La IV Brigata Garibaldi

Sigle e abbreviazioni
▷ AMG = Allied Military Government ▷ CLN = Comitato di Liberazione Nazionale ▷ GNR = Guardia Nazionale Repubblicana (Repubblica di Salò)
▷ MVSN = Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale ▷ OVRA = Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell'Antifascismo ▷ PNF = Partito Nazionale Fascista
▷ PFR = Partito Fascista Repubblicano (dopo l'8 settembre 1943) ▷ RSI = Repubblica Sociale Italiana (dopo l'8 settembre 1943) ▷ V.M. = Valor Militare
Nota del Webmaster:
Le ricerche condotte su diverse fonti hanno permesso di identificare 2.064 Partigiani Umbri legati alla IV Brigata Garibaldi. Per la maggior parte di loro, non sono state trovate ulteriori informazioni. Lo stesso vale per i partigiani Slavi, ai quali si fa spesso riferimento solo con il nome di battesimo o con nomi di battaglia. Chiunque sia interessato e desideri condividere informazioni sui propri parenti, o correggere dati errati o incompleti, è invitato a contattarci in qualsiasi momento.
Le prime formazioni partigiane emersero nei dintorni di Spello e Foligno in seguito all'armistizio, per poi organizzarsi in Brigata su iniziativa del Tenente Antero Cantarelli. La genesi dei due nuclei (Folignati e Spellani) fu indipendente. Mentre gli Spellani intrattenevano contatti principalmente con le formazioni del perugino, di orientamento prevalentemente comunista, i Folignati erano in maggioranza di estrazione cattolica, legati all'Istituto San Carlo. Il Comandante, Tenente Antero Cantarelli, ricopriva la carica di Presidente Diocesano della Gioventù di Azione Cattolica.
I Sancarlisti
Numerosi membri della IV Brigata Garibaldi avevano maturato la propria formazione presso l'Istituto San Carlo, il rinomato circolo cattolico folignate che, a partire dal 1888, aveva svolto un'attività formativa di rilievo tra i giovani, concernente non solo la sfera spirituale-religiosa, ma anche quella etico-civile. Durante il periodo fascista, il circolo divenne un autentico centro di formazione, una scuola di libertà e, in quanto tale, un terreno fertile per l'antifascismo. Inoltre, le violenze, gli episodi di intolleranza e le intimidazioni perpetrate dai fascisti, suscitarono in molti giovani cattolici del circolo una rivolta di ordine morale e sentimenti di ribellione nei confronti del sistema autoritario e dittatoriale. È proprio tra le mura del "S. Carlo" che subito dopo l’8 settembre, insieme a monsignor Faveri, al ventitreenne aviere Adelio Fiore, in servizio fino a qualche giorno prima all’aeroporto di Foligno e stimato calciatore, Giacinto Cecconelli (di un anno più grande, studente di giurisprudenza e sottotenente di fanteria) e Antero Cantarelli (dopo il suo rientro), Presidente diocesano dell'Azione Cattolica e futuro Comandante della Brigata, promuovono riunioni con altri giovani concittadini, frequentatori dell'Istituto, propensi a prendere le armi contro il regime. La decisione di salire in montagna è rapida, mentre inizia il frenetico lavoro del CLN, e di tante famiglie fidate della città, per garantire sopravvivenza, protezione, armamento di questi uomini, e l’avviamento in montagna di altri volontari.
Costituzione della Brigata
La data ufficiale di costituzione della Brigata è il 22 settembre 1943, con sede presso la Cascina Raticosa[1]. La posizione è considerata strategica, dato che la migliore via di accesso (da Ponze) e le strade circostanti sono raramente percorribili da mezzi, soprattutto in autunno-inverno. Intorno solo minuscoli paesi quando non semplici agglomerati di case sparse: Cupoli, Cancelli, Civitella, Acqua S. Stefano, zone disagevoli dove i Partigiani trovano una popolazione ospitale e disposta ad aiutare. Con questi un Sacerdote, don Pietro Arcangeli, dal 1942 parroco di Casale con la reggenza anche di Cupoli, Cancelli, Cascito, Civitella e Vallupo, che si dimostra subito incline ad andare ben oltre un semplice aiuto e sostegno nel momento del bisogno. Poche decine di persone, prima della fine del settembre 1943, avevano organizzato la "Garibaldi" di Foligno, che in seguito ottenne l'adesione di circa 650 volontari, tra combattenti e civili.

Da sinistra: Enrico Cimarelli, Eugenio Cucciarelli, un Montenegrino, Antonio Salcito, Mario Tardini, Antero Cantarelli, Mauro Antonini, Socrate Mattoli, Spartaco Pattumi, Asiago Cerretti, Fausto Franceschini, un Montenegrino, Adelio Fiore (avanti). Non si vede Giacinto Cecconelli che sta fotografando.
Componenti IV Brigata Garibaldi Foligno settembre-ottobre 1943

Mauro Antonini di Amedeo, nato il 27 agosto 1920 a Massa Carrara, Civile, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Capitano, Medico di Brigata, "Sancarlista".

Antero Cantarelli di Giulio, nato il 17 novembre 1917 a Foligno, Maestro, Sottotenente di Complemento di Fanteria nell'Esercito Italiano, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Maggiore Comandante di Brigata. Ferito nel gennaio 1944 a Nocera Umbra e nel marzo 1945 a Casa Zanarda (RA), "Sancarlista".
Olga Caputo Ciri di Andrea, nata il 6 febbraio 1901 a Terni, Civile, coniugata con Ciro Ciri, arruolata nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Membro del CLN.
Francesco Castellani di Giovanni, nato il 19 maggio 1912 a Foligno, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Distaccamento.
Giacinto Cecconelli di Ottone, nato il 1° novembre 1919 a Manzano (UD), Studente Universitario, Sottotenente di Complemento di Fanteria nell'Esercito Italiano, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Capitano Comandante di Zona, "Sancarlista".
Zeffirino Cerquiglini di Torino, nato il 22 novembre 1923 a Bevagna, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Partigiano.

Asiago Cerretti di Alessandro, nato il 7 agosto 1916 a Foligno, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 1° ottobre 1943, Sottotenente Comandante di Distaccamento. Ferito.

Enrico Cimarelli di Natale, nato il 3 novembre 1914 a Cagli (PU), arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Intendente di Brigata.
Ciro Ciri di Innocenzo, nato il 29 dicembre 1895 a Foligno, coniugato con Olga Caputo, Civile, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Membro del CLN.

Walter "Franco" Ciri di Ciro e Olga Caputo, nato il 1° aprile 1921 a Roma, Studente Universitario, Sottufficiale di Artiglieria nell'Esercito Italiano, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 29 settembre 1943, Capitano. Caduto in combattimento il 26 ottobre 1943 a Foligno. Insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare (5/3/1954).

Eugenio Cucciarelli' di Angelo, nato il 13 novembre 1920 a Fossato di Vico, Studente Universitario, Sottotenente di Fanteria nell'Esercito Italiano, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Zona.
Piero Donati di Amedeo, nato il 21 dicembre 1916 a Foligno, Civile, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Commissario Politico di Battaglione.

Adelio Fiore di Giacomo, nato il 22 febbraio 1920 a Foligno, Calciatore, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Commissario Politico di Battaglione, "Sancarlista".

Luciano Formica di Settimio, nato il 9 gennaio 1924 a Spello, Civile, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Battaglione.

Marcello Formica di Settimio, nato il 20 febbraio 1927 a Spello, Civile, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Battaglione.

Fausto Franceschini di Mario, nato il 12 aprile 1924 a Mogliano (MC), Studente Universitario, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, ViceComandante di Brigata, "Sancarlista".
Mario Franceschini di Domenico, nato il 19 luglio 1897 a Mogliano (MC), Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Distaccamento.
Franco Lupidi di Francesco, nato il 5 febbraio 1920 a Foligno, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Zona. Ferito il 26 ottobre 1943.
Enrico Alberto Mascioli di n.n., nato il 17 aprile 1923 a Casalbordino (CH), Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Commissario Politico di Battaglione. Caduto a Monte Cavallo il 2 maggio 1944.

Socrate Mattoli di Pindaro, nato il 25 novembre 1924 a Foligno, Studente Universitario, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Capitano Servizio Radiotrasmissioni.
Balbo "Angelo" Morlupo' di Arduino, nato il 14 marzo 1924 a Bevagna, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Partigiano. Assassinato a Pieve Torina (MC) il 19 febbraio 1944.
Balilla Morlupo di Arduino, nato il 12 novembre 1917 a Bevagna, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Commissario Politico di Brigata.

Spartaco Pattumi di Ottorino, nato il 29 luglio 1924 a La Spezia, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 1° ottobre 1943, Partigiano.

Antonio Salcito di Nicola, nato il 15 luglio 1887 a Casalnuovo Monterotaro (FG) Tenente Colonnello di Fanteria, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 30 settembre 1943, Comandante di Brigata. Deportato, deceduto a Mauthausen il 27 aprile 1945.
Quinto Santarelli di Andrea, nato il 14 marzo 1897 a Foligno, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Squadra.

Mario Tardini di Orlando, nato il 6 giugno 1914 a Foligno, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Battaglione.
Orlando Tardini di Feliciano, nato a Foligno il 20 novembre 1886, Militare, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Commissario di Battaglione.
Otello Tardini di Orlando, nato il 12 agosto 1919 a Foligno, Civile, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Distaccamento.
Bernardo Toni di Silvio, nato il 2 luglio 1920 a Foligno, Civile, arruolato nella IV Brigata Garibaldi il 22 settembre 1943, Comandante di Squadra.
La Brigata si distingueva per l'età media particolarmente giovane dei suoi membri e per un forte radicamento sul territorio. Un'eccezione significativa era rappresentata dai circa cinquanta combattenti jugoslavi, organizzati nel Battaglione Peko Dapcevic, evasi dal Campo di Concentramento di Colfiorito[2].
Sin dai primi passi annoverarono all'interno una piccola rappresentanza jugoslava: quattro uomini fatti fuggire dall'ospedale di Foligno (è solo il primo di una lunga serie di casi di collaborazione prestata da quel personale sanitario); successivo fu l'arrivo, dopo la fuga da Colfiorito, del Montenegrino Milan Tomovic. Il ragazzo dimostrò immediatamente capacità militari e propensione al Comando. Dotato di una vasta cultura, dimostrò più volte coraggio e spregiudicatezza nelle azioni.
Il gruppo si organizzò formalmente scegliendo un Comandante e un nome. Per Comandante venne scelto Antero Cantarelli, l'unico con una certa esperienza, diretta e indiretta, di guerriglia, grazie alla sua precedente permanenza in Jugoslavia. Tuttavia, Cantarelli rifiutò l'incarico, indicando il Tenente Colonnello di Fanteria Antonio Salcito. Salcito diventò così il primo responsabile militare di una formazione che venne chiamata "Giuseppe Garibaldi". Il nome "Garibaldi" fu suggerito ai giovani di Foligno proprio dal colonnello Salcito, che si era unito al gruppo il 30 settembre. Salcito, militare esperto, sfollato con la famiglia a Roviglieto, diede questo suggerimento che venne accolto, come confermato dal Comandante Cantarelli, dato che "Salcito ne sapeva più di noi".
Statuto della Brigata "G. Garibaldi" Volontari della Libertà
Lo Statuto era composto da 14 articoli che, in base al giuramento, vincolava i componenti della Brigata sino alla Liberazione del suolo Italiano.
- Art.1 - La Brigata "G.Garibaldi" Volontari della Libertà, voluta e costituita dai primi Patrioti operanti in alcune zone dell'Appennino Umbro-Marchigiano, è legalmente riconosciuta dal Comitato Centrale di Liberazione Nazionale.
- Art.2 - La sua Bandiera è quella tricolore: Bianca, rossa, verde.
- Art.3 - Ha per scopo: la Liberazione del suolo Italiano dai tedeschi e degli ultimi resti del fu partito fascista: di tutelare gli interessi degli abitanti e delle zone ove questa opera; di mettere le proprie forze a disposizione del vero e legale Governo Italiano appena le attuali contingenze lo permetteranno.
- Art.4 - I suoi componenti sono Volontari e prendono il nome di "Volontari della Libertà". Per questo operano e agiscono secondo gli ordini ricevuti dal Comando della Brigata. La loro politica e adesione a Partiti è libera (escluso il partito fascista), sempreché il loro modo di agire sia subordinato ai supremi interessi dell'Italia.
- Art.5 - Il Comandante della Brigata ha il riconoscimento a tale nomina dal Comitato di Liberazione Nazionale.
- Art.6 - I vari Comandanti, Commissari Politici, possono essere proposti dai vari componenti della Brigata, ma per essere nominati dal Comando, debbono avere l'approvazione del Comandante della Brigata, il quale può revocarli ogni qualvolta può riconoscere in loro incapacità di Comando e di azione.
- Art.7 - Ogni volontario è responsabile con la sua vita, dei propri atti, della propria arma, dell’onore della Brigata.
- Art.8 - Nella Brigata vige la disciplina militare.
- Art.9 - La tutela di tale disciplina è affidata a un Tribunale, la cui presidenza di diritto appartiene al Comandante della Brigata. I membri di tale tribunale saranno in numero di 3, nominati tra i vari Comandanti. Il Commissario Politico Generale di diritto è membro del Tribunale. E’ data facoltà a tale Tribunale di pronunziare la pena di morte quando tale pena si renda necessaria nelle più gravi colpe capaci di ledere gli interessi della Patria, della Brigata, del singolo componente della Brigata medesima.
- Art.10 - Tutti i Volontari della Brigata sono legati da vincoli di sangue, di quel sangue versato dai nostri Martiri, supremo onore della Brigata.
- Art.11 - Le varie azioni ai quali verranno comandati a partecipare i Volontari, debbono avere l'approvazione del Comandante della Brigata. Nell'impossibilità che ciò possa avvenire, la responsabilità è assunta dal più elevato in grado del gruppo di uomini chiamati a partecipare all’azione stessa.
- Art.12 - I disertori verranno puniti con la pena di morte. Tali saranno giudicati coloro che senza previa autorizzazione, si allontanano dal posto loro affidato, e coloro che, per una ragione qualsiasi, abbandoneranno la Brigata.
- Art.13 - Il Comando della Brigata "Garibaldi" prende il sacro impegno di tutelare i diritti dei singoli componenti e di considerare nemico chiunque offenda o leda la persona o gli interessi dei Volontari della Libertà.
- Art.14 - La Brigata "G.Garibaldi" esisterà di fatto sino al momento in cui farà sventolare la sua Bandiera sui sacrosanti confini della Patria.
- Statuto della IV Brigata Garibaldi
Organizzazione e radicamento delle Brigate Partigiane

Nel settembre del 1943, in montagna, presso la Raticosa, il numero dei "ribelli" folignati era limitato. Nelle "retrovie", tuttavia, operavano uomini e donne del CLN, organizzato in clandestinità. Era necessario incrementare il numero di entrambi. Non era ancora il momento di elaborare piani strategici difensivi o offensivi, occorreva invece affrontare le problematiche relative all'equipaggiamento e all'approvvigionamento, ovvero le forniture di viveri, armi, munizioni, vestiario, medicinali, denaro e alloggi. Si dovevano altresì gestire le relazioni con la popolazione locale, che si dimostrava talvolta immediatamente collaborativa, altre volte diffidente e timorosa, e in talune circostanze poco affidabile. La popolazione montana, che scendeva a valle per il mercato dei propri prodotti (legna e formaggio), si rivelò presto in grado di raccogliere e trasmettere informazioni utili sui movimenti delle truppe tedesche e delle squadre fasciste.
Particolarmente distintosi per la sua efficacissima collaborazione fu Pietro Mattei di Cupoli, conosciuto dai Partigiani come "maresciallo" e dai compaesani come "Pietruccella". Quest'uomo, cinquantenne, riuscì a coinvolgere e mobilitare gran parte della gente, impegnandosi a superare ogni forma di diffidenza e omertà. A suo ricordo, i Partigiani serbarono un sentimento di profonda riconoscenza. Lo studente di ingegneria Socrate Mattoli, soprannominato "Chicchio", era responsabile della gestione di una radio ricetrasmittente.
Il CLN di Foligno, guidato da Benedetto Pasquini, Monsignor Luigi Faveri e rappresentanti dei partiti antifascisti, riforniva la via di Ponze di generi di prima necessità. Ogni Partigiano dipendeva dal supporto di civili, generosi donatori, e numerose staffette, incluse donne. L'esercito della Resistenza, in crescita e comprendente anche quindicenni, si ingrossava parallelamente ai combattenti. Esponenti del Comitato facevano visita ai Partigiani per pianificare attacchi, difese e reclutamento. L'intesa tra combattenti e civili, fondamentale, era preservata dal Comandante Cantarelli. Le differenze ideologiche furono superate dallo spirito di tolleranza nella Brigata Garibaldi.
Inizialmente, il rifornimento di carne rappresentava il problema più grosso per il Comitato, perché si andavano a toccare interessi considerevoli di cittadini che si sentivano estranei, quanto meno, alla situazione. Si cercò di trattare con i proprietari di bestiame, per evitare requisizioni che, invece, si resero necessarie. Non potendo più nutrirsi di cibi scarsi, si decise di procurarsi la carne senza gravare sulla popolazione povera. Un'azione notturna nella stalla e nei recinti della tenuta "il Casone", nel piano di Colfiorito, permise a circa venti Partigiani di impossessarsi di capi di bestiame. I proprietari, Sordini, informati, non denunciarono l'accaduto per timore di rappresaglie. Gli animali, condotti a Vallupo e Cancelli, venivano macellati settimanalmente e la carne distribuita a Partigiani e popolazione. Ai proprietari venivano rilasciate ricevute per un futuro indennizzo dal CLN. Successivamente, il lanificio Tonti fu costretto a fornire tessuto di lana ai Partigiani e alla popolazione, contribuendo alla loro fama di "briganti".
Oltre ai Partigiani e alle famiglie che si erano spostate dalle città vicine, in montagna si nascondeva una grande varietà di persone. C'erano soldati sbandati, renitenti alla leva, ex prigionieri di guerra jugoslavi, russi, inglesi, greci e americani, fuggiti dal campo di Colfiorito. C'erano anche reduci di guerra, fascisti travestiti, doppiogiochisti che lavoravano per entrambe le parti, delinquenti comuni e persone con problemi psichici. Tutti cercavano di passare inosservati e di non farsi scoprire. Durante gli spostamenti tra montagne e valli, chiunque non fosse conosciuto poteva essere un nemico o una spia. Gli abitanti del posto, noti per la loro ospitalità, furono costretti ad accogliere e sfamare queste persone in transito. Purtroppo, per questo subirono spesso violente punizioni da parte dei tedeschi. Era importante evitare di stare in gruppo all'aperto, perché i tedeschi usavano un insidioso aereo da ricognizione, la "Cicogna"[3]. Questo aereo scattava fotografie che, una volta ingrandite, potevano aiutare a identificare, grazie a delle spie, i luoghi e le persone frequentate dai Partigiani. In questo modo, sorpreso dall'obiettivo in compagnia di alcuni giovani armati, il parroco di Casale e Cancelli, don Pietro Arcangeli, fu riconosciuto e arrestato (il 3 febbraio 1944), e quindi internato in Germania, da dove molti non fecero ritorno.
Un gruppo piuttosto numeroso si stava formando anche sul monte Subasio. L'iniziativa partì da alcuni giovani di Spello, tra cui i fratelli Luciano e Marcello Formica, i fratelli Antonio e Balilla Bordoni, Benito Balducci e Persiano Ridolfi (che in seguito divenne Commissario Politico di uno dei Battaglioni). Il gruppo attivo sul Subasio iniziò le sue attività molto presto: sabotaggi, azioni di disturbo e alcuni scontri a fuoco, condotti con un'ottima tecnica di guerriglia, allarmarono rapidamente le autorità. Il 24 novembre 1943, componenti della GNR di Spello effettuarono un rastrellamento che coinvolse tutta la zona montana, concentrandosi particolarmente su Colperineri, un piccolo gruppo di case dove si trovava il Comando. Non ci sono notizie di vittime, ma il gruppo si sciolse: alcuni abbandonarono definitivamente l'attività, mentre altri, tra cui il nucleo originale di Spello e gli jugoslavi, si unirono alla Brigata Garibaldi sulle montagne vicine. Tornando a Spello, i fascisti arrestarono Settimio Formica, padre di Luciano, Marcello e Giorgina.
Vicino alla Brigata Garibaldi, al confine con le Marche, erano già attivi alcuni gruppi, generalmente poco organizzati, come era comprensibile in quella fase. Anche ai margini del territorio di Foligno si segnalava la nascita di alcuni nuclei. In particolare a Bevagna, dove si raccoglievano renitenti della zona, e sui monti Martani, per iniziativa del Tenente Romeo Bocchini. Si trattava di poche decine di uomini in tutto, che nei mesi successivi si avvicinarono progressivamente alla Brigata Garibaldi, diventandone poi ufficialmente dei distaccamenti.
- Alcuni Partigiani della IV Garibaldi
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Luciano e Giorgina Formica
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Partigiani sul monte Subasio
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Partigiani a Raticosa
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Gruppo Partigiani a Raticosa
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Partigiani in pausa a Raticosa
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Franco Ciri e alcuni Partigiani
Nei primi mesi, l'attività militare della Brigata fu caratterizzata da un certo attendismo, attribuibile in gran parte all'inesperienza e allo spontaneismo dei primi gruppi formatisi in montagna, nonché alla volontà di evitare ritorsioni contro le popolazioni civili. Si registrarono in particolare attriti tra gli esponenti cattolici, accusati di attendismo, e quelli comunisti, aggregatisi verso la fine del 1943 e più propensi ad azioni di forza. L'obiettivo primario delle azioni erano i rappresentanti locali delle autorità fasciste, evidenziando una marcata connotazione di guerra civile e di "banditismo sociale".
Con il progredire dei mesi, l'incremento dell'esperienza militare di guerriglia degli jugoslavi e le direttive impartite dall'ispettore del PCI per le Brigate garibaldine dell'Umbria, Celso Ghini, con l'indicazione di una "lotta senza quartiere contro l'occupante tedesco", l'attività della Brigata aumentò di livello, con una moltiplicazione degli attacchi contro i reparti tedeschi. Tale escalation fu favorita anche dal grave ferimento del Comandante Cantarelli, che comportò un indebolimento della leadership cattolica, a vantaggio del modus operandi, promosso dal Partito Comunista, a sostegno della lotta armata. In seguito alla riorganizzazione politica e strutturale della banda, fu nominato Commissario Politico il comunista Balilla Morlupo. Inoltre, nel febbraio 1944, alcuni esponenti della Brigata (probabilmente un Partigiano Montenegrino legato a comunisti locali) uccisero due Sacerdoti della Diocesi di Foligno, don Ferdinando Merli e don Angelo Merlini.
L'assassinio di due preti
Due sacerdoti, quasi omonimi, assassinati a distanza di un'ora l'uno dall'altro, in località prossime e per mano dello stesso commando Partigiano comunista. Le vittime, Merli e Merlini, furono uccise nella notte tra il 21 e il 22 febbraio 1944: il primo ad Assisi, dove si era rifugiato a causa del passaggio del fronte; il secondo nella canonica di Fiamenga, ove era parroco. Nonostante i responsabili non siano mai stati identificati, pare che i colpi mortali provenissero dalla medesima pistola, manovrata da un Partigiano slavo di cui si conosce il nome, Marion Tomsic, il quale sarebbe stato a sua volta catturato e fucilato dalle milizie della RSI poco tempo dopo.

Don Ferdinando Merli era una figura importante a livello locale, come dimostra con cura e ricerche approfondite lo storico Antonio Nizzi. Nel suo libro sulla storia del Liceo Classico di Foligno, dove entrambi lavoravano, Nizzi dedica un intero capitolo al suo vecchio collega, intitolato "Il prete col fez".
Infatti, don Ferdinando, che appoggiava con passione il fascismo fin dall'inizio e aveva partecipato alla Marcia su Roma, era solito indossare quel copricapo durante le tre date più importanti del fascismo: il 23 marzo, il 9 maggio e il 28 ottobre.
Ricopriva anche incarichi ufficiali: collaborava con giornali fascisti della regione ed era responsabile dell'Opera Balilla. Essendo una persona colta, esprimeva le sue idee per iscritto, specialmente con poesie scritte per occasioni specifiche (come un'ode a un bicchiere usato da Mussolini in un bar di Foligno) e opere teatrali patriottiche ispirate a temi storici locali o religiosi, che avevano un certo valore letterario.
Nonostante questo, don Ferdinando era soprattutto una persona aperta, intelligente e allegra. Spesso si spostava in bicicletta per la città o, con un po' di sorpresa dei suoi confratelli, sedeva ai tavolini sotto i portici, intento a fumare e correggere i compiti degli studenti.
Non sembra che facesse propaganda per il regime in classe; gli ex studenti, come racconta Nizzi, lo ricordano quasi tutti con affetto. Il suo fascismo era sicuramente evidente, soprattutto in una piccola città di provincia, ma è difficile pensare che fosse anche pericoloso.
Il suo confratello, don Angelo Merlini, si dedicava invece maggiormente alla pastorale, specialmente quella giovanile e dell'Azione Cattolica. Anche i membri della Resistenza lo ricordano per il suo impegno, almeno fino al suo legame con la Repubblica Sociale. Durante quel periodo, iniziarono a circolare voci su una sua presunta attività di delatore, capace di denunciare i nomi dei renitenti alla leva della Repubblica. Indipendentemente dal fatto che queste voci fossero vere o false, è sicuro che don Merlini avesse motivo di temere, dato che poco prima di morire aveva cambiato la serratura di casa sua. Questa misura di sicurezza si rivelò inutile: il Comando comunista incaricato di ucciderlo lo attirò fuori casa nel cuore della notte con una voce che conosceva e, quando si affacciò, lo colpì a morte sul pianerottolo. Il suo corpo rimase esposto fino a mezzogiorno del giorno seguente, con il portone semiaperto, a dimostrazione del clima di terrore che opprimeva la gente.
Don Merli morì in modo analogo un'ora più tardi, a seguito di cinque colpi di pistola che ferirono anche un uomo intervenuto in soccorso del Sacerdote.
Attività della Brigata "G. Garibaldi" dal settembre 1943 al luglio 1944
I primi nuclei Partigiani, costituitisi nella montagna folignate, iniziarono nel mese di settembre ad armarsi, colpendo fascisti e tedeschi isolati. Tra le azioni condotte si registrarono sabotaggi, quali il taglio di cavi telefonici e telegrafici, e la disorganizzazione del servizio di indicazioni instaurato dalla Todt[4]. Parallelamente, venne avviata una propaganda mirata a scuotere la popolazione dal torpore ventennale, e si stabilirono i primi contatti con futuri collaboratori residenti in città.
Con un Comitato di Liberazione Nazionale che assumeva, caso pressoché unico in Umbria, un ruolo di guida e sostegno effettivo alla lotta armata, l'azione della Brigata Garibaldi prese un impulso significativo nel mese di ottobre. Sei automezzi tedeschi furono attaccati e incendiati da un gruppo operante lungo la Flaminia, alle pendici del Subasio, provocando la morte di quindici soldati tedeschi, tra cui un ufficiale.
L'approvvigionamento necessario venne garantito tramite sottrazioni notturne di armi e vestiario dai magazzini della Guardia Nazionale Repubblicana. Durante una di queste operazioni, volta al prelievo di armi custodite presso gli orti del floricoltore Cerbini, uno scontro tra Patrioti e alcuni membri della GNR, nei pressi del ponte di Porta Firenze, causò la morte di Walter (Franco) Ciri, primo caduto della Brigata; due fascisti rimasero gravemente feriti. Era il 26 ottobre 1943.
In occasione di un rastrellamento condotto al Monte Subasio da circa quattrocento fascisti repubblicani, un'esigua formazione di Patrioti inflisse al nemico la perdita di sette uomini, determinando lo sbandamento del grosso delle forze nemiche per alcune ore. Data la superiorità numerica avversaria, i Partigiani si defilarono per sottrarsi allo scontro, senza subire alcuna perdita.
Elementi della Brigata si infiltrarono nelle file della milizia e dell'esercito repubblicano a Foligno, con l'obiettivo di compiere azioni di sabotaggio nei reparti, raccogliere e trasmettere informazioni al Comando della Brigata, e asportare armi e munizioni.
Dalla Chiesa di Sant'Agostino, che era stata adibita a magazzino, sita in via Garibaldi, vennero sottratti beni preziosi: indumenti militari, scarpe, zaini e coperte. Un carrettiere, identificato come Cardinali, fedele membro della rete di supporto clandestina, trasportava la merce sottratta sul suo carro trainato da cavalli, opportunamente camuffata. Il carico veniva successivamente trasferito a dorso d'asino verso località quali Raticosa, Cupoli, Cancelli, Civitella e Vallupo. Raggiunte altitudini di circa 800 metri fino a Ponze, la merce veniva poi distribuita ai gruppi Partigiani della divisione "Garibaldi".
Nel novembre del 1943 si intensificò la propaganda contro l'Arma dei Carabinieri, accusata di servilismo verso il nemico e di supporto ai bandi tedeschi per la requisizione di tutte le armi in possesso dei civili. Di conseguenza, le requisizioni furono effettuate dai Partigiani stessi. Armi, indumenti, calzature e materiale vario furono sottratti a fascisti e Carabinieri isolati, o requisiti a civili che, a loro volta, li avevano ottenuti da reparti in disgregazione del disciolto esercito italiano, dopo l'8 settembre 1943. Furono condotte requisizioni, a danno di commercianti che praticavano il mercato nero, di generi alimentari che vennero successivamente distribuiti ai bisognosi dei paesi limitrofi.
Le azioni di rifornimento e sabotaggio si ripeterono, con esito positivo, anche durante il primo bombardamento della città, il 22 novembre 1943, evento che provocò numerose vittime e ingenti distruzioni. In questa circostanza, Adelio Fiore trasportò diverse salme all'obitorio, mentre altri riuscirono a recuperare dalle macerie la statua lignea della Madonna del Pianto, Patrona di Foligno. La statua era crollata unitamente alla Chiesa della Madonna del Pianto, ubicata nelle immediate vicinanze della chiesa di Sant'Agostino.
A seguito di una segnalazione del Partigiano Antonio Pizzoni, fornaio di Belfiore, la Brigata apprese dell'esistenza di armi abbandonate dai militari all'indomani dell'armistizio. Quattro Partigiani, Bernardo Toni, Marcello Cerretti, Adelio Fiore e Bruno Serlupini, furono inviati a Belfiore con il compito di recuperare sei fucili e relative munizioni. Queste armi erano state nascoste da antifascisti locali all'interno di una capanna situata lungo il fiume Topino, nei pressi di Scanzano. Quella stessa notte, Adelio Fiore ricevette in dono un'arma preziosa da un autorevole esponente della Resistenza, membro del Comitato di Liberazione: il "sor" Fiore, pseudonimo dell'ex deputato socialista Ferdinando Innamorati, che in seguito alla Liberazione assunse la carica di Sindaco di Foligno.
Avendo raggiunto una struttura definita e relativamente solida, sebbene ancora carente in termini di effettivi, il Comando della Brigata Garibaldi decise, nel mese di dicembre, di procedere alla messa in sicurezza dell'area circostante, con l'obiettivo di incrementare il patrimonio di armi e munizioni. Quest'ultimo, nonostante gli sforzi del CLN, risultava ancora insufficiente per poter sostenere l'ulteriore salto di qualità operativo previsto dai piani.
Il 13 dicembre, seguendo il suggerimento degli informatori di agire in orario serale per sfruttare l'oscurità e ostacolare l'arrivo di rinforzi, si procedette all'assalto della caserma dei Carabinieri di Casenove. Trenta Patrioti, guidati dal capo Brigata Cantarelli, attaccarono di sorpresa la caserma e, dopo pochi minuti di fuoco intenso, intimarono la resa. I Carabinieri, al comando di un Maresciallo, si arresero e furono fatti prigionieri. I militari del presidio furono scortati ad Acqua S. Stefano e, dopo un sommario interrogatorio, furono rilasciati, non senza aver ricevuto l'offerta di unirsi ai Partigiani. Tuttavia, la sosta in questa località è stata da alcuni considerata un'imprudenza, se valutata a posteriori alla luce delle dinamiche del rastrellamento del 3 febbraio. La necessità di reperire calzature indusse i "ribelli" a impossessarsi delle scarpe dei Carabinieri, cedendo loro le proprie, talmente logore e malconce che alcuni di essi furono costretti a proseguire il cammino scalzi. Il giorno seguente, un vice Brigadiere trentenne si presentò a Raticosa chiedendo di essere arruolato.
Il 24 dicembre, nel comune di Agliano, frazione di Campello sul Clitunno, cinque civili, selezionati casualmente tra gli abitanti, furono fucilati dalle truppe tedesche. Il motivo dell'esecuzione fu l'aver dato alloggio a un prigioniero di guerra slavo. Le loro abitazioni vennero incendiate. Lungo la strada Spinavecchia-Campello, tre automezzi, appartenenti alle truppe tedesche responsabili dell'eccidio, furono intercettati e attaccati da un gruppo di cinque Partigiani della Brigata, impegnati in perlustrazione. L'attacco provocò la morte di cinque militari tedeschi e il ferimento di altri quattro. Successivamente, i Partigiani si diressero verso Agliano, partecipando allo spegnimento degli incendi appiccati dalla ferocia tedesca.
Subito dopo le festività natalizie, durante una riunione svoltasi a Raticosa, il Comando della Brigata decise di trasferire l'intera formazione nel territorio marchigiano. Tale decisione fu presa sulla base di informazioni acquisite, di un'attenta analisi della cartografia, e della definizione chiara degli obiettivi e delle strategie. La pausa di riflessione permise di elaborare una linea d'azione complessiva, la quale venne poi attuata nei mesi di gennaio e febbraio. Tale linea d'azione fu prevalentemente incentrata sull'assalto alle caserme, al fine di acquisire armi e munizioni, ma contemplò anche il supporto e il rafforzamento di piccoli gruppi Partigiani ancora in difficoltà nel maceratese, con l'obiettivo di fomentare la rivolta tra le popolazioni locali. Pertanto, negli ultimi giorni del 1943, la Brigata iniziò il suo trasferimento verso le Marche, attraversando le zone di Seggio, Colfiorito e Taverne.
L'incursione nelle Marche consentì il contatto con i Partigiani di Massaprofoglio (Muccia). Superata complessivamente la sessantina di unità, i combattenti si divisero in tre gruppi per condurre un attacco simultaneo ad altrettante caserme dei Carabinieri della zona. Furono attaccate la caserma dei Carabinieri e dei fascisti di Camerino, la caserma dei Carabinieri di Serravalle del Chienti e la caserma dei Carabinieri di Pievetorina. Il gruppo più numeroso aveva il compito di dirigersi verso Camerino, dove le due caserme, di Carabinieri e fascisti, erano difese da circa quaranta uomini. Gli altri due gruppi partirono contemporaneamente per Serravalle e Pievetorina. I Partigiani diretti a Camerino, dopo una sosta a Morro, giunsero a destinazione il 4 gennaio. Dopo aver disarmato i Carabinieri, riuscirono a farsi aprire la porta della caserma dai fascisti. Le perdite nemiche ammontarono a un milite fascista morto e uno ferito. Tra i Patrioti si registrò un ferito. "L’attacco alla compagnia e alla caserma dei fascisti di Camerino, superiori per numero e per mezzi, fu un magnifico esempio di audacia, sprezzo del pericolo, e della fede che animava i Patrioti nel combattimento." (dalla relazione del Comandante Antero Cantarelli). L'operazione si concluse con successo e il bottino fu ragguardevole. Il trasporto del materiale si rivelò estremamente difficoltoso a causa delle abbondanti nevicate verificatesi in quei giorni.
Durante un inverno particolarmente rigido, i Partigiani della Garibaldi dovettero affrontare notevoli difficoltà logistiche e le esigenze della lotta armata, senza mai trascurare la protezione della popolazione locale. Quest'ultima, che da mesi offriva accoglienza e sostegno, era sempre più minacciata: le ostilità dei tedeschi contro i civili si intensificarono significativamente nella seconda metà di gennaio, culminando nell'uccisione indiscriminata di diverse persone. In questo periodo, si procedette alla distribuzione alla popolazione di generi razionati e sottratti al mercato nero gestito dagli esercenti, nei paesi di Massa, Fiume, Val S.Angelo, Borgo di Dignano, Taverne, Serravalle, Cesi, ecc. Da questo momento, il Movimento di Liberazione Nazionale nelle Marche iniziò a prendere un andamento serio e promettente.
Il 13 gennaio, trenta Patrioti, dopo sette ore di marcia, interruppero le linee telefoniche e telegrafiche del paese e assaltarono le caserme dei Carabinieri e dei fascisti di Nocera Umbra. Il risultato dell'azione fu che i fascisti vennero disarmati e sbaragliati. I Carabinieri, superiori per numero e armamenti, trincerati all'interno della propria caserma, costrinsero i Patrioti, in posizione di svantaggio, a ritirarsi dopo un furioso combattimento della durata di circa un'ora. Le perdite furono di due Carabinieri morti e il Comandante dei Patrioti, Cantarelli, gravemente ferito. Nei giorni successivi, i Patrioti proseguirono la loro lotta lungo la strada Nocera-Foligno.
Tra il 15 e il 25 gennaio, il Comando della Brigata, in seguito a informazioni fornite dai propri agenti, ordinò il completo trasferimento del corpo in un'altra zona, mantenendo un distaccamento di collegamento.
Tra il 26 e il 28 gennaio a Sellano furono condannati e giustiziati il Podestà, la guardia comunale, il segretario comunale e l'agente delle imposte, riconosciuti colpevoli di gravissime malefatte ai danni dell'intera popolazione del paese, di essere spie al soldo del nemico, e traditori del Movimento Patriottico di Liberazione Nazionale.
L'inizio di febbraio segnò un punto di svolta cruciale per la Garibaldi, allora comandata dal vice Fausto Franceschini, e per gli abitanti della montagna folignate. Il 3 febbraio fu il giorno del rastrellamento della montagna folignate, condotto da circa cinquemila SS tedesche ritirate dal fronte di Cassino, dietro richiesta del capo della provincia, Armando Rocchi, nella zona compresa tra Foligno, Rasiglia e Trevi. Una squadra riuscì a sganciarsi e a portarsi in una zona di sicurezza; quattro uomini di vedetta furono fatti prigionieri. Raticosa, precedentemente sede del Comando dei Patrioti, fu rasa al suolo dai tedeschi. A Ponze, un casolare appartenente a un collaboratore della Brigata fu fatto saltare in aria. Vallupo subì la distruzione della chiesa, della scuola e di un casolare, già utilizzato come residenza da una squadra della Brigata. Tutti i villaggi della zona furono derubati di bestiame, masserizie e altri beni.
Un'operazione di questa entità non poteva avvenire senza la precedente attività di spie e delatori, soprattutto considerando la posizione geografica e la difficoltà di accesso a queste zone. Diversi testimoni, in particolare Franco Nardone (uno dei sei deportati che riuscirono a tornare a casa), ricordarono che nei giorni precedenti a Cancelli si presentarono due sconosciuti. Questi chiesero ospitalità e manifestarono il desiderio di unirsi ai Partigiani. Alcune persone, fidandosi, non solo fornirono loro informazioni, ma li accolsero anche nelle proprie case. I due sparirono improvvisamente, e presto tutti ne avrebbero capito il motivo. L'infiltrazione, se non addirittura facilitata, fu in ogni caso resa più agevole dalla numerosa presenza di sfollati che salivano da Foligno e da altre località per cercare sui monti un rifugio dai bombardamenti sempre più frequenti.
Due settimane dopo, l'operazione ebbe un seguito ancora più mirato: il 15 febbraio, a Roviglieto, Antonio Salcito e suo figlio Vincenzo, studente di medicina di quasi ventitré anni, furono catturati nella loro casa. A differenza del padre, Vincenzo era estraneo all'attività della Garibaldi. L'altro figlio, Armando, si salvò perché si era svegliato prima del previsto a causa del mal di denti; si accorse dell'arrivo dei tedeschi e riuscì a fuggire. Maria Grazia Salcito, la più piccola allora di sette anni, ricordò distintamente che ad accompagnare i tedeschi c'era un fascista con un chiaro accento perugino. Come gli altri rastrellati all'inizio del mese, padre e figlio furono inizialmente detenuti a Perugia.
Il 5 febbraio, quindici Patrioti intrapresero una brillante azione contro un presidio militare di fascisti e tedeschi, in località Matigge di Trevi, catturando diciassette uomini dopo il completo disarmo del presidio.
La sera del 5 febbraio, vicino a Cesi (Serravalle di Chienti), si tenne un'importante riunione. Erano presenti l'intero Comando di Brigata, con i rappresentanti di tutti i gruppi della formazione, i Comitati di Liberazione Nazionale di Foligno e Serravalle, e il CLN provinciale di Perugia. Questa riunione, considerati i rischi, fu necessaria per fare un passo avanti a livello operativo, risolvere le recenti divergenze politiche e militari, e dare alla Brigata una struttura più solida, adatta a una presenza sempre più estesa e radicata sul territorio.
La Brigata, costituita da due Battaglioni, incrementò il proprio organico con l'aggregazione di un Battaglione di circa sessanta uomini, dislocato in località Dignano (Serravalle di Chienti). Contemporaneamente, gli altri due Battaglioni furono dislocati nelle località Taverne-Costa.
Per migliorare la logistica e l'organizzazione militare, la Brigata Garibaldi di Foligno si riorganizzò, in accordo con il CLN, seguendo le decisioni della conferenza militare del 5 febbraio 1944. Questa riorganizzazione prevedeva di dividere la Brigata in gruppi più piccoli e agili, più adatti alla guerriglia e al territorio. Questi gruppi furono formati principalmente in base alle affinità politiche. La scelta del Commissario Politico di Brigata fu affidata al Comitato di Foligno, che scelse Balilla Morlupo (nato a Bevagna il 12 novembre 1917 e morto a Serravalle di Chienti il 23 aprile 1994). All'inizio della primavera del 1944, la Brigata controllava di fatto tutta la zona montuosa tra la Valle Umbra, la Valtopina e le Marche.
| Battaglione | Comandante | Commissario Politico | Zona Operativa |
|---|---|---|---|
| Comando | Antero Cantarelli / Fausto Franceschini | Balilla Morlupo | Coordinamento |
| Franco Ciri | Mario Tardini / Piero Donati | - | Montagne di Gualdo Tadino |
| Goffredo Mameli | Giacinto Cecconelli | Adelio Fiore | Nocera Umbra |
| Angelo Morlupo | Franco Lupidi / Luciano Formica | - | Montecavallo |
| Ardito | Alberto Albertini / Marcello Formica | - | Foligno e Campello sul Clitunno |
| Peko Dapcevic | Milan Tomović | - | Distaccato dall'"Angelo Morlupo" |
Per espandere la propria influenza in altri territori, la Brigata si collegò con circa sessanta uomini, tra cui otto russi, che operavano da qualche mese a Gualdo Cattaneo, vicino ai monti Martani, sotto gli ordini del Tenente Bartolomeo "Romeo" Bocchini, poi ucciso dai fascisti all'inizio di maggio.
Mentre si avviavano i primi contatti con gli Alleati, il Comando decise di provare a ottenere armi, e soprattutto munizioni, in grande quantità.
La sera del 10 febbraio, nonostante le avverse condizioni meteorologiche che ostacolavano il movimento delle squadre di azione, quaranta Patrioti, sotto il Comando di Fausto Franceschini, tentarono l'assalto alla polveriera di Foligno, situata su un pianoro tra le colline a est della città, tra Uppello e le sorgenti di Sassovivo. L'azione, iniziata favorevolmente, non poté concludersi positivamente a causa di uno sfortunato incidente. Uno dei muli che trasportava il bottino inciampò su una grossa pietra che rotolò a valle[5]. Il rumore, amplificato dal silenzio notturno, allertò i fascisti e i tedeschi. Mentre questi ultimi sparavano indiscriminatamente verso la montagna, la squadra riuscì a ritirarsi senza perdite, ma l'attacco non ebbe successo. Fu necessario allontanarsi subito dalla zona per evitare ritorsioni sulla popolazione che aveva collaborato al tentativo fallito. Di conseguenza, la Brigata si spostò dalla montagna del folignate verso la zona di Monte Cavallo, Nocera Umbra e Gualdo Tadino.
Il 15 febbraio, sulla base di informazioni fornite da agenti della Brigata, dieci Patrioti intercettarono presso il lanificio Tonti un considerevole quantitativo di stoffa militare e civile destinato a essere prelevato da truppe tedesche il giorno successivo.
Il 18 febbraio, una squadra d'azione di Patrioti, operando lungo la camionabile Muccia-Camerino, attaccò un gruppo di circa trenta fascisti impegnati in lavori di sgombero stradale al fine di agevolare il transito di truppe tedesche. A seguito di un accanito combattimento, quindici fascisti furono fucilati sul posto, mentre gli altri si diedero alla fuga. Tre Patrioti riportarono ferite.
Il 19 febbraio Balbo Morlupo, conosciuto come "Angelo", classe 1924, fu assassinato a Pievetorina, sull'Appennino umbro-marchigiano, poco dopo essere andato in clandestinità. In quella zona operava una banda di Partigiani, guidata da un certo Pasquale di Roma, che derubava e terrorizzava la popolazione locale. Appena venuto a conoscenza di queste attività illegali, Balbo fu ucciso mentre si preparava a denunciare al Comando generale i crimini della banda. Il giorno seguente, con un'azione a sorpresa, i Partigiani della Brigata Garibaldi, sotto il Comando di Franceschini, circondarono e disarmarono la banda. Al termine di un processo pubblico tenuto davanti alla popolazione, Pasquale e il suo vice furono fucilati sul posto. Successivamente, un Battaglione della IV Brigata Garibaldi fu intitolato a Balbo "Angelo" Morlupo.
Nei mesi centrali dell'inverno, la Brigata Garibaldi lavorò per creare una base solida, preparandosi alla ripresa primaverile. Nonostante ciò, durante questo periodo, oltre ad attacchi contro presidi e distaccamenti, furono compiute diverse azioni per disturbare le truppe tedesche. Interruzioni stradali e altri sabotaggi resero molto più difficile la gestione quotidiana del territorio da parte dei comandi della Wehrmacht. A Foligno in particolare, dove i tedeschi erano presenti in gran numero, soprattutto a causa dell'aeroporto. Un esempio di questi sabotaggi fu il danneggiamento ripetuto dei mezzi spazzaneve. Questo, insieme a forti nevicate, causò lunghi blocchi al traffico, già precario, sulla statale della Val di Chienti e sulle strade vicine.
Il 22 febbraio, tre Patrioti incendiarono due spartineve lungo la strada Serravalle-Muccia, provocando un'interruzione stradale che si protrasse per circa venti giorni.
Il 26 febbraio, venti Patrioti, dopo una marcia di circa dodici ore, circondarono la caserma dei Carabinieri di Gualdo Tadino, inducendola alla resa. L'esito dell'azione fu la consegna di tutte le armi e del vestiario. In questo periodo, la Brigata incrementò ulteriormente il numero delle sue squadre d'azione.
Tra il 1° e il 5 marzo, piccoli nuclei di Patrioti condussero azioni lungo la strada Serravalle-Camerino, interrompendo completamente il traffico e costringendo significativi contingenti di tedeschi e fascisti a presidiare i centri abitati lungo il percorso. Furono effettuati attacchi a numerose autovetture lungo la camionabile Visso-Pievetorina-Camerino. Tre di questi mezzi, trasportanti circa 200 quintali di grano, furono fermati e distrutti; il grano venne quindi distribuito alla popolazione dei paesi limitrofi. Tre soldati tedeschi furono fatti prigionieri.
Il 7 marzo, una colonna tedesca fu attaccata sul passo del Cifo, causando diverse perdite tra i tedeschi. Contemporaneamente, nella zona di Nocera Umbra, un nuovo Battaglione fu dislocato a Villa S. Lucia, operando lungo la Flaminia, mentre un altro Battaglione si attestò tra Mosciano e Collecroce.
Alla fine della prima quindicina di marzo, si verificò un secondo rastrellamento condotto da circa due divisioni tedesche e Battaglioni "M"[6], partiti da Orvieto. L'azione interessò la zona compresa tra Scopoli, Colfiorito e San Martino (Serravalle di Chienti). Le squadre d'azione, grazie a informazioni tempestive, riuscirono a dislocarsi in una nuova area.
Cinque Patrioti fatti prigionieri furono fucilati a Cesi, affrontando eroicamente la morte al grido di "Viva l'Italia Libera".
In combattimento caddero Franco Ricchetti presso Colfiorito, Marco Gustovich e Branko Knežević nei pressi di Costa di Cesi.
Il 17 marzo, lungo la strada tra Sellano e Rasiglia, un distaccamento di Patrioti effettuò un attacco a due autocarri contenenti armi e munizioni tedesche, provocando dodici morti tra le fila nemiche e l'incendio di un veicolo. A ciò seguirono rappresaglie da parte delle forze tedesche nella zona.
Il 18 marzo, vi fu un attacco alla Stazione di Gaifana, con interruzione delle comunicazioni e asportazione di munizioni da un treno.
Il 20 marzo, durante un'azione sulla Flaminia, nei pressi di Nocera, venne catturato il Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare. Vari documenti fascisti furono acquisiti dai Patrioti e il Capo di Gabinetto fu costretto alle dimissioni.
Il 21 marzo, nella medesima località, venne fatto saltare un autotreno carico di materiale appartenente al Ministero dell'Aeronautica.
Il 23 marzo, un Battaglione della Garibaldi disarmò, in località Fiuminata (Macerata), una banda di trenta uomini che operava a danno delle popolazioni locali.
Il 24 marzo, un Battaglione della Brigata disarmò la caserma dei Carabinieri di Campello. Due agenti dell'OVRA[7] furono fucilati e gli uffici repubblicani di Campello vennero incendiati.
Il 4 aprile, soldati tedeschi, sotto la guida di una spia fascista, condussero un'incursione a S. Martino (Serravalle di Chienti). Nella casa di proprietà Baccanari, furono catturati il Vice Comandante della Brigata, il Commissario Politico Generale e l'Amministratore. La casa fu incendiata. I tre Patrioti, dopo essere stati interrogati, riuscirono a ottenere la liberazione simulando di essere sfollati da Foligno.
Il 7 aprile, fascisti appartenenti ai Battaglioni "M", travestiti da patrioti, riuscirono a infiltrarsi in un'area sotto il controllo della Brigata. Due volontari, Mario e Nello, furono catturati e fucilati senza processo. Contemporaneamente, fu fatto prigioniero un assiduo collaboratore, Salvatori Giovanni, insieme a suo figlio. Fu inoltre fermato il portaordini della Brigata, Paradisi. I tre prigionieri, già condannati a morte, furono liberati dietro la consegna di un'autovettura Aprilia.
Tra il 7 e il 12 aprile, due Partigiani di origine slava, operanti nell'organizzazione, Vassika e Gojko, persero la vita in combattimento contro forze tedesche. Uno di loro fu fucilato sebbene ferito. Sette soldati tedeschi furono uccisi.
L'8 aprile, dieci Patrioti, attraverso un'azione di sorpresa notturna, riuscirono a impossessarsi di tre casse di moschetti e a disarmare civili armati che svolgevano servizio di pattuglia tra Nocera e Gualdo Tadino.
Il 12 aprile, presso Laverino (Macerata), mentre un gruppo di circa quaranta Patrioti attendeva il passaggio di centocinquanta fascisti con l'intento di disarmarli e catturarli, l'autovettura tedesca che li precedeva aprì il fuoco sui Patrioti. Questi reagirono, uccidendo due ufficiali superiori e ferendo gli altri due. Un Patriota subì ferite.
Il 17 aprile, ebbe inizio un'ampia operazione di rastrellamento condotta da due divisioni tedesche, supportate da diversi Battaglioni delle SS repubblicane, la quale si concluse solamente nella seconda metà di maggio. In un primo momento, due Battaglioni della Garibaldi attaccarono nell'area di Collecroce-Sorifa. Dopo un combattimento durato circa sei ore, a causa della superiorità numerica nemica, furono costretti a ritirarsi in altre zone, lasciando sul terreno venticinque Patrioti caduti e due civili, a fronte di cinque soldati tedeschi uccisi. A Collecroce, venne incendiata un'abitazione che ospitava una squadra. In seguito a combattimenti nella zona tra Valtopina e Bandita, nove soldati delle S.S. repubblicane vennero catturati e fucilati immediatamente.
Con analoga determinazione, il Battaglione "Franco Ciri" ingaggiò un combattimento di quattro ore sulle alture montagnose tra Nocera Umbra e Gualdo Tadino. In tale scontro, il Battaglione subì la perdita di venticinque uomini: ventidue prigionieri e tre morti. Le forze nemiche, durante le azioni condotte dalle varie squadre dislocate in diversi punti, lamentarono otto caduti, la perdita di sei pistole mitragliatrici, dieci moschetti, svariate cassette di munizioni e tre muli.
Quindici dei Patrioti fatti prigionieri, condotti presso un Collegio dei Salesiani a Gualdo Tadino, riuscirono, con il concorso del Professor Morichini, membro del CLN locale, a evadere e a riprendere la lotta con rinnovato slancio.
Il rastrellamento proseguì con maggiore intensità in tutta la zona. Numerosi paesi furono saccheggiati, contadini e civili vennero fatti prigionieri e successivamente condotti in campi di concentramento o deportati in Germania. Da informazioni raccolte, il numero dei prigionieri civili ascendeva a tremila.
A seguito di questo rastrellamento, la Brigata accusò una marcata disorganizzazione, con diverse squadre che si ritrovarono completamente sbandate. Un numero significativo di Partigiani decise di abbandonare le armi e tornare a casa (o nascondersi ma rimanere inattivi), e la popolazione, spaventata, rifiutò la presenza partigiana, percepita come un pericolo intollerabile. Coinvolto, insieme alle popolazioni della zona montana di Nocera, fu il Battaglione "Goffredo Mameli", comandato da Giacinto Cecconelli con Adelio Fiore come Commissario Politico. Questo Battaglione raccoglieva gran parte del nucleo storico della formazione, i "Sancarlisti". Di conseguenza, si creò uno stretto legame con il Comando, dove Antero Cantarelli aveva ripreso il controllo da oltre un mese. Il Battaglione prese l’immediata decisione di dileguarsi velocissimamente. Bisognava uscire dalle maglie del terzo rastrellamento il più terribile. Sciogliere il Battaglione, sparpagliarsi, sparire. Si salvi chi può e come può. Un gruppo di una ventina di volontari si ritrovò a Valtopina, dove vennero presi gli ultimi accordi prima di separarsi. Partito anche l’ultimo uomo, scapparono i quattro fra i maggiori responsabili, amici nella buona e cattiva sorte: Cantarelli, Cucciarelli, Franceschini e Fiore. Al termine della fuga, dopo aver attraversato Armenzano, Assisi e Spello, giunsero a Foligno. In fondo, quale posto migliore per nascondersi dai nazifascisti che li cercavano sulle montagne? Nel centro storico si rifugiò Adelio Fiore, con il Partigiano "Sancarlista" Bruno Serlupini nell’appartamento disabitato in via Principe Amedeo (ora Gramsci). Il Comandante Cantarelli tornò nella sua abitazione (palazzo Guiducci in piazza San Nicolò). Un consistente gruppo di cinquanta o sessanta Partigiani, non tutti folignati, si rifugiò nel monastero disabitato delle suore agostiniane di Betlemme (via Pierantoni, vicolo cieco, appendice di via Garibaldi), per iniziativa tempestivamente presa da monsignor Faveri che evitò la dispersione d’una buona parte della Brigata.
I Partigiani maggiormente responsabili dell’andamento delle operazioni non poterono esimersi dal mantenere i contatti con tutti i compagni e perciò trovarono il modo di inviarsi messaggi lasciandoli in luoghi convenuti. Al compito di consolidare tali contatti si dedicarono soprattutto la madre di un caduto, Olga Ciri, e Luigi Faveri, ambedue membri del CLN clandestino. Furono disseppellite le armi e costituiti un Battaglione cittadino e un corpo di polizia, comandato da Edoardo Marinelli. Tre giovani, che avevano frequentato il "San Carlo", passarono armi e bagagli nelle file dei Partigiani e andarono poi a combattere in prima linea nella divisione "Cremona" con l’VIII Armata Inglese.
In questo contesto, il Comando della Brigata, al fine di ripristinare la piena operatività e consentire la ripresa delle azioni, decise una temporanea sospensione delle attività. Vennero incaricati due ufficiali di avviare negoziati diplomatici con le autorità repubblicane di Perugia. A garanzia di tali accordi, vennero rilasciati due lasciapassare, che permisero ai suddetti ufficiali di fare ritorno alle proprie famiglie. Si trattava di una vera e propria tregua, concordata con le autorità nazifasciste, che riguardava il "Mameli" e il "Comando", estendendosi a gran parte della formazione. L'operazione, sebbene audace, ebbe successo. Il Comando ricollocò quindi tutti gli effettivi della Brigata in nuove zone, organizzando un Battaglione nei Monti Martani, il quale entrò immediatamente in azione.
Contemporaneamente, mentre un Battaglione della Divisione Garibaldi attendeva nella zona di Forcella (Serravalle di Chienti) l'esito dei negoziati in corso con le forze nazi-fasciste, una formazione tedesca, partita da Visso, intraprese un'operazione di rastrellamento nell'area. Un ufficiale della Brigata, presente sul posto unitamente a un Capitano dell'esercito repubblicano, stabilì un contatto immediato con il Comandante della formazione tedesca, giungendo a un accordo che prevedeva l'interruzione del rastrellamento.
Mentre le truppe tedesche si preparavano a ritirarsi, una seconda formazione, proveniente da Sellano dove, qualche giorno prima, era stato fucilato il Patriota Giolo Allegretti, e accompagnata da un certo Giuseppe del medesimo paese, si diresse verso la località Romita di Monte Cavallo (Macerata), sede di un presidio di Patrioti italiani e slavi. Beneficiando della copertura della nebbia, i tedeschi riuscirono a portarsi in una posizione strategicamente vantaggiosa senza essere avvistati dalle sentinelle. Con scariche improvvise di fucileria, colsero di sorpresa il presidio. I Patrioti reagirono prontamente e, al termine di un breve e violentissimo combattimento, riuscirono ad aprirsi un varco mediante il lancio di bombe a mano. Le perdite nemiche ammontarono a un soldato deceduto. I Patrioti subirono quattro caduti (Alberto Mascioli, Carlo, un ferrarese e uno slavo) e sette feriti (Alfio Lupidi, Umberto Salson, Mimmo Spinelli, Antonio Binago, Milan Jiovicevic, Boris e un paracadutista).
I feriti, trasportati presso l'ospedale di Belfiore previo permesso delle autorità competenti dell'epoca, furono recuperati qualche giorno dopo dai propri commilitoni, ritenendo ormai scaduto il periodo degli accordi. Una volta trasferiti in montagna, ricevettero assistenza dall'infermiere della Brigata.
Contemporaneamente, il Comando aggregò alla Brigata un nucleo di uomini, successivamente costituitosi in Battaglione, operante nella zona di Bastia-Assisi.
Intorno alla metà di maggio, dopo un incontro nel villaggio di Seggio tra i comandanti e i commissari politici dei vari Battaglioni della Brigata Garibaldi, il Comandante di Brigata Antero Cantarelli e il Commissario Politico di Brigata Balilla Morlupo dettero l'ordine di riunire tutti gli uomini disponibili per raggiungere nuove destinazioni e riprendere l'azione. Infatti, il 10 maggio era iniziata la grande offensiva alleata contro la "linea Gustav"[8].
Intorno al Battaglione Mameli si radunarono sessanta elementi fra vecchi e nuovi, che andarono a operare con il Comandante Giacinto Cecconelli e il Commissario Politico Adelio Fiore nella zona collinare di Bevagna e di Cannara. Là era previsto un forte passaggio di truppe nemiche in ritirata da Cassino che potevano essere attaccate lungo la strada provinciale abbastanza vicina alle posizioni tenute dai Partigiani del luogo. La scelta fu ritenuta dalla maggior parte dei volontari della Brigata Garibaldi importante soprattutto perché consentiva di allargare il campo d’azione e di propaganda con il coinvolgimento di altre popolazioni e di nuovi ceti nella Resistenza. Infatti i contatti che si stabilirono con i Bevanati risultarono fruttuosi, con l’immediata adesione di circa trenta volontari di estrazione prevalentemente contadina, che si aggiunsero ai quarantadue uomini già organizzati dal Comandante Damino Pelagatti di Castelbuono, frazione di Bevagna. Si modificò pertanto la fisionomia piccolo borghese e studentesca del primitivo gruppo di Partigiani: avvenuta la fusione, il Battaglione in marcia si affidò alla guida intelligente, esperta e coraggiosa d’un contadino, il Comandante Damino Pelagatti di Castelbuono.
Il 30 maggio, quattro Patrioti intercettarono e catturarono due soldati tedeschi, unitamente alle loro motociclette, lungo la strada Bevagna-Spello. Furono condotte azioni di sorpresa lungo la medesima arteria stradale, culminate con la distruzione di tre ponti. Si registrarono inoltre interruzioni delle linee ferroviarie. Presso la stazione di Foligno vennero incendiati due vagoni contenenti materiale bellico di origine tedesca.
Il 2 giugno, in un'imboscata tesa nei pressi di Cerqueto di Gualdo Tadino, persero la vita due Patrioti: Sandro Lossi e Iorio Scoprivo, mentre altri due rimasero feriti.
In data 4 giugno, gli Alleati conquistarono e liberarono Roma. Il Comando della Brigata ordinò a tutti i Battaglioni di entrare in azione, mobilitando ogni effettivo nell'intera zona presidiata dalla Brigata. Le vie di comunicazione furono interrotte mediante l'impiego di alberi, pietre, frammenti di vetro e la costruzione di barricate. Piccoli ponti furono fatti saltare e le linee telefoniche vennero tagliate. Piccoli comandi tedeschi furono assediati e distrutti.
Fu un'azione bellica senza tregua e senza quartiere quella condotta dagli uomini della Brigata Garibaldi contro il nemico. Foligno, Trevi, Collesecco, Corciano, Nocera, Gualdo Tadino, Bevagna, Bastia, Assisi, Torre del Colle, Penne e tutte le aree circostanti costituirono il teatro delle operazioni sostenute dalla Brigata. I Patrioti furono costantemente impegnati in azioni diurne e notturne: colonne tedesche in ritirata furono attaccate quotidianamente.
Il 17 giugno, alle ore 10:00, le truppe Alleate giunsero di sorpresa a Foligno. Il Battaglione cittadino, già in possesso della città da tre ore a seguito di brillanti azioni, accolse gli Alleati con manifestazioni di entusiasmo, seppur improntate alla serietà. (sic)
Contemporaneamente, le squadre d'azione dislocate in montagna proseguirono gli attacchi contro le forze tedesche in ritirata, agevolando così l'avanzata degli Alleati. Vari carri armati furono neutralizzati e alcuni cannoni catturati. Un ingente bottino bellico, comprensivo di decine di prigionieri tedeschi, rimase nelle mani dei Patrioti. I Patrioti, scesi in città, si misero a disposizione degli Alleati al fine di fornire precise indicazioni sulla dislocazione delle formazioni nemiche.
Il 18 giugno, il Battaglione operante nelle vicinanze di Gualdo Tadino condusse all'arresto di otto soldati tedeschi senza dover far uso delle armi.
Il 1° luglio, i tedeschi attuarono un rastrellamento nella località Monte Penna (Gualdo Tadino), iniziato con un violento bombardamento d'artiglieria. L'azione si concentrò nel paese di Campetella, dove un presidio della Brigata custodiva i prigionieri tedeschi. Il rastrellamento si concluse alle ore 18:00. Mentre le pattuglie tedesche rientravano verso Gualdo Tadino, il sottotenente Bassetto e il volontario Tasopetti, due Patrioti incontrati disarmati, furono fatti prigionieri. I due volontari vennero fucilati sulla piazza di Gualdo Tadino alle ore 20:45, insieme a due civili accusati di aver rifornito i due Patrioti. La popolazione di Gualdo Tadino, costretta a presenziare all'esecuzione nella piazza del paese, udì, unitamente al crepitio della mitraglia, le ultime parole dei due uomini della Garibaldi: "Viva l'Italia - Viva la libertà". Nocera Umbra venne occupata dai Patrioti della Brigata Garibaldi.
Il 5 luglio, Gualdo Tadino fu occupata dai Patrioti.
Il 7 luglio, in località Vaccara, ebbe luogo uno scontro tra una pattuglia tedesca e una pattuglia della sezione di Gualdo Tadino. L'episodio si concluse con due caduti sul fronte tedesco, mentre i Patrioti non registrarono perdite. La Brigata Garibaldi, con ordine e disciplina, proseguì la sua lotta contro il fascismo e il nazismo per la Liberazione della Patria.
- Attività della Brigata Garibaldi settembre 1943 - luglio 1944
Volontari al nord
A seguito della liberazione di Foligno e dell'Umbria, molti Partigiani avvertirono la necessità e il dovere di proseguire la lotta di liberazione nel nord Italia, manifestando l'intenzione di partire immediatamente. Tuttavia, non vi era unanimità di vedute tra gli Alleati, favorevoli alla monarchia, riguardo alla partecipazione dei volontari italiani alla guerra, in particolare a causa della marcata connotazione politica che i numerosi aderenti al Partito Comunista conferivano alle diverse formazioni di volontari. Il Governo Italiano, che includeva comunisti e socialisti, riuscì ad imporre la propria posizione. Era infatti di fondamentale importanza per gli italiani riscattarsi attraverso una partecipazione estesa e motivata, un obiettivo in cui l'operato di Togliatti fu notevole.
Durante la prolungata attesa per il nuovo arruolamento, fu condotta un'intensa campagna di propaganda che ottenne eccellenti risultati. Un numero considerevole di volontari era costituito dagli stessi ex "ribelli", ora definiti "Patrioti" o "Partigiani"; tra i nuovi arrivati vi erano giovanissimi entusiasti, alcuni dei quali sedicenni.
Dalla piazza XX Settembre di Foligno, il 12 febbraio 1945, sessanta giovani "Sancarlisti" e loro amici, affini per comunanza sociale e spirituale, partirono a bordo di un camion militare.
Numerosi valorosi folignati combatterono sullo stesso fronte nel 21° reggimento di fanteria, 3ª compagnia, 3° Battaglione della divisione "Cremona". Con impegno e sofferenza, il gruppo di giovani "garibaldini" folignati si unì all'esercito regolare multietnico di Inglesi e Americani, composto da effettivi provenienti da tutti i continenti. Avevano abbandonato i propri abiti logori, non erano più costretti a procurarsi il cibo sottraendolo ai civili, ricevevano pasti cucinati, anche freschi, caffè, sigarette, liquori e un regolare servizio postale. Antero Cantarelli e Giacinto Cecconelli, in base ai gradi acquisiti nell'esercito italiano, assunsero il Comando del primo e del secondo plotone, composti dagli amici folignati; Adelio Fiore, caporal maggiore, fu nominato vicecomandante del primo plotone, rimanendo al fianco dell'amico Antero.
Presto si resero conto di essere stati inghiottiti dalla spietata macchina bellica ad alta tecnologia, dove non erano tanto i loro valori interiori a essere chiamati in causa, quanto la fredda logica della violenza espressa da innumerevoli ordigni di morte e distruzione. Ebbero il loro nuovo battesimo del fuoco il 2 marzo, a Torre di Primaro (Ravenna), sulla sponda destra della foce del fiume Reno.
Erano destinati all'assalto per snidare le forze tedesche che occupavano una decina di fortini in cemento armato, equipaggiati con mitragliatrici e cannoncini, sulla riva destra del Reno, ostacolando così l'avanzata degli Alleati. Il grosso dell'esercito nemico si trovava sull'altra sponda del fiume. Preceduti dai carri armati che sradicavano gli alberi della celebre pineta "garibaldina" di Ravenna, i soldati italiani avanzavano attraversandola tra la sabbia e il mare. Furono catturati circa 350 prigionieri, provenienti da diverse nazioni occupate dai tedeschi.
Il turno di prima linea era terminato da due giorni e il cambio tardava ad arrivare. Giunse invece un imponente attacco nemico con bombardamento di mortai che perdurò dal crepuscolo all'alba. Rischiavano di essere accerchiati e annientati; tutti i mezzi di comunicazione saltarono e il plotone fu dimezzato. I folignati riportarono ferite di varia gravità, con il Comandante Cantarelli, nuovamente alla testa, che subì la più grave, ma nessuno di loro perse la vita in quella dura battaglia da cui la regolare fine del turno li avrebbe dovuti esentare. Erano rimasti isolati e privi del Comandante. Adelio Fiore assunse le sue funzioni: si occupò del trasporto dei caduti e del rifornimento delle munizioni, recandosi nelle retrovie e rischiando costantemente la vita, dovendo attraversare campi bombardati per raggiungere il Comando dal quale ottenne munizioni e uomini per il trasporto.
Appostati nei pressi del fiume Senio, dove resisteva la "linea Gotica", dovevano avanzare su tutto quel fronte per scacciare i tedeschi dalle due rive del fiume e, di conseguenza, dal centro agricolo di Alfonsine. L'intera linea, aprendo il fuoco, si mise in movimento lungo il fianco destro del fiume, coprendo una lunghezza di circa quindici chilometri. I tedeschi, che da tempo avevano scavato i loro ricoveri nell'alto argine, portandovi persino i mobili, dopo una giornata di combattimenti furono costretti ad abbandonare le loro posizioni. Penetrando nell'entroterra in direzione di Alfonsine, i volontari vi entrarono al crepuscolo del 10 aprile 1945.
Il 29 aprile, sulla riva sinistra del Brenta, in prossimità della laguna veneta, Adelio Fiore e i suoi commilitoni ricevettero l'attesa notizia della fine della guerra. Erano acquartierati nei casolari vicini a Codevigo, dove cessò l'inseguimento dei tedeschi in fuga. Le acque del fiume continuavano a trascinare silenziosamente i cadaveri di civili vestiti decorosamente, vittime delle ultime rappresaglie. Gli altri volontari folignati, appartenenti al 21° Reggimento della Divisione "Cremona", ebbero la memorabile soddisfazione di entrare in una Venezia insorta.
Non erano trascorsi cinque giorni da quell'evento che, nel mese di maggio, giunse dal quartier generale l'ordine di smobilitazione di tutti i volontari. Dovevano sciogliersi rapidamente, come era accaduto nell'Ottocento ai primi garibaldini.
Patrioti Caduti
Patrioti della Brigata "G. Garibaldi" Foligno Caduti per fucilazione, in combattimento e imboscate

- Walter "Franco" Ciri, di Ciro e Olga Caputo, nato a Roma il 1° aprile 1921, celibe, iscritto alla Facoltà di Ingegneria, assassinato in una imboscata fascista a Foligno il 26 ottobre 1943.
- Balbo "Angelo" Morlupo, di Arduino e Polinnia Torti, nato a Bevagna il 14 marzo 1924, celibe, maturità classica, assassinato da criminali in veste di patrioti che compivano un'azione di rapina ai danni di una famiglia di Fiume, Frazione di Pievetorina in provincia di Macerata, dalla quale era stato ospitato, il 20 febbraio 1944.
- Agelio Sfasciotti, di Primo e Anna Checcucci, nato a Foligno il 3 marzo 1924, celibe, meccanico, fucilato dai nazi-fascisti a Cesi (Serravalle di Chienti) in seguito a un rastrellamento nella zona.

- Adriano Paolini, di Olivio ed Elisa Battaglini, nato a Foligno il 18 luglio 1922, celibe, perito meccanico, fucilato dai nazi-fascisti a Cesi (Serravalle di Chienti) in seguito a un rastrellamento nella zona, il 14 marzo 1944.
- Franco Ricchetti, fu Gino e Giulia Salvatori, nato a Foligno l'11 maggio 1924, celibe, perito Industriale, fucilato dai nazi-fascisti a Colfiorito di Foligno in seguito a un rastrellamento nella zona.
- Marco Gustovich, del Montenegro, ucciso in combattimento nei pressi di Costa (Serravalle di Chienti) in seguito a un rastrellamento dei nazi-fascisti nella zona, il 7 marzo 1944.
- Branko[9], del Montenegro, ucciso in combattimento nei pressi di Costa (Serravalle di Chienti) in seguito a un rastrellamento dei nazi-fascisti nella zona, il 7 marzo 1944.
- Vassika[10], del Montenegro, ucciso in combattimento nei pressi di Pievebovigliana (Macerata) in seguito a un rastrellamento operato da truppe tedesche nella zona, il 10 aprile 1944.
- Gojko[11], del Montenegro, ucciso in combattimento nei pressi di Pievebovigliana (Macerata) in seguito a un rastrellamento operato da truppe tedesche nella zona, il 10 aprile 1944.
- Giuseppe Annibali, fu Raffaele e fu Luigia Fonghi, nato a Nocera Umbra l'11 Gennaio 1898, coniugato con Sesta Schiaroli, fucilato dopo un rastrellamento effettuato da forze armate nazi-fasciste, il 19 aprile 1944.
- Angelo Coccia, fu Francesco e fu Filomena Marini, nato a Nocera Umbra il 6 Agosto 1922, celibe, bracciante, caduto in combattimento contro forze armate nazi-fasciste in azione di rastrellamento nella zona di Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Romolo Rondelli, fu Giovanni e Felice (sic) Pascucci, nato a Nocera Umbra il 6 luglio 1922, celibe, meccanico, caduto in combattimento contro forze armate nazi-fasciste in azione di rastrellamento nella zona di Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Gervasio Cucchiarini, di Protasio e Anna Leonardi, nato a Nocera Umbra il 9 marzo 1926, celibe, agricoltore, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Eliso Cucchiarini, di Rinaldo e Clelia Loschi, nato a Nocera Umbra il 14 maggio 1922, celibe, agricoltore, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Guido Gallina, di Luigi e Annunziata Marazzani, nato a Nocera Umbra il 3 novembre 1928, celibe, agricoltore, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Tito Tesauri, di Giulio e Rosa Tini, nato a Nocera Umbra il 5 agosto 1925, celibe, bracciante, caduto in combattimento contro forze armate nazi-fasciste in azione di rastrellamento nella zona di Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Giuseppe Squarta, fu Antonio e Maria Cossa, nato a Nocera Umbra l'8 gennaio 1924, celibe, agricoltore, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Collecroce di Nocera Umbra, il 21 aprile 1944.
- Achille Staccioni, di Reogardo e fu Sabatina Ansuini, nato a Nocera Umbra il 6 luglio 1923, celibe, agricoltore, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Fonte Vecchia di Nocera Umbra, il 21 aprile 1944.
- Pietro Corsaro, di Nicola e ?, nato a Reggio Calabria il 27 maggio 1927, caduto in combattimento contro forze armate nazi-fasciste in azione di rastrellamento in località Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Joseph Besonces, del Marocco, di anni 25, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Giuseppe Giunta, di Calogero e Filippa Cozzo, nato a Aidone (Enna) il 17 agosto 1923, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Collecroce di Nocera Umbra, il 17 aprile 1944.
- Francesco Capoccia, fu Vincenzo e Caterina Antonelli, nato a Nocera Umbra il 29 luglio 1902, coniugato con Felicetta Travaglini, caduto in combattimento contro forze armate nazi-fasciste in azione di rastrellamento in località Fonte del Trocco di Nocera Umbra, il 21 aprile 1944.
- Bernardino Tiburzi, fu Bernardino e fu Marta Regni, nato a Nocera Umbra il 14 Febbraio 1894, coniugato con Maddalena Timi, agricoltore, caduto in combattimento contro forze armate nazi-fasciste in azione di rastrellamento in località Fonte del Trocco di Nocera Umbra, il 21 aprile 1944.
- Nazzareno Capoccia, di Luigi e Francesca Merli, nato a Nocera Umbra il 18 giugno 1925, celibe, agricoltore, caduto in combattimento contro forze armate nazi-fasciste in azione di rastrellamento in località Fonte del Trocco di Nocera Umbra, il 21 aprile 1944.
- Bartolomeo Armillei, fu Carlo e Maddalena Antonelli, nato a Nocera Umbra l'8 marzo 1919, coniugato con Ida Mingarelli, bracciante, fucilato da forze armate nazi-fasciste in frazione Sorifa di Nocera Umbra, il 22 aprile 1944.
- Angelo Biconne, di Pietro ed Erminia Pallotta, nato a Nocera Umbra il 19 Aprile 1924, celibe, falegname, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Castello della frazione Boschetto di Nocera Umbra, il 23 aprile 1944.
- Nando Tesauri, fu Alessandro e Matilde Santarelli, nato a Nocera Umbra il 19 giugno 1922, celibe, bracciante, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Castello della frazione Boschetto di Nocera Umbra, il 23 aprile 1944.
- Domenico Grilli, fu Angelo e Caterina Fermanelli, nato a Nocera Umbra il 17 gennaio 1868, coniugato in seconde nozze con Cesarina Mingarelli, bracciante, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Vocabolo Pianella della frazione Serre Mosciano, nel comune di Nocera Umbra, il 23 aprile 1944.
- Domenico Pascucci, di Pietro e Annunziata Cucchiarini, nato a Nocera Umbra il 29 gennaio 1929, celibe, agricoltore, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Vocabolo Pianella della frazione Serre Mosciano, comune di Nocera Umbra, il 25 aprile 1944.
- Primo Pizzicotti, di Aurelio e fu Assunta Lilli, nato a Nocera Umbra il 15 aprile 1915, celibe, bracciante, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Vocabolo Fonte S. Francesco di Nocera Umbra, il 25 giugno 1944.
- Giovanni Tribuzi, di Giulio e Francesca Contardi, nato a Nocera Umbra il 13 ottobre 1923, celibe, operaio saldatore, fucilato da forze armate nazi-fasciste in località Stravignano di Nocera Umbra, il 2 aprile 1944.
- Caduti della Brigata Garibaldi
Note
- ↑ La Cascina Raticosa (a volte "Radicosa"), oggi ricostruita a seguito della sua distruzione per opera dei nazisti, fu la prima sede del Comando della Brigata Garibaldi di Foligno. Situata a 830 metri d'altitudine, alle pendici del monte Brunette, tra Cupoli (Foligno) e Ponze (Trevi).
- ↑ Nella notte tra il 22 e il 23 settembre fuggirono dal Campo di Concentramento "PG n. 64" di Colfiorito oltre mille prigionieri, quasi esclusivamente Montenegrini internati civili, una parte dei quali presto si aggregò ai gruppi in formazione in queste zone e in Valnerina. Una fuga, numericamente molto meno consistente, si verificò anche dal campo "PG n. 77" di Pissignano (Campello sul Clitunno), ma a svuotarsi fu la gran parte delle tante strutture di concentramento a ridosso dell'Appennino umbro-marchigiano, per abbandono da parte delle guardie o per iniziativa dei prigionieri.
- ↑ Il Fieseler Fi 156 Storch (Cicogna in tedesco) è il celebre aereo da ricognizione e collegamento tedesco della Seconda Guerra Mondiale, noto per le straordinarie capacità STOL (decollo e atterraggio corto). Monomotore ad ala alta, venne usato dalla Luftwaffe e forze dell'Asse.
- ↑ L' Organizzazione Todt è stata un ente di costruzioni paramilitare tedesco, creato dall'ingegnere Fritz Todt, fondamentale durante la seconda guerra mondiale per la realizzazione di grandi opere infrastrutturali e difensive. Impiegò oltre 1,5 milioni di uomini, inclusi lavoratori coatti, per costruire fortificazioni come il Vallo Atlantico e la Linea Gotica in Italia.
- ↑ L'episodio è noto come L'intoppata del somaro.
- ↑ I Battaglioni "M" (o Battaglioni Mussolini) erano unità d'élite della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) italiana durante la seconda guerra mondiale. Si distinguevano per fanatismo e addestramento, impiegati sul fronte greco, russo e nell'invasione di Malta, identificati dalla "M" rossa in riferimento al duce.
- ↑ L'OVRA (Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell'Antifascismo) era la polizia segreta del regime fascista italiano, istituita nel 1927 e attiva fino al 1943. Diretta dal Ministero dell'Interno, sorvegliava e reprimeva gli oppositori tramite una vasta rete di informatori e metodi coercitivi, rispondendo direttamente a Mussolini.
- ↑ Linea fortificata difensiva, approntata in Italia su disposizione di Hitler del 4 ottobre 1943 dall'organizzazione Todt. Il nome deriva dalla compitazione della lettera "G" nell'alfabeto tedesco. Divideva in due la penisola italiana: a nord le truppe tedesche (nel territorio formalmente in mano alla Repubblica Sociale Italiana), a sud gli Alleati; si estendeva dalla foce del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, fino a Ortona, comune costiero abruzzese in provincia di Chieti. La sua funzione, che sfruttava il tratto più stretto della penisola italiana e gli ostacoli naturali costituiti dalle montagne appenniniche, era quello di ritardare l'avanzata degli Alleati e di tenerli impegnati affinché non potessero rinforzare la pressione sui fronti orientale e settentrionale.
- ↑ Branko Knežević
- ↑ Vasilije Čokorilo
- ↑ Gojko Bojičić
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Bibliografia
- "...Raus" - Memorie del rastrellamento tedesco di Scopoli - Nazzareno Ponti
- 1900-1950: Cinquant'anni del nostro secolo - Supplemento a Storia Illustrata n. 181 - Arnoldo Mondadori Editore - 1972
- 1945: Il mondo volta pagina - Supplemento a Storia Illustrata n. 329 - Arnoldo Mondadori Editore - 1985
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- Curve nella memoria... angoli del presente: La deportazione in Germania dalla montagna folignate - Una ricerca della classe 2Cn del Liceo Classico F. Frezzi di Foligno 2000-2001, a cura di Olga Lucchi - Grafiche Forever S.p.A. - Maggio 2002
- Dall’internamento alla libertà: Il campo di concentramento di Colfiorito - Olga Lucchi - Editoriale Umbra - 2004
- Dizionario Biografico Umbro dell’Antifascismo e della Resistenza - Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea - 2024
- Focus Storia Collection n.25 - 1939-1945: La II Guerra Mondiale - Novembre 2019
- Il mio 16 Giugno - Scuola Media Carducci di Foligno - A cura di Pier Giorgio Lupparelli
- La deportazione - A.N.E.D. Umbria - Unione Tipografica Folignate - Febbraio 2018
- La guerra ai civili in Umbria (1943-1944)) - Per un Atlante delle stragi naziste - Angelo Bitti - Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC) - 2007
- La guerra in casa: Foligno 1940-1945 - Giuseppe Tardocchi - Grafiche CMF - Marzo 2005
- La lotta antifascista dei prigionieri di Colfiorito - A cura di Andrea Martocchia - Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia onlus - Settembre 2018
- Le nostre partigiane - Provincia di Perugia - Ufficio Sviluppo Attività Area Vasta - Ottobre 2023
- Li presero ovunque: Storie di deportati umbri - Olga Lucchi - Mimesis Edizioni (Milano – Udine) - 2010
- Liberazione di Perugia e dell’Umbria da parte delle truppe alleate nel giugno 1944 - Ruggero Ranieri
- Memorie di un Ribelle (settembre 1943 - maggio 1945) - Adelio e Fausta Fiore - Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC) - 2004
- Tracce di memoria - Guida ai luoghi della Resistenza e degli eccidi nazifascisti in Umbria - Tommaso Rossi - Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC) - 2013
- U.S. Army Air Forces in World War II - Combat Chronology 1941-1945 - Compiled by Kit C. Carter and Robert Mueller - Center for Air Force History - Washington, DC - 1991
- Umbria Cronologia 1940-1946 - Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea (ISUC), a cura di Tommaso Rossi - 2017
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