da Fiore al capezzale del ferito e lo operò.
A causa del forte movimento di tedeschi in corso a Spello, i compagni decisero di trasferire il comandante a Foligno, in un altro convento dei Cappuccini, in attesa delle disposizioni di Biondi per una radiografia e un ulteriore intervento chirurgico. Biondi, senza tradire i partigiani, fornì a Fiore il nome di uno specialista a Perugia. Il suo amico Adelio Fiore lo accompagnò, con estrema cautela, a Perugia.
Qui il radiologo Ugo Lupattelli, di orientamento socialista e Sindaco di Perugia dopo la Liberazione, valutò gratuitamente le condizioni del Comandante. Quest'ultimo necessitava di un intervento altamente specializzato alla mandibola, da effettuarsi in piena guerra e nella più assoluta clandestinità.
Muniti di una lettera di presentazione da monsignor Faveri al suo omologo perugino, i due vennero alloggiati in locali adiacenti alla Cattedrale. Per i pasti potevano servirsi di un noto ristorante del centro. Tuttavia, il ristorante era in parte requisito dai tedeschi, venuti a conoscenza del ferimento del comandante partigiano di Foligno. Inoltre, Fiore era ben conosciuto a Perugia per le sue imprese calcistiche: ex giocatore della squadra del Foligno, durante il suo breve soggiorno a Perugia, fu invitato dal giocatore perugino Guido Mazzetti a partecipare a una partita di beneficenza contro una squadra tedesca.
Tornato a Foligno, il 5 febbraio Cantarelli venne portato a Cesi (Serravalle di Chienti) per una conferenza militare fondamentale per l'attività della Garibaldi. Dopo l'incontro, rientrò in convento e solo a quel punto Fiore fu costretto ad abbandonarlo per riprendere pienamente servizio. Nei giorni successivi il comandante Cantarelli dovette recarsi a Milano, in piena occupazione nazista, per sottoporsi all’intervento chirurgico al volto. L’indirizzo di uno specialista straniero, clandestino e antifascista, e il duro viaggio su di un camion con documenti falsi, gli furono possibili grazie agli aiuti del CLN e del dentista Biondi, che lo aveva preparato ingessandogli la testa. Lo accompagnò Alviero Ponti presso la famiglia del proprio fratello comunista, residente a Milano, il cui figlio ricondusse poi a Foligno il comandante con un bel nulla di fatto. Il chirurgo straniero, che lo aveva visitato tre volte, era stato arrestato dai tedeschi.
Quest'ultimo incidente pregiudicò l'esito dell'intervento a cui si sottopose nel dopoguerra, lasciandolo con fastidiose e vistose menomazioni permanenti. A queste si aggiunse un'altra ferita, subita nel marzo 1945 nei pressi di Ravenna, durante il servizio nel gruppo di combattimento "Cremona". Subito dopo la Liberazione il comando della brigata "Garibaldi " pose la propria sede nel palazzo Barnabò, sul fianco prospiciente la chiesa di S. Giovanni dell’ Acqua. In quei giorni chiese d’essere ricevuto dal comandante Cantarelli il maresciallo dei Carabinieri, che a Nocera lo aveva ferito al volto, per porgergli le sue scuse e pregarlo di non chiedere alcun risarcimento o altra sanzione grave per il danno irrimediabile procuratogli nello scontro a fuoco. Il Cantarelli gli dichiarò, di fronte a vari testimoni, che non aveva nulla contro di lui, che aveva fatto in quel momento il suo dovere. E rimandò in pace quel povero padre di famiglia.
Milan Tomović
Dopo essere fuggiti dal Campo di Concentramento di Colfiorito e dal Carcere di Spoleto, gli ex-internati jugoslavi si dispersero in Umbria e nelle Marche, unendosi alla resistenza locale. Tra loro, Milan Tomović, evaso il 22 settembre, trovò rifugio a Foligno con altri commilitoni. Lì fu accolto da una suora, profondamente antifascista e antinazista. In questo contesto, Tomović entrò in contatto con un gruppo partigiano di Spello e ne divenne presto il comandante. La sua unità operò nell'area del Subasio e lungo la Strada Statale 75, nel tratto tra Foligno e Assisi.

Fin dall'inizio, Tomović dimostrò notevoli capacità militari e una naturale attitudine al comando. Era molto colto, coraggioso e agiva con audacia. Proveniva da una famiglia agiata ed era uno studente brillante; tuttavia, aveva disobbedito all'ordine del padre, un ricco industriale, di seguirlo negli Stati Uniti quando fuggì dal suo paese, preferendo invece combattere. La nomina a comandante gli fu conferita direttamente da Mario Angelucci, residente a Spello e membro della giunta militare del CLN.
Nonostante fosse bello, giovane e forte, Tomović soffriva di tubercolosi. Era già a conoscenza della malattia, ma l'aveva tenuta nascosta, temendo che potesse essere vista dagli altri partigiani come un impedimento alla sua capacità di combattere Nella prima metà di giugno del 1944, pochi giorni prima dell'arrivo delle truppe Alleate che avrebbero liberato Foligno e Spello, il Comandante e la sua Brigata stavano pianificando la liberazione dei civili italiani detenuti nel campo di concentramento di Campello. Questi civili erano stati catturati durante i rastrellamenti e attendevano la deportazione in Germania. L'operazione non poté essere completata a causa di un attacco cardiaco che colpì il Comandante. Tomović fu trasportato segretamente prima all'ospedale di Foligno e poi a quello di Perugia. Qui morì nel reparto del professor Riccitelli, che lo aveva accolto e protetto usando un falso nome. Fu sepolto nel cimitero di Perugia, e in seguito le sue spoglie furono trasferite nell'ossario comune di Sansepolcro.
La salma fu sepolta subito nel cimitero di Perugia. Il paziente rimase anonimo e tale rimase la sua sepoltura. Tuttavia, molti ricordano che non mancarono mai rose rosse sulla fossa 1.283 del campo 23, vicino ai suoi coetanei italiani caduti come soldati durante la Seconda Guerra Mondiale. L'anonimato e la conseguente assenza dai registri hanno impedito per molti anni ai suoi familiari di avere sue notizie. Dall'agosto 1973, Tomović riposa insieme a centinaia di suoi connazionali nel Sacrario degli Jugoslavi, eretto nel cimitero di Sansepolcro (Arezzo). Milan Tomović è ricordato con una lapide posta sul Municipio di Foligno. Nel maggio 2011, la sezione cittadina dell'ANPI di Perugia è stata a lui co-intitolata, insieme a Mario Bonfigli, primo comandante della "S. Faustino Proletaria d'Urto".
Riorganizzazione della Brigata Garibaldi
L'inizio di febbraio segnò un punto di svolta cruciale per la Garibaldi, allora comandata dal vice Fausto Franceschini, e per gli abitanti della montagna folignate. Il 3 febbraio, infatti, questi territori furono teatro di un terribile rastrellamento. Le forze impiegate furono ingenti: alcune fonti riportano la presenza di circa cinquemila soldati tedeschi che avanzavano in modo concentrico verso le frazioni menzionate, con al centro la cascina Raticosa, che venne distrutta.
Un'operazione di questa entità non poteva avvenire senza la precedente attività di spie e delatori, soprattutto considerando la posizione geografica e la difficoltà di accesso a queste zone. Diversi testimoni, e in particolare Franco Nardone (uno dei sei deportati che riuscirono a tornare a casa), ricordano che nei giorni precedenti l'arrivo a Cancelli si presentarono due sconosciuti. Questi chiesero ospitalità e manifestarono il desiderio di unirsi ai partigiani. Alcune persone, fidandosi, non solo fornirono loro informazioni, ma li accolsero anche nelle proprie case. Presto tutti avrebbero capito il motivo della loro improvvisa sparizione. L'infiltrazione, se non addirittura facilitata, fu in ogni caso resa più agevole dalla numerosa presenza di sfollati che salivano da Foligno e da altre località per cercare sui monti un rifugio dai bombardamenti sempre più frequenti.
Due settimane dopo, l'operazione ebbe un seguito ancora più mirato: il 15 a Roviglieto, Antonio Salcito e suo figlio Vincenzo, studente di medicina di quasi ventitré anni, furono catturati nella loro casa. A differenza del padre, Vincenzo era estraneo all'attività della Garibaldi. L'altro figlio, Armando, si salvò perché si svegliò prima del previsto a causa del mal di denti; si accorse dell'arrivo dei tedeschi e riuscì a fuggire. Maria Grazia Salcito, la più piccola allora di 7 anni, ricorda distintamente che ad accompagnare i tedeschi c'era un fascista con un chiaro accento perugino. Come gli altri rastrellati all'inizio del mese, padre e figlio furono inizialmente detenuti a Perugia.
La sera del 5 febbraio, vicino a Cesi (Serravalle di Chienti), si tenne una riunione importante. Erano presenti l'intero comando di Brigata, con rappresentanti di tutti i gruppi della formazione, i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) di Foligno e Serravalle, e il CLN provinciale di Perugia. Questa riunione, considerati i rischi, fu necessaria per fare un passo avanti a livello operativo, risolvere divergenze politiche e militari recenti e dare alla Brigata una struttura più solida, adatta a una presenza sempre più estesa e radicata sul territorio.
Per migliorare la logistica e l'organizzazione militare, la formazione partigiana "Garibaldi" di Foligno si riorganizzò, in accordo con il CLN, seguendo le decisioni della conferenza militare del 5 febbraio 1944. Questa riorganizzazione prevedeva di dividere la Brigata in gruppi più piccoli e agili, più adatti alla guerriglia e al territorio. Questi gruppi furono formati principalmente in base alle affinità politiche. La scelta del commissario politico di Brigata fu affidata al Comitato di Foligno, che scelse Balilla Morlupo (nato a Bevagna il 12 novembre 1917 e morto a Serravalle di Chienti il 23 aprile 1994). All'inizio della primavera del 1944, la Brigata controllava di fatto tutta la zona montuosa tra la Valle Umbra, la Valtopina e le Marche.
| Battaglione | Comandante | Commissario Politico | Zona Operativa |
|---|---|---|---|
| Comando | Antero Cantarelli / Fausto Franceschini | Balilla Morlupo | Coordinamento |
| Franco Ciri | Mario Tardini / Piero Donati | - | Montagne di Gualdo Tadino |
| Goffredo Mameli | Giacinto Cecconelli | Adelio Fiore | Nocera Umbra |
| Angelo Morlupo | Franco Lupidi / Luciano Formica | - | Montecavallo |
| Ardito | Alberto Albertini / Marcello Formica | - | Foligno e Campello sul Clitunno |
| Peko Dapcevic | Milan Tomović | - | Distaccato dall'"Angelo Morlupo" |
Per espandere la propria influenza in altri territori, la Brigata si collegò con circa sessanta uomini, tra cui otto russi. Questi uomini operavano da qualche mese a Gualdo Cattaneo, vicino ai monti Martani, sotto gli ordini del tenente Bocchini, ucciso dai fascisti all'inizio di maggio. In quel periodo, mentre si avviavano i primi contatti con gli Alleati, il comando decise di provare a ottenere armi, e soprattutto munizioni, in grande quantità.
La sera del 10 febbraio, una squadra attaccò la polveriera di Foligno, situata su un pianoro tra le colline a est della città, tra Uppello e le sorgenti di Sassovivo. Sfortunatamente, uno dei muli che trasportava il bottino inciampò su una grossa pietra che rotolò a valle. Il rumore, amplificato dal silenzio notturno, allertò i fascisti e poi anche i tedeschi. Mentre questi ultimi sparavano indiscriminatamente verso la montagna, la squadra riuscì a ritirarsi senza perdite, ma l'attacco non ebbe successo.
Come previsto, fu necessario allontanarsi subito dalla zona per evitare ritorsioni sulla popolazione che aveva collaborato al tentativo fallito. Di conseguenza, la Brigata si spostò dalla montagna del folignate verso la zona di Monte Cavallo (altitudine 1485 m), Nocera Umbra e Gualdo Tadino. Questo comportò l'abbandono di Raticosa, che sarebbe stata in seguito distrutta dai tedeschi.
I fratelli Balbo e Balilla Morlupo, originari di Bevagna, scelsero di unirsi subito al gruppo dei Sancarlisti folignati, insediati a Raticosa, sulle colline di Trevi. Balbo Morlupo, conosciuto come "Angelo" e nato nel 1924, fu assassinato il 19 febbraio 1944 a Pieve Torina, sull'Appennino umbro-marchigiano, poco dopo essere andato in clandestinità. In quella zona operava una banda di partigiani, guidata da un certo Pasquale di Roma, che derubava e terrorizzava la popolazione locale. Appena venuto a conoscenza di queste attività illegali, Balbo si preparava a denunciare al comando generale i crimini della banda, quando fu ucciso. Il giorno seguente, con un'azione a sorpresa, i partigiani della Brigata Garibaldi, sotto il comando di Franceschini, circondarono e disarmarono la banda. Al termine di un processo pubblico tenuto davanti alla popolazione, Pasquale e il suo vice furono fucilati sul posto. Successivamente, un battaglione della IV Brigata Garibaldi fu intitolato a Balbo "Angelo" Morlupo.
Nei mesi centrali dell'inverno, la Brigata Garibaldi lavorò per creare una base solida, preparandosi alla ripresa primaverile. Nonostante ciò, durante questo periodo, oltre ad attacchi contro presidi e distaccamenti, furono compiute diverse azioni per disturbare le truppe tedesche. Interruzioni stradali e altri sabotaggi resero molto più difficile la gestione quotidiana del territorio da parte dei comandi della Wehrmacht. A Foligno, in particolare, i tedeschi erano presenti in gran numero, soprattutto a causa dell'aeroporto. Un esempio di questi sabotaggi fu il danneggiamento ripetuto dei mezzi spazzaneve. Questo, insieme a forti nevicate, causò lunghi blocchi al traffico, già precario, sulla statale della Val di Chienti e sulle strade vicine. Le autorità nazifasciste, consapevoli del rischio, tentarono di agire in anticipo e di ridurre le possibilità d'azione dei partigiani, organizzando ampi rastrellamenti nei mesi di marzo e aprile.
La prima azione è del 14 marzo e interessa tutto il piano di Colfiorito, iniziando dalla zona montuosa che circonda Cesi. Nella frazione Copogna di Serravalle, nella notte del 10 marzo, un casolare, rifugio di molti partigiani, viene attaccato dai tedeschi. Diversi partigiani, in particolare ex prigionieri di guerra alleati, vengono arrestati. Due italiani catturati, Annibale Mancini e Angelo Piancatelli, vengono fucilati a Camerino una settimana dopo.
Ancora più grave, soprattutto per il numero di vittime, è l'operazione iniziata un mese dopo nelle frazioni montane del comune di Nocera, che colpisce anche la località di Annifo nel territorio di Foligno. Quest'ultima area è particolarmente colpita dall'operazione, durata circa una settimana. I tedeschi guidano questa azione, con il supporto di reparti della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) e soprattutto di spie e doppiogiochisti legati al distaccamento della GNR di Nocera. L'importanza di questa operazione per i comandi tedeschi è evidenziata dalla presenza di uomini specializzati, due compagnie del 1° battaglione del SS Polizei Regiment 20. In quei giorni, una compagnia del 15° battaglione viene segnalata oltre il confine settentrionale del comune, verso Gualdo Tadino. Le perdite inflitte sono circa venticinque tra partigiani combattenti e persone legate alla formazione "Garibaldi". Come sempre, si verificano violenze, distruzioni e razzie a danno dei civili inermi.
Il colpo inferto alla "Garibaldi" rischia questa volta di essere fatale. Coinvolto, insieme alle popolazioni della zona montana di Nocera, è il battaglione "Goffredo Mameli", comandato da Giacinto Cecconelli con Adelio Fiore come commissario politico. Questo battaglione raccoglie gran parte del nucleo storico della formazione, i "Sancarlisti". Di conseguenza, si crea uno stretto legame con il comando, dove Antero Cantarelli aveva ripreso il controllo da oltre un mese. Inoltre, nei giorni precedenti l'operazione, la maggior parte della formazione stava spostando delicatamente alcuni battaglioni dalle loro basi, ritenute ormai troppo insicure per la loro incolumità e quella della popolazione. Per questi motivi, la decisione presa dopo il rastrellamento è una temporanea sospensione delle attività. Secondo diverse fonti, questa è stata una vera e propria tregua concordata con le autorità nazifasciste e ha riguardato il "Mameli" e il "Comando", estendendosi a gran parte della formazione. La realtà, come descritta da alcune testimonianze attendibili, è piuttosto complessa: a metà aprile si verifica un forte sbandamento, un numero significativo di partigiani decide di abbandonare le armi e tornare a casa (o nascondersi ma rimanere inattivi), e la popolazione, spaventata, rifiuta la presenza partigiana, percepita come un pericolo intollerabile.
Secondo i vertici della Brigata, la tregua, in vigore almeno fino a metà maggio, è stata rispettata e sfruttata da entrambe le parti. I partigiani si sono impegnati a riorganizzarsi per tornare a combattere, nascondere le armi e reclutare nuovi uomini. Dopo lo sfondamento a Cassino e la liberazione di Roma, i contatti sono ripresi e le attività sono ripartite, concentrandosi soprattutto sulla preparazione dell'arrivo degli Alleati e sulla fine della guerra.
Il 2 maggio, un nuovo rastrellamento, apparentemente organizzato dalla GNR, ha colpito Annifo e Capodacqua, interessando anche Belfiore. Sono stati deportate più di trenta persone, in gran parte da Annifo. Tre settimane dopo, sempre ad Annifo, si è verificato un altro rastrellamento in risposta all'uccisione del sergente della GNR Luigi Maresi, avvenuta lì il 19 maggio. Lo stesso giorno, in un'area periferica della zona operativa della Garibaldi, dove il contatto con gli uomini della "Gramsci" è più intenso (specialmente con un loro distaccamento composto quasi interamente da jugoslavi), come quella del monte Cavallo, i partigiani hanno lamentato almeno quattro vittime (due italiani e due jugoslavi) in uno scontro con i tedeschi. Le ultime due o tre settimane di attività della Garibaldi sono state dedicate quasi esclusivamente al sabotaggio di ponti, strade e linee ferroviarie (ciò che restava intatto dopo mesi di bombardamenti alleati, prima che i guastatori tedeschi completassero la distruzione), all'attacco di piccole pattuglie e al disarmo di militari in ritirata.
Intorno a metà maggio del 1944, dopo un incontro nel villaggio di Seggio tra i comandanti e i commissari politici dei vari battaglioni della Brigata Garibaldi, il comandante di Brigata Antero Cantarelli e il commissario politico di Brigata Balilla Morlupo hanno dato l'ordine di riunire tutti gli uomini disponibili per raggiungere nuove destinazioni e riprendere l'azione. Infatti, il 10 maggio era iniziata la grande offensiva alleata contro la "linea Gustav".
Liberazione di Foligno
Il Battaglione "Mameli", guidato dal Comandante Giacinto Cecconelli e dal Commissario Politico Adelio Fiore, contava circa sessanta membri, tra cui veterani e nuovi arrivati. L'unità si è posizionata nella zona collinare tra Bevagna e Cannara, attendendo le truppe tedesche in ritirata da Cassino. Qui, il Battaglione si è unito a circa quaranta uomini del Comandante Damino Pelagatti, provenienti da Castelbuono, e a una trentina di volontari, per lo più contadini. La lotta si è estesa sia alle aree urbane che a quelle rurali; non erano più solo le classi medio-borghesi e gli studenti a combattere contro il nemico. L'obiettivo era facilitare l'avanzata delle forze Alleate, attaccando le colonne tedesche in ritirata. Ci sono stati episodi di cattura di prigionieri e rappresaglie; in un caso, è stato necessario uno scambio di tre soldati tedeschi con trenta civili. In un altro episodio, un maresciallo della Wehrmacht si è arreso e ha instaurato un rapporto amichevole con i partigiani. Sono state compiute numerose azioni di sabotaggio contro le colonne tedesche in fuga, fino all'incontro tra i partigiani e le truppe inglesi a Bevagna. Il 16 giugno, squadre di partigiani hanno occupato alcuni edifici di Foligno, anticipando l'arrivo degli Alleati.
Le testimonianze di chi visse quei giorni ci fanno sentire l'umanità riaffiorata dopo mesi di violenza. I soldati tedeschi disarmati furono trattati con rispetto e tenuti al sicuro fino all'arrivo delle truppe alleate. Questo accadde a Foligno, città colpita dai bombardamenti, il 16 giugno, quando i partigiani avevano già preso il controllo della città. Da giorni, una squadra speciale guidata da Odoardo Marinelli lavorava a quest'operazione, in contatto con il comando, e impedì, tra le altre cose, la distruzione del ponte fuori porta Firenze. Le città vicine furono liberate quasi contemporaneamente. Le truppe che entrarono a Bevagna, però, trovarono una popolazione ancora sconvolta dall'ultimo atto di violenza dei tedeschi. Il 16 mattina, mentre si ritiravano, i tedeschi uccisero Alessio Piccini, che stava cercando medicine per la moglie e la figlia malate, e don Michele Lilli, sulla cui morte ci sono ancora molti dubbi. La libertà riconquistata e l'inizio della vita democratica, almeno a Foligno, si basano su un legame tra il prima e il dopo. Un anno prima, qualcuno aveva deciso di prendere in mano il destino del Paese, e ora tutta la popolazione aveva la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Questo cammino è passato anche dalla scelta di decine di ragazzi e uomini (e una donna) di Foligno, Spello e Gualdo Tadino di continuare l'impegno nel gruppo di combattimento "Cremona", che si distinsero nella battaglia di Alfonsine nell'aprile 1945.

Una foto di gruppo, scattata a Padova in quel periodo, mostra alcuni "Sancarlisti". Da sinistra si riconoscono Ennio De Santis, Ubaldo Balducci, Adelio Fiore, Vinicio Sabbatini e Caio Mario Lolli.

Nel giugno 1944, Benedetto Pasquini divenne sindaco di Foligno. Due mesi e mezzo dopo, fu costretto a dimettersi perché accusato ingiustamente di collaborazionismo dall'Allied Control Commission. Al suo posto, sempre per decisione delle autorità alleate, fu nominato il socialista Ferdinando Innamorati, con Fausto Franceschini come vicesindaco.


Dopo la morte di Innamorati, avvenuta il 19 novembre, il repubblicano Vincenzo Ciangaretti ricoprì la carica per dieci giorni, seguito dalla nomina dell'avvocato comunista Italo Fittaioli. Nel gennaio 1945, Fittaioli si arruolò nella divisione "Cremona" all'età di 57 anni, e Ciangaretti divenne sindaco, rimanendo in carica fino alle elezioni amministrative della primavera 1946. Dopo queste elezioni, Fittaioli fu rieletto e rimase sindaco fino al 1963.
Nel settembre 1947, la sua amministrazione fece apporre una lapide sulla facciata del municipio. La lapide riporta, su un lato, i confini dell'Italia con l'immagine di una bandiera e la scritta "Libertà". Dedica un omaggio ai nomi di coloro che, "proseguendo l'italico Risorgimento, ribelli all'oppressione, si sacrificarono nella visione luminosa di una società migliore", affinché "siano fiaccole al nostro cammino". Novantotto persone sono ricordate con caratteri in rilievo sulla pietra, compresi i caduti della zona di Gualdo Tadino appartenenti alla Brigata Garibaldi. Tre di queste persone sono rimaste anonime. Tra i nomi figurano anche persone di Foligno, italiane e straniere. Tuttavia, un'analisi più dettagliata, che tenga conto di tutte le fonti disponibili, delle diverse circostanze (scontri, fucilazioni, rastrellamenti) e di tutti i territori circostanti Foligno, permette di aggiungere almeno altri trenta nomi.
- Pietre della Memoria
Note
- ↑ La Cascina Raticosa, oggi ricostruita a seguito della sua distruzione ad opera dei nazisti, fu la prima sede del comando della Brigata Garibaldi di Foligno. Situata a 830 metri d'altitudine, si trovava alle pendici del monte Brunette, tra Cupoli (Foligno) e Ponze (Trevi).
- ↑ Nella notte tra il 22 e il 23 settembre fuggono dal Campo di Concentramento "PG n. 64" di Colfiorito oltre mille prigionieri, quasi esclusivamente montenegrini internati civili, una parte dei quali presto si aggrega ai gruppi in formazione in queste zone e in Valnerina. Una fuga, numericamente molto meno consistente, si verifica anche dal campo "PG n. 77" di Pissignano (Campello sul Clitunno), ma a svuotarsi è la gran parte delle tante strutture di concentramento a ridosso dell'Appennino umbro-marchigiano, per abbandono da parte delle guardie o per iniziativa dei prigionieri.
- ↑ Sono i tre sopravvissuti, agenti municipali dopo la Liberazione, a presentare al CLN ad inizio 1945 una denuncia dei fatti accaduti la sera del 26 ottobre 1943 (cui è seguito, nottetempo, l'arresto della madre di Franco, Olga, scarcerata il giorno successivo per intervento di un suo fratello ufficiale della GNR). Il procedimento viene aperto a carico di due ex militi, uno dei quali (Adriano Mattioli) già in carcere ad Ancona per altra causa. La conclusione rappresenta uno dei pochi casi in cui giustizia viene fatta: la Corte d'assise di Perugia condanna nell'aprile 1947 Franco Fiordiponti (nato a Foligno nel 1924), colui che ha sferrato i colpi mortali contro Ciri, a tredici anni di reclusione per collaborazionismo e omicidio volontario. La Cassazione, oltre un anno dopo, rigetta il ricorso presentato dagli avvocati del condannato.
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Bibliografia
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- 1945: Il mondo volta pagina - Supplemento a Storia Illustrata n. 329 - Arnoldo Mondadori Editore - 1985
- Focus Storia Collection n.25 - 1939-1945: La II Guerra Mondiale - Novembre 2019
- BBC History Dossier: La Seconda Guerra Mondiale - 100 Tappe - Febbraio 2021
- BBC History Dossier: La II Guerra Mondiale a colori - Marzo 2021
- BBC History Italia n.17 - Il Duce e il Fuhrer - Giugno 2025
- Curve nella memoria... angoli del presente: La deportazione in Germania dalla montagna folignate - Una ricerca della classe 2Cn del Liceo Classico F. Frezzi di Foligno 2000-2001, a cura di Olga Lucchi - Grafiche Forever S.p.A. - Maggio 2002
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- Dall’internamento alla libertà: Il campo di concentramento di Colfiorito - Olga Lucchi - Editoriale Umbra - 2004
- La guerra in casa: Foligno 1940-1945 - Giuseppe Tardocchi - Grafiche CMF - Marzo 2005
- Li presero ovunque: Storie di deportati umbri - Olga Lucchi - Mimesis Edizioni (Milano – Udine) - 2010
- Umbria Cronologia 1940-1946 - Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC), a cura di Tommaso Rossi - 2017
- La Guerra ai Civili in Umbria (1943-1944)) - Per un Atlante delle stragi naziste - Angelo Bitti - Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC) - 2007
- Liberazione di Perugia e dell’Umbria da parte delle truppe alleate nel giugno 1944 - Ruggero Ranieri
- Memorie di un Ribelle (settembre 1943 - maggio 1945) - Adelio e Fausta Fiore - Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC) - 2004
- Tracce di memoria - Guida ai luoghi della Resistenza e degli eccidi nazifascisti in Umbria - Tommaso Rossi - Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC) - 2013
- Dizionario Biografico Umbro dell’Antifascismo e della Resistenza - Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea - 2024
- La deportazione - A.N.E.D. Umbria - Unione Tipografica Folignate - Febbraio 2018
- Il mio 16 Giugno - Scuola Media Carducci di Foligno - A cura di Pier Giorgio Lupparelli
- Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC)
- Arolsen Archives - The largest archive on victims and survivors of Nazi persecution
- Sala dei nomi - I morti del campo di concentramento di Mauthausen
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- La Gazzetta di Foligno
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