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La Resistenza

Da WikiFoligno.

Il Comitato di Liberazione Nazionale

"Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di Liberazione Nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni." Questa mozione, approvata il 9 settembre 1943, sancisce la nascita del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), una struttura politico-militare che avrebbe caratterizzato la Resistenza Italiana contro l'occupazione tedesca e le forze collaborazioniste fasciste della Repubblica di Salò, per tutto il periodo della Guerra di Liberazione. Alla seduta di fondazione parteciparono: Ivanoe Bonomi (DL, Presidente), Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola (PCI), Alcide De Gasperi (DC), Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea (PdA), Pietro Nenni e Giuseppe Romita (PSI), Meuccio Ruini (DL), Alessandro Casati (PLI). Il mese successivo si erano già costituiti i Comitati Regionali, successivamente vennero costituiti anche Comitati Provinciali.

A Foligno, l'ultimo podestà fascista, il possidente Federico Sorbi, cessò dalla carica il 12 agosto 1943. Venne nominato Commissario Prefettizio l'avvocato Benedetto Pasquini, uno dei fondatori e promotori del Partito Popolare a Foligno e in tutta l'Umbria, uomo di indiscusso carisma e moderazione quanto intransigente antifascista. Dopo la nascita della Repubblica Sociale, i fascisti folignati e le autorità provinciali lo lasciarono nella carica di Commissario Prefettizio, pur sapendo che era fra i membri (anzi, ne detenne formalmente la presidenza) del neonato CLN cittadino, perché le più volte dimostrate capacità di amministratore lo accreditavano come il solo capace di gestire la città, le sue necessità ed emergenze. Queste ultime non erano trascurabili, perché tutta l'area era disseminata di infrastrutture militari tra cui un campo d'aviazione, uno snodo ferroviario importante e dal 1911 le annesse "Officine Grandi Riparazioni" delle Ferrovie dello Stato, oltre a numerosi stabilimenti industriali legati direttamente o indirettamente alla produzione bellica. Se a tutto ciò si aggiunge la posizione geografica di assoluta centralità lungo la via Flaminia, e suo punto di collegamento con il capoluogo, si comprende quanto Foligno abbia rappresentato uno degli obiettivi primari per i bombardieri alleati.

Il Comitato di Liberazione che venne radunato a settembre ricalcava la vivace complessità del mondo politico folignate, manifestando subito un carattere che poi divenne distintivo nei mesi della Resistenza e marcò questa realtà anche nella rinascita postbellica: la partecipazione anche di elementi del clero e rappresentanti della società civile, allora ancora estranei ad appartenenze partitiche.

Insieme a Benedetto Pasquini, il cui ruolo istituzionale garantiva innanzitutto ampie possibilità nella contraffazione di documenti per renitenti, disertori e ricercati, spiccava la figura del repubblicano Vincenzo Ciangaretti, uomo politico di straordinaria lungimiranza, fra gli esponenti più autorevoli del panorama politico umbro tra guerra e dopoguerra. Insieme a loro componevano questa ampia rete due antifascisti ormai maturi e provati, come il socialista Ferdinando Innamorati e il suo omonimo, comunista, Francesco. Con loro Ulderico Ferroni, Giuseppe Raponi, Vincenzo Innocenzi, Edmondo Monti, Decio Ercolini, Giulio Nicoletti, Ottorino Palmieri, Donato Passarelli Pula. Vi erano infine Ciro Ciri e la moglie Olga Caputo, instancabili in tutti i mesi di clandestinità nel procurare fondi, armi e rifornimenti, mantenere contatti fra la città e i gruppi in montagna. Un impegno mai fiaccato, anzi rinvigorito, nonostante la perdita per mano dei fascisti già il 26 ottobre 1943 del figlio Franco, primo caduto della Resistenza folignate. Uno spazio ben determinato merita infine monsignor Luigi Faveri, vicario generale della Diocesi e parroco della Cattedrale di S. Feliciano.

Le Brigate Garibaldi

Le brigate d'assalto "Garibaldi", durante la Resistenza Italiana, costituirono formazioni partigiane principalmente affiliate al Partito Comunista Italiano. Al loro interno militavano anche esponenti di altri partiti aderenti al CLN, in particolare di matrice socialista. Minori furono invece i componenti legati al Partito d'Azione o democristiani. Di fatto, la maggior parte dei combattenti delle Brigate Garibaldi non possedeva una chiara identità politica. Sotto il coordinamento di un comando generale, guidato dagli esponenti comunisti Luigi Longo e Pietro Secchia, le Brigate Garibaldi rappresentarono le formazioni partigiane più numerose e quelle che registrarono le maggiori perdite complessive durante la Guerra Partigiana. A scopo di riconoscimento in azione, i componenti delle brigate indossavano fazzoletti rossi al collo e stelle rosse sui copricapi. Il modello organizzativo fu definito dalla direzione del PCI. La scelta del termine "Brigata" non fu arbitraria, ma rappresentò il superamento della precedente denominazione di "banda". "Brigata" implicava un legame organizzativo di stampo militare tradizionale, caratterizzato da una chiara dipendenza gerarchica tra le unità operative e i livelli politico-militari superiori. L'intitolazione di tali unità a Giuseppe Garibaldi intendeva evocare la sua figura, popolare e quasi mitica, del Risorgimento italiano. Le dimensioni delle brigate erano adattate al contesto operativo specifico. La struttura delineata dal PCI prevedeva, oltre a un comandante militare, la figura di un commissario politico, cui erano conferiti pari poteri militari, ma il cui ruolo era altresì incentrato sull'attività di propaganda e sull'istruzione dei partigiani. Tale assetto organizzativo era replicato anche nelle squadre, nei battaglioni e negli altri sotto-raggruppamenti. La denominazione "assalto" fu una precisa scelta politica, finalizzata a rimuovere ogni incertezza sulla possibilità di condurre la lotta e a superare i dubbi inerenti al confronto con i fascisti.


Vedi pagina dedicata: La IV Brigata Garibaldi


Note


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