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Gli Eroi della Resistenza

Da WikiFoligno.
(Reindirizzamento da Partigiano Luciano Formica)


Sigle e abbreviazioni

AMG = Allied Military Government ▷ CLN = Comitato di Liberazione NazionaleGNR = Guardia Nazionale Repubblicana (Repubblica di Salò)
MVSN = Milizia Volontaria per la Sicurezza NazionaleOVRA = Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell'AntifascismoPNF = Partito Nazionale Fascista
PFR = Partito Fascista Repubblicano (dopo l'8 settembre 1943)RSI = Repubblica Sociale Italiana (dopo l'8 settembre 1943)V.M. = Valor Militare


Nota del Webmaster:
Le ricerche condotte su diverse fonti hanno permesso di identificare 2.064 Partigiani Umbri legati alla IV Brigata Garibaldi. Per la maggior parte di loro, non sono state trovate ulteriori informazioni. Lo stesso vale per i partigiani Slavi, ai quali si fa spesso riferimento solo con il nome di battesimo o con nomi di battaglia. Chiunque sia interessato e desideri condividere informazioni sui propri parenti, o correggere dati errati o incompleti, è invitato a contattarci in qualsiasi momento.

Antero Cantarelli

Antero Cantarelli (sopra, al centro) ai tempi del San Carlo.

Antero Cantarelli nacque il 17 novembre 1917. Suo padre, Giulio, era macchinista delle Ferrovie dello Stato e in passato aveva subito intimidazioni e percosse da parte dei fascisti a Foligno. Il nonno di Antero, Gioacchino, aveva partecipato come garibaldino alla presa di Porta Pia. Antero frequentava regolarmente l'Istituto San Carlo. Al momento della chiamata alle armi, era già maestro e aveva da poco iniziato gli studi universitari. Fu inviato a Salerno come Sottotenente di Complemento di Fanteria. Inviato a Salerno quale Sottotenente di Complemento di Fanteria, tra il 1938 e il 1939 fu trasferito al confine, a Villa del Nevoso, denominazione che in epoca fascista comprendeva gli attuali comuni sloveni di Bisterza e Torrenova di Bisterza, situata in piena zona di guerra. Dopo l'armistizio, Antero combatté contro i tedeschi e si alleò con i partigiani, cedendo loro una grande quantità di armi e viveri. Riuscì a tornare in Italia guidando, insieme a un maggiore e ad altri ufficiali, migliaia di connazionali da Villa del Nevoso a Basovizza, fino a Trieste. Raggiunse Foligno dapprima presentandosi come ferroviere in servizio, e successivamente invocando la necessità di un'ambulanza. Il generale Graziani, all'epoca ministro della Difesa Nazionale della neonata RSI, tramite dispaccio gli chiese di aderire alla Repubblica Sociale in qualità di ufficiale, con la promozione a Capitano. Cantarelli optò per una scelta diversa, aderendo alla guerra di Resistenza. Insieme al gruppo del San Carlo, contribuì alla formazione della Brigata Garibaldi a Foligno. A questa brigata si unirono giovani dell'Azione Cattolica, di cui Cantarelli era Presidente, persone con differenti orientamenti politici ed ex prigionieri slavi provenienti dal campo di concentramento di Colfiorito. I suoi compagni lo designarono sin da subito come Comandante, riconoscendogli le qualità e l'esperienza necessarie. Tuttavia, Cantarelli propose che il comando della formazione fosse assunto dal Colonnello Antonio Salcito, assumendo il ruolo di vice. Ben presto, tuttavia, gli gli dovette subentrare perché il Colonnello venne catturato, il 15 febbraio 1944, nel villaggio di Roviglieto, dove si era recato per far visita alla famiglia sfollata da Foligno a causa dei bombardamenti.

Nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1944, durante l'assalto alla caserma dei Carabinieri di Nocera Umbra, il Comandante Cantarelli fu ferito al volto da un colpo di fucile sparato dal Maresciallo Comandante del presidio di Nocera. Il partigiano Mauro Antonini, studente di medicina, prestò le prime cure al Comandante, riuscendo a portarlo in salvo dalla zona pericolosa. Adelio Fiore, amico e assistente durante la convalescenza del Comandante, andò in bicicletta fino a Spello per prelevare Mario Marchionni, uno dei sanitari di riferimento della Brigata. Marchionni constatò la perdita di diversi denti, la frattura della mandibola e una vasta ferita al collo, da cui era fuoriuscita la pallottola. Cantarelli venne inizialmente nascosto nel convento dei Cappuccini di Spello, ma necessitava di cure specialistiche. Fiore si rivolse quindi al suo dentista, Gastone Biondi, ex Podestà di Foligno negli anni Trenta e Segretario Politico del Fascio. Biondi, sfollato in una villa a Petrignano d'Assisi, fu condotto da Fiore al capezzale del ferito e lo operò. Dato l'intenso movimento di truppe tedesche a Spello, i compagni decisero di trasferire il Comandante a Foligno, in un altro convento dei Cappuccini, in attesa delle istruzioni di Biondi per una radiografia e un ulteriore intervento. Biondi, senza compromettere la sicurezza dei partigiani, indicò a Fiore il nome di uno specialista a Perugia. Fiore accompagnò con estrema cautela il Comandante a Perugia. Lì, il radiologo Ugo Lupattelli, socialista e Sindaco di Perugia dopo la Liberazione, esaminò gratuitamente il Comandante. Quest'ultimo necessitava di un intervento chirurgico molto complesso alla mandibola, da eseguire in piena guerra e nella più assoluta clandestinità. Muniti di una lettera di presentazione da parte di monsignor Faveri al suo omologo di Perugia, i due furono alloggiati in locali adiacenti alla Cattedrale. Potevano consumare i pasti in un noto ristorante del centro. Tuttavia, il ristorante era in parte requisito dai tedeschi, che erano venuti a conoscenza del ferimento del Comandante partigiano di Foligno. Inoltre, Fiore era una figura conosciuta a Perugia per le sue imprese calcistiche: ex giocatore della squadra del Foligno, durante la sua breve permanenza in città, fu invitato dal calciatore perugino Guido Mazzetti a partecipare a una partita di beneficenza contro una squadra tedesca.

Tornato a Foligno, il 5 febbraio Cantarelli fu condotto a Cesi (Serravalle di Chienti) per una conferenza militare fondamentale per l'attività della Garibaldi. Dopo l'incontro, rientrò in convento e solo a quel punto Fiore fu costretto ad abbandonarlo per riprendere pienamente servizio. Nei giorni successivi il Comandante Cantarelli dovette recarsi a Milano, in piena occupazione nazista, per sottoporsi all'intervento chirurgico al volto. L'indirizzo di uno specialista straniero, clandestino e antifascista, e il difficile viaggio su un camion con documenti falsi, gli furono possibili grazie agli aiuti del CLN e del dentista Biondi, che lo aveva preparato ingessandogli la testa. Lo accompagnò Alviero Ponti presso la famiglia del proprio fratello comunista, residente a Milano, il cui figlio ricondusse poi a Foligno il Comandante con un esito infruttuoso. Il chirurgo straniero, che lo aveva visitato tre volte, era stato infatti arrestato dai tedeschi. Quest'ultimo incidente pregiudicò l'esito dell'intervento a cui si sottopose nel dopoguerra, lasciandolo con fastidiose e vistose menomazioni permanenti. Dopo la liberazione di Foligno, all'inizio del 1945 Antero Cantarelli si arruolò volontariamente nel nord Italia, unendosi al gruppo di combattimento "Cremona" per combattere al fianco degli eserciti Alleati e scacciare i nazisti dal territorio nazionale. Nel marzo 1945, vicino a Ravenna, venne nuovamente ferito.

Antero Cantarelli negli ultimi anni di vita.

Subito dopo la Liberazione, il comando della Brigata Garibaldi stabilì la propria sede nel palazzo Barnabò, sul fianco prospiciente la chiesa di S. Giovanni dell'Acqua. In quei giorni, il maresciallo dei Carabinieri, responsabile del ferimento di Cantarelli al volto a Nocera, chiese di essere ricevuto dal Comandante per porgergli le proprie scuse e implorarlo di non richiedere alcun risarcimento o altra sanzione grave per il danno irrimediabile subito nello scontro a fuoco. Cantarelli dichiarò, alla presenza di vari testimoni, di non avere nulla contro di lui, il quale in quel frangente aveva semplicemente compiuto il proprio dovere, e lasciò partire serenamente quel padre di famiglia. Candidato della Democrazia Cristiana alle elezioni per l'Assemblea Costituente, dopo il 1948 preferì ritirarsi a vita privata. Persona schiva ed estremamente riservata, rifiutò sempre ogni riconoscimento al merito, sebbene la città avesse costantemente celebrato il suo eroismo. Organizzò una piccola industria, lavorò poi come impiegato e, successivamente, ricoprì il ruolo di direttore dell'Ospizio di Mendicità in Via dei Monasteri. Si dedicò alla famiglia, senza aspirare a posizioni di prestigio che aveva ampiamente meritato.

È deceduto il 5 maggio 1994, a seguito di una grave malattia; la cittadinanza venne a conoscenza della sua scomparsa dopo la sepoltura, come da lui desiderato. Il 24 aprile 2004 è stato inaugurato il monumento che orna la rotatoria di Porta Todi, a lui dedicato con la nuova denominazione: Largo Antero Cantarelli. Questa intitolazione celebra il contributo della città di Foligno alla lotta contro il nazifascismo.


Francesco Innamorati

Francesco Innamorati

Francesco Innamorati di Nicola, nato a Foligno il 19 giugno 1893, era un tipografo compositore. Inizialmente aderì al Partito Socialista, per poi passare al Partito Comunista. Nel 1914 fu segretario della Camera del Lavoro di Foligno e del giornale "La Scintilla". Pubblicò il "Manifesto di Zimmerwald[1]" contro la guerra e, nell'ottobre 1915, fu espulso dalla città. Il 1° maggio 1916 fu richiamato alle armi. Congedatosi l'11 maggio 1919, riprese il suo incarico di segretario della Camera del Lavoro di Foligno e della Lega Proletaria Combattenti e Reduci. Durante la guerra, tra maggio e novembre 1917, secondo documenti di Polizia, risulterebbe aver disertato, giustificando l'appellativo di "traditore disertore" riportato nei rapporti a lui riferiti. Dopo le elezioni del 31 ottobre 1920, in cui i socialisti vinsero a Foligno, divenne assessore all’Annona. Aderì al Partito Comunista d'Italia (PCdI) dopo la scissione di Livorno. Il 23 marzo 1921 fu tra gli organizzatori della difesa contro l'assalto degli squadristi perugini a Foligno, in occasione della fondazione del fascio cittadino. Durante questi eventi, una bomba a mano ferì diciassette soldati e un ufficiale. La Camera del Lavoro fu danneggiata e incendiata, per poi essere completamente distrutta il 1° maggio. Innamorati fu tra i ventotto comunisti e socialisti arrestati per questi fatti e successivamente rilasciati il 29 maggio. Assunse la segreteria regionale umbra del PCdI, il cui ufficio era stato spostato da Perugia a Foligno per le crescenti difficoltà operative. Nei mesi successivi, dovette allontanarsi più volte dalla sua città natale. Arrestato il 29 marzo 1923 a Roma, durante una retata anticomunista, fu scarcerato il 14 luglio dello stesso anno. Nei mesi seguenti si trasferì definitivamente nella capitale. Da Roma, tra il 1924 e il 1925, riorganizzò l'attività del partito comunista regionale, spostando il suo centro operativo nell'Umbria meridionale. In quel periodo, utilizzò i nomi di battaglia "Omega Spartaco" e "Florenzi Ivan". Alle elezioni del 6 aprile 1924, si candidò nella circoscrizione umbro-laziale con la lista di Unità Proletaria. Nello scontro interno al partito, si schierò con il centro, guidato da Antonio Gramsci. Designato delegato al III congresso del partito, previsto a Lione dal 20 al 26 gennaio 1926, il 12 gennaio fu fermato a Domodossola (VB) e il 16 arrestato con l'accusa di aver usato documenti falsi. Il 3 febbraio fu condannato a due mesi di detenzione. Liberato l’8 marzo, tornò a Roma dove prese la guida del V Segretariato Interregionale, che copriva le Marche e l’Abruzzo. Arrestato di nuovo il 18 novembre 1926 presso la sede del Segretariato, fu assegnato al confino a Favignana per 5 anni. Processato insieme ad altri dirigenti comunisti, il 17 ottobre 1927 fu condannato a 14 anni e 4 mesi di carcere, a 5 anni di vigilanza speciale e a pagare un'ammenda di 7.800 lire. Scontò la pena prima nel carcere di Pesaro, poi in quello di Civitavecchia (RM). Da quest'ultimo fu scarcerato nel 1932, grazie all'indulto concesso per il decennale della marcia su Roma. Il 26 novembre dello stesso anno fu prosciolto dal confino politico e il 30 dicembre il Tribunale di Perugia ordinò anche la fine della libertà vigilata. Tornò a Foligno, dove fu sottoposto a sorveglianza costante. Nonostante non fosse più attivo politicamente, continuò a essere considerato una persona pericolosa; per questo motivo fu più volte ammonito e arrestato. Il 17 ottobre 1939 fu assunto presso la tipografia Salvati. Fino a quel momento, aveva mantenuto sé stesso e la famiglia grazie a una piccola attività commerciale. Con l'entrata in guerra dell'Italia, fu nuovamente arrestato e mandato al confino a Ventotene (LT), dove arrivò il 20 luglio 1940. Membro del direttivo del collettivo comunista, si occupò dell'organizzazione insieme ad Arturo Colombi. In questo ruolo, nel febbraio 1943 decise l'espulsione di Camilla Ravera[2] e Umberto Terracini, perché contrari al Patto Molotov-Ribbentrop[3].

Dopo la caduta del fascismo, nell'agosto 1943 fu liberato dal confino e poté tornare a Foligno. L'8 settembre, Gino Scaramucci[4] lo informò delle decisioni prese a Roma il 3 settembre dai delegati del Lazio, dell’Abruzzo e dell’Umbria. Iniziò così a costruire la rete che portò alla creazione di quella che in seguito divenne la IV Brigata Garibaldi, di cui fu il primo Commissario Politico. Il 29 dicembre, a Monte Malbe (Perugia), partecipò a una riunione dei rappresentanti umbri del Partito Comunista Italiano. Durante l'incontro si parlò di come organizzare la lotta partigiana. Il 4 gennaio 1944, vicino a Foligno, mentre si stava dirigendo verso la montagna dove c'erano i primi gruppi di partigiani, venne investito e ucciso da un veicolo militare tedesco. Dopo la sua morte, un gruppo di partigiani locali decise di chiamarsi con il suo nome.


Ferdinando Innamorati

Ferdinando Innamorati

Ferdinando Innamorati di Natale, nacque a Belfiore il 29 novembre 1877. Proprietario terriero e convinto socialista, proveniva da una famiglia agiata del ceto imprenditoriale medio. Fin da giovane, tuttavia, dimostrò un forte interesse per la politica e l'impegno nel movimento operaio. Inizialmente si unì al circolo repubblicano-socialista "Ludovico Marini" e nell'aprile 1895 contribuì a fondare la sezione folignate del PSI. Dal 1899 partecipò a tutte le elezioni amministrative locali, ma fu eletto consigliere comunale solo nel 1907. Venne rieletto nel 1909; nel 1914, invece, decise di non ricandidarsi. Nelle elezioni comunali e provinciali dell'ottobre 1920, fu eletto in entrambe le istituzioni. Il 13 novembre 1920, Innamorati fu nominato Sindaco di Foligno con 22 voti su 27, da un consiglio comunale a netta maggioranza socialista. Ricoprì l'incarico fino al febbraio 1921, quando, a seguito della scissione di Livorno avvenuta il mese prima, rassegnò le dimissioni per permettere la formazione di una giunta guidata dai comunisti. Nel giugno dello stesso anno, fu eletto deputato per il PSI. Il 13 luglio 1921, durante il periodo del "biennio rosso" e dopo la distruzione della Camera del Lavoro di Foligno, tentò senza successo di creare un accordo di pace con i fascisti. Questo tentativo fu fortemente criticato sia dai suoi compagni di partito che dai comunisti. Nel 1922, aderì al PSU. La scelta di lasciare il PSI fu dovuta all'espulsione dal partito di esponenti socialisti a lui molto vicini, come Filippo Turati, Claudio Treves e Giacomo Matteotti. Dopo l'assassinio di Matteotti, avvenuto il 10 giugno 1924 per mano fascista, Innamorati fu chiamato a sostituire in Parlamento il deputato socialista ucciso. La sua attività parlamentare si concentrò sulla creazione di un fronte antifascista, cercando sostegno anche nel movimento dell'Aventino. Nel novembre 1926, a causa del suo impegno contro il regime fascista, la Commissione Provinciale di Perugia lo condannò a 5 anni di confino. Scontò la pena tra Favignana (TP) e Lipari (ME) fino alla sua liberazione, avvenuta nel novembre dell'anno successivo. Tornato a Foligno, fu imprigionato più volte, ma continuò sempre il suo impegno politico. Nel maggio 1943 partecipò, insieme ai principali esponenti dell'antifascismo folignate, a una riunione del comitato clandestino. Nel novembre dello stesso anno, prima di trasferirsi a Roma e lasciare per motivi di sicurezza il CLN di Foligno, incontrò un gruppo di partigiani, ai quali non solo rivolse parole di incoraggiamento, ma donò anche la sua pistola personale a tamburo.

Il 16 giugno 1944 Foligno fu liberata. Il 19 dello stesso mese si insediò il CLN, di cui Ferdinando Innamorati divenne Presidente. In quella data fu nominato Sindaco Benetto Pasquini, che due mesi dopo fu costretto a dimettersi a causa di un'ingiusta accusa di collaborazionismo da parte dell'Allied Control Commission. Il 7 settembre, sempre su proposta del CLN, Ferdinando Innamorati fu nominato Sindaco di Foligno, sostituendo Pasquini. Accettò la carica dopo aver già rifiutato la proposta di diventare Prefetto della Provincia di Perugia.

Il 19 novembre, pochi mesi dopo la nomina a Sindaco, "il Sor Fiore", come era affettuosamente chiamato dalla sua gente, morì. In suo onore, nel suo paese natale, Belfiore, è stata posta una lapide commemorativa.


Milan Tomović

Milan Tomović

Milan Tomović nacque nel 1921 nei pressi di Berane, in Montenegro. Era uno studente di medicina prossimo alla laurea e di orientamento comunista. All'inizio della Seconda Guerra Mondiale e all'invasione della Jugoslavia, suo padre, un ricco industriale, decise di emigrare negli Stati Uniti. Milan scelse di rimanere in Montenegro con la madre e i fratelli. Brillante studente, nel 1940 aderì alla SKOJ (Lega della Gioventù Comunista Jugoslava) e iniziò il suo impegno nella Resistenza. Partecipò alla grande insurrezione contro gli italiani scoppiata il 13 luglio 1941. Nella primavera del 1942 venne arrestato nei pressi di Berane e portato in un campo sul litorale albanese, non lontano da Scutari. Successivamente fu trasferito in Italia, nel campo di Colfiorito. Il 22 settembre 1943, dopo essere fuggito insieme a molti altri prigionieri, trovò inizialmente rifugio a Foligno, nell'ospedale, con quattro ex compagni di prigionia. In ospedale Marcello e Giorgina Formica incontrarono Milan mentre assistevano la madre, malata e lì ricoverata. Fu così che Milan entrò in contatto con il gruppo che si stava formando sopra Spello per iniziativa dei fratelli Formica, Antonio e Balilla Bordoni, Benito Balducci e Persiano Ridolfi (Toro Seduto). Milan raccontò loro della lotta dei partigiani jugoslavi di Tito contro gli invasori tedeschi, e della resistenza dei montenegrini e dei greci contro l'esercito italiano. Milan si unì subito al gruppo, dimostrando grandi capacità militari e un'innata attitudine al comando. Era molto colto, coraggioso e audace. Alla fine di novembre 1943, il gruppo subì un duro rastrellamento e dovette lasciare la base di Colpernieri (Spello), dirigendosi verso il nucleo principale della IV Brigata Garibaldi di Foligno. Nonostante il suo bell'aspetto ("alto, forse un metro e novanta, bellissimo, con due occhi chiari accesi dal bisogno di giustizia e libertà"), la sua giovane età e la sua forza, Tomović soffriva di tubercolosi. Aveva tenuto nascosta la malattia, temendo di essere considerato un peso dai compagni partigiani. Nel dicembre 1943 fu costretto a un primo ricovero in clandestinità nell'ospedale di Foligno. All'inizio di febbraio 1944, con la riorganizzazione e la definitiva strutturazione della Brigata, entrò a far parte del Battaglione che, dopo due settimane, sarebbe stato intitolato ad Angelo Morlupo, sotto il comando di Franco Lupidi. Il gruppo si divise presto in due: una parte comandata da Luciano Formica e l'altra sotto gli ordini di Milan. La nomina a Comandante gli fu conferita direttamente da Mario Angelucci, residente a Spello e membro della Giunta Militare del CLN. Quando gli fu dato il comando della brigata, "non fece nulla per ottenerlo, ma non si tirò indietro per non assumersi quella responsabilità". Il suo incarico era controllare la Flaminia Nord-Ovest di Foligno, il monte Subasio e la strada per Perugia, nel tratto Foligno-Spello-Assisi. Milan conosceva bene la zona e lo dimostrò terrorizzando fascisti e tedeschi, che per questo lo cercavano. All'inizio di marzo fu costretto ad abbandonare di nuovo la lotta a causa di un peggioramento della sua malattia. Morì all'ospedale di Perugia il 22 marzo 1944, dove era stato ricoverato con un nome falso. La salma fu sepolta subito nel cimitero di Perugia. Il paziente rimase anonimo, e così rimase la sua sepoltura. Tuttavia, molti ricordano che sulla fossa 1.283 del campo 23, vicino ai suoi coetanei italiani caduti durante la Seconda Guerra Mondiale, non mancarono mai rose rosse. L'anonimato e la conseguente mancanza di registrazioni impedirono per molti anni ai suoi familiari di avere sue notizie.

Nell'agosto 1973, i suoi resti furono trasferiti al Sacrario degli Jugoslavi di Sansepolcro, insieme a centinaia di suoi connazionali. Milan Tomović è ricordato con una lapide posta sul Municipio di Foligno. Nel maggio 2011, la sezione cittadina dell'ANPI di Perugia è stata a lui co-intitolata, insieme a Mario Bonfigli, primo Comandante della "S. Faustino - Proletaria d'Urto".

Bartolomeo "Romeo" Bocchini

Bartolomeo Bocchini, detto Romeo, nacque a Bolsena (VT) il 14 maggio 1920. Insegnante elementare e antifascista, era figlio di Giuseppe e Boninzella Buchicchio. Perse entrambi i genitori in tenera età: il padre nel 1926 e la madre dieci anni dopo. Fu accolto dallo zio, don Antonio Bocchini, parroco di Grutti (Gualdo Cattaneo), dove crebbe con i parenti più stretti, incluso il cugino Luigi, di otto anni maggiore. Dopo aver conseguito la licenza magistrale e l'abilitazione all'insegnamento elementare, fu chiamato alle armi. In conformità con la legge del tempo, i diplomati erano destinati al corso per allievi sottufficiali di complemento. Concluse il corso nel 1943, conseguendo il grado di sottotenente. L'8 settembre dello stesso anno, mentre era in servizio a Fossano (CN), decise di non tornare a casa e di non appoggiare la neonata RSI né l'occupante tedesco. Si aggregò quindi a una formazione partigiana operante in Valle d'Aosta. Le difficoltà iniziali incontrate nella lotta partigiana lo indussero ad abbandonare il gruppo e a rientrare a casa nel novembre 1943. Qui, anche grazie all'intercessione del cugino Luigi, ottenne un incarico come insegnante nella scuola elementare di Grutti, senza tuttavia interrompere la sua attività clandestina. Nel gennaio 1944, lasciò la scuola e la semi-clandestinità per darsi alla macchia, assumendo il comando di quella che sarebbe divenuta la "Banda del Tenente Bocchini", attiva su un versante dei monti Martani. Successivamente, questo gruppo fu formalmente posto sotto la giurisdizione della IV Brigata Garibaldi di Foligno. La sua attività partigiana provocò numerose ritorsioni contro i suoi familiari, in particolare da parte dell'agguerrito presidio della GNR di Marcellano e Collesecco (Gualdo Cattaneo), che i partigiani del tenente Bocchini attaccarono e disarmarono il 25 marzo 1944. Nel frattempo, Bocchini si ammalò, portando a una inevitabile diminuzione della sua attività concreta e costringendolo a trovare rifugio presso famiglie amiche della zona. Nel pomeriggio del 7 maggio 1944, mentre era ricoverato presso il colono Santini a Cacciano (Todi), i militi del presidio di Marcellano e Collesecco fecero irruzione nel casale. Nell'edificio si nascondeva anche Orfeo Santini, figlio del proprietario e renitente alla leva. Nello scontro a fuoco che ne seguì, Orfeo Santini perse immediatamente la vita, mentre Bocchini rimase gravemente ferito. Riportò un'ampia ferita alla testa, causata da un presunto tentativo di suicidio gettandosi dalla finestra. Agonizzante, fu caricato dai fascisti su un carro dei Santini per essere trasportato a Marcellano, ma durante il tragitto subì ulteriori sevizie e fu finito. Successivamente, il cugino Luigi si occupò di organizzare il suo trasferimento dal cimitero di Marcellano a quello di San Terenziano (Gualdo Cattaneo).


Con decreto del presidente del Consiglio dei Ministri Amintore Fanfani, il 19 ottobre 1961 viene decorato con la Medaglia d’argento al Valore Militare alla memoria, con la seguente motivazione: "Dopo l’armistizio, con fedeltà e decisione, partecipava alla lotta di Liberazione, molto distinguendosi come organizzatore e animatore e come Comandante ardito e capace. Per quanto gravemente ammalato non desisteva dalla lotta e quando, durante un rastrellamento, il casolare dove egli era ricoverato veniva circondato dai nemici, trovava la forza per combattere da prode e per animare la resistenza dei pochi partigiani che erano con lui. Ferito, prima di cadere in mani nemiche preferiva togliersi la vita". All’inizio degli anni settanta, il Comune di Bolsena gli ha dedicato una strada di nuova realizzazione.

Walter "Franco" Ciri

Franco Ciri

Walter Ciri, nato a Roma il 1° aprile 1921, figlio di Ciro e Olga Caputo, entrambi membri del CLN, era universalmente conosciuto con il soprannome di "Franco". Proveniente da una famiglia benestante e molto stimato a Foligno, Franco Ciri ricevette un'educazione improntata a principi di libertà e tolleranza. Da giovane aveva frequentato il collegio "Lucarini" dei Padri Salesiani di Trevi e successivamente il Liceo Scientifico "Alessi" a Perugia. Iscritto alla facoltà di Ingegneria a Pisa, aveva già completato il quarto anno di studi. Descritto come una persona brillante, socievole, elegante e di bell'aspetto, era considerato uno dei giovani più affascinanti della città. Nel 1941 fu richiamato alle armi e inviato a combattere in Africa in qualità di Sottufficiale di Artiglieria. In seguito alla caduta del fascismo (25 luglio 1943), Franco Ciri, unitamente a numerosi altri giovani folignati, tra cui Fausto Franceschini, futuro avvocato, e Mauro Antonini, futuro medico, scelse di aderire alla guerra partigiana, partecipando alla Resistenza sulle montagne del folignate nelle file della Brigata Garibaldi. La storia del Partigiano Franco Ciri finì tragicamente la sera del 26 ottobre 1943, alle 20:15. Franco stava tornando in montagna con tre compagni. Prima era andato a recuperare delle armi nascoste negli orti del floricoltore Cerbini, in via S. Giovanni dell’Acqua. Poi era passato a casa per salutare sua madre Olga e le sorelle Graziella e Lolita. Mentre si trovava nei pressi del ponte di Porta Firenze, proprio di fronte alla strada che dopo la Liberazione della città (16 giugno 1944) prenderà il suo nome, Franco fu fermato dai militi della Guardia Repubblicana e ucciso con colpi d'arma da fuoco. La madre di Franco, Olga, fu arrestata quella stessa notte, ma rilasciata il giorno dopo grazie all'intervento di un suo fratello, ufficiale della GNR. Alla famiglia fu impedito dai fascisti di organizzare funerali pubblici; le esequie si svolsero in forma quasi clandestina. Secondo testimonianze indipendenti, pochi giorni prima, al Cinema Impero, ci fu un litigio tra Franco Ciri e un milite della G.N.R., Franco Fiordiponti. Tra i due volarono parole grosse. I tre compagni di Franco, che sopravvissero all'agguato, divennero agenti municipali dopo la Liberazione. All'inizio del 1945 presentarono al CLN una denuncia sui fatti accaduti quella sera del 26 ottobre 1943. Fu avviato un procedimento giudiziario contro due ex militi, uno dei quali, Adriano Mattioli, era già detenuto ad Ancona per un altro motivo. Nell'aprile 1947, la Corte d'Assise di Perugia condannò Franco Fiordiponti (nato a Foligno nel 1924), l'uomo che sparò i colpi mortali contro Ciri, a tredici anni di carcere per collaborazionismo e omicidio volontario. Oltre un anno dopo, la Cassazione respinse il ricorso presentato dagli avvocati di Fiordiponti.

Il nome di Franco Ciri è inoltre inciso sulla lapide commemorativa dei caduti della Resistenza e della guerra di Liberazione, ubicata sul palazzo municipale in piazza della Repubblica, e nel cimitero centrale, sulla stele monumentale dedicata ai caduti per la Patria. Il 5 marzo 1954 è stato insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla memoria.



Balbo "Angelo" Morlupo

Nato a Bevagna il 14 marzo 1924, studente e antifascista. Successivamente all'8 settembre 1943, ancora studente nella vicina Foligno, si rifugiò con il fratello Balilla sui monti tra Bevagna e Gualdo Cattaneo, per poi spostarsi nella montagna folignate. Lì, in località Raticosa, insieme ad altri giovani folignati, molti dei quali legati all'istituto San Carlo, diede vita alla IV Brigata Garibaldi, della quale il fratello, di fede comunista, divenne Commissario Politico. Il 19 febbraio 1944, mentre si trovava a Pieve Torina (MC), Balbo fu assassinato da un gruppo partigiano operante nella zona, guidato da un individuo noto come Pasquale di Roma. Questo gruppo si dedicava a depredare e terrorizzare la popolazione civile e Balbo stava per denunciarne le attività al Comando della Brigata. Il giorno seguente, Pasquale e il suo principale luogotenente furono catturati e condannati alla fucilazione dal Comando della Brigata. Successivamente, un Battaglione della stessa Brigata venne intitolato ad Angelo Morlupo. Nel 1944, dopo la Liberazione dell'Umbria, il Circolo della Federazione Giovanile Comunista di Bevagna gli fu intitolato. Dal 2007, la sezione ANPI di Bevagna è intestata a lui e a Martino Lepri.


Adriano Paolini

Adriano Paolini

Adriano Paolini, figlio di Olivio e della maestra Paola (o Elisa) Battaglini, nacque a Foligno il 18 luglio 1922. Celibe, perito meccanico, risiedeva a S. Eraclio. Nel settembre del 1943, come molti altri giovani folignati, scelse di aderire alla Resistenza, arruolandosi come Partigiano nella IV Brigata Garibaldi, con l'obiettivo di contribuire alla liberazione dell'Italia dall'occupazione nazi-fascista. Il 14 marzo 1944 fu catturato, disarmato, a Cesi di Serravalle di Chienti insieme ad altri trenta giovani, a seguito di un rastrellamento condotto da forze tedesche e fasciste repubblichine. Giunto sul posto, il Prefetto di Perugia, Armando Rocchi, ordinò la fucilazione immediata sul posto di tutti i catturati, qualificati come renitenti alla leva della Repubblica Sociale Italiana. Le forze tedesche si allontanarono dalla zona, perché la loro ricerca riguardava gli autori di un'azione militare compiuta contro propri commilitoni in località La Muccia, e non si trattava dei giovani fermati. Il Prefetto Rocchi, al contrario, dispose l'esecuzione sommaria dei primi quattro giovani selezionati, senza concedere alcun processo né possibilità di difesa: Adriano Paolini, Domenico Conversini, Alpinolo Presenzini e Agelio Sfasciotti. L'intervento delle donne di Cesi interruppe l'eccidio, impedendone la prosecuzione. I ventisette sopravvissuti furono condotti a Perugia, incarcerati e successivamente arruolati di forza nell'esercito fascista repubblichino. Alla prima occasione, disertarono, riprendendo la loro attività di lotta nella Resistenza sulle montagne. A Cesi, un cippo marmoreo commemora questa tragica vicenda. Foligno ha intitolato una via alla memoria di Adriano Paolini; il suo nome figura nel Sacrario dei Caduti presso il Cimitero Centrale e sulla lapide apposta sulla facciata del Palazzo Municipale della città. A S. Eraclio, dove Adriano visse la sua infanzia e adolescenza, gli sono stati intitolati gli impianti sportivi situati in via Colle Scandolaro. In occasione del 70° anniversario, il 14 marzo 2014, gli abitanti del quartiere, tramite una pubblica sottoscrizione, hanno collocato sul muro degli spogliatoi una lapide marmorea per preservare integralmente il ricordo di un giovane Patriota animato dal desiderio di un'Italia libera e democratica.


Luciano Formica (Comandante Sandro)

Luciano Formica

Nato a Spello il 9 gennaio 1924, insegnante, figlio di Settimio, geometra, e Andreina Fittaioli. Emulando il padre, si dedicò attivamente alla lotta antifascista e partigiana, affiancato dai fratelli Marcello e Giorgina. Iniziò la sua attività partigiana il 20 settembre 1943 sul monte Subasio, unitosi a un ristretto gruppo di giovani Spellani. Ai primi di ottobre, si aggregarono al gruppo anche il fratello Marcello e due ex prigionieri slavi, Milan Tomović e un certo Paul.

Luciano Formica con la divisa del Gruppo di combattimento 'Cremona'

Questo primo nucleo, sotto la guida di Tomović, condusse diverse azioni di guerriglia mirate principalmente contro le forze armate tedesche. Successivamente, Formica si unì alla formazione partigiana di Foligno, costituita a Raticosa di Trevi, che divenne il nucleo iniziale della IV Brigata Garibaldi, comandata da Antero Cantarelli. Ai primi di marzo 1944, la formazione fu riorganizzata in cinque battaglioni, operanti in un'ampia area della provincia di Perugia che comprendeva la montagna di Foligno, Nocera Umbra, Gualdo Tadino, Colfiorito, Sellano, Trevi e Campello sul Clitunno. A Formica fu assegnato il comando del distaccamento "Giacomo Matteotti", appartenente al Battaglione "Angelo Morlupo", che operò attivamente nella zona del Sellanese. A seguito dei rastrellamenti di marzo e aprile 1944, con la riorganizzazione della IV Brigata Garibaldi e in previsione dell'intervento diretto nel territorio di Foligno, Formica e la sua formazione furono impiegati nel bevanate, partecipando alla Liberazione di Bevagna. Il 14 gennaio 1945, si arruolò volontario nel gruppo di combattimento della divisione "Cremona", XXI Reggimento di Fanteria, prendendo parte alle operazioni militari fino al termine delle ostilità. Laureatosi in fisica e matematica, intraprese la carriera di insegnante negli anni cinquanta e sessanta presso le scuole medie superiori di Foligno. Nel 1972, fu assunto nella neonata Regione Umbria, dove ricoprì l'incarico di Direttore del Servizio Turismo. Morì a Perugia il 3 luglio 1987.


Marcello Formica

Marcello Formica

Nato a Spello il 1° febbraio 1927, figlio di Settimio, geometra, e Andreina Fittaioli, fratello di Giorgina e Luciano, visse a Foligno dall'età di sei anni. Intraprese la lotta partigiana a sedici anni, operando nelle zone del folignate e sul versante umbro-marchigiano a partire dal settembre 1943. Ferito in combattimento, ricoprì successivamente gli incarichi di Comandante di Battaglione e di Comandante di Zona, con il grado di Capitano. Dopo la Liberazione di Foligno, avvenuta il 16 giugno 1944, si arruolò volontariamente il 12 gennaio 1945 con il Gruppo di Combattimento "Cremona", al fine di contribuire alla liberazione del Nord Italia ancora sotto occupazione nazista. Fu insignito della "Croce di guerra al Valor Militare". Ricoprì la carica di Presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, Sezione di Foligno, e fu membro del Comitato Regionale dell'ANPI. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, conseguì il diploma di geometra presso l'Istituto per Geometri di Assisi. Successivamente, fu rappresentante di categoria nella Commissione Edilizia del Comune di Foligno per diverse legislature. Ricoprì inoltre la carica di Consigliere comunale per una legislatura e fu Presidente della Circoscrizione "Subasio" dal 1978 al 1985. Impiegato presso l'Amministrazione provinciale di Perugia dal 1972 al 1992 con la qualifica di Dirigente, fu collocato in quiescenza con il 9° livello funzionale. Distintosi nell'attività sportiva, sia come atleta che come dirigente, conseguì numerosi e significativi risultati in discipline quali l'equitazione, lo sci e l'automobilismo. Di particolare rilievo furono le sue vittorie in diverse gare equestri legate a manifestazioni storico-rievocative di livello nazionale, tra cui: 12 Quintane di Foligno, 8 Quintane di Ascoli Piceno, 4 Giostre del Saracino di Arezzo e 2 Giostre del Niballo di Faenza. Ricoprì per diversi anni l'incarico di Presidente di Giuria durante lo svolgimento della Giostra della Quintana.

Marcello Formica è deceduto il 7 luglio 1998, a seguito di un tragico incidente stradale avvenuto in località Fonte delle Mattinate (tra Serravalle di Chienti e Colfiorito).


Giorgina Formica

Giorgina Formica

Nata a Spello il 5 agosto 1925, la sua infanzia trascorse tra Spello, residenza di sua madre, e Foligno, dove abitava il padre Settimio, noto al regime fascista per la sua dichiarata fede radicale, laica, repubblicana. Ai suoi tre figli aveva insegnato i valori della libertà, della laicità, del rispetto reciproco. E così, a soli diciassette anni, Giorgina si trovò quasi naturalmente impegnata nella lotta partigiana insieme ai fratelli Luciano e Marcello, partecipando ad azioni rischiose, come quando aiutarono a fuggire dall’ospedale di Foligno due slavi, Paul e Milan (divenuto in seguito comandante dei primi raggruppamenti della Brigata Garibaldi di Foligno), e poi decisero di seguirli sul Monte Subasio insieme ad altri giovani del luogo. Fu arrestata due volte, la prima dai fascisti, la seconda dai tedeschi. Nel carcere di Perugia, dove fu tenuta a lungo in isolamento, affrontò con audacia e irriverenza gli interrogatori e le minacce di fucilazione, nel vano tentativo di estorcerle nomi sui luoghi e sui partecipanti alla Resistenza umbra. Sopportò il dolore della tortura, talmente atroce da farla poi ammalare gravemente a causa di ciò che aveva subìto. Ma anche in carcere riuscì ad organizzare una specie di "resistenza", quando, trasferita nel reparto femminile, si rifiutò di rammendare le tende dei tedeschi, convincendo le altre detenute a fare lo stesso. Dove trovava la forza per resistere? "La forza dovevo averla perché, indipendentemente dai fratelli, anche di fronte ai plotoni d’esecuzione, io ero una, quegli altri erano centinaia. La lotta, io penso, se si sente, si fa come si deve. Sapevo, ormai erano cose già avvenute, che ti fucilavano. Io sapevo perfettamente a che cosa sarei andata incontro, sapevo che ci voleva forza, coraggio, resistenza. Questo periodo è stato terribile. Sapere degli amici: quello non c’è più, quello l’hanno fucilato, gli hanno fatto fare la fossa, i genitori di fronte a loro... Era tremendo e maggiormente cresceva un accanimento contro questa gente che era capace di fare questo".

Giorgina Formica alla fine degli anni '80

Fu il bombardamento di Perugia a salvarla, quando venne colpita l’infermeria del carcere e un gruppo di detenuti e detenute riuscì a scappare. Tra loro c’era anche il padre Settimio e insieme tornarono a casa attraverso le colline e i campi, per evitare i pericoli delle strade. Si sposò nel 1948, lasciando la sua terra d’origine per la Puglia. Tornò a Foligno sul finire degli anni Cinquanta, quando rimase vedova, madre di due maschietti e in attesa di una bambina. Per dar loro un futuro scelse poi di tornare nelle terre del sud, questa volta a Matera, dove con tenacia e determinazione imparò a gestire un’azienda agricola. La vita non è stata tenera con lei, ma Giorgina ha saputo reagire senza indurirsi, ha mantenuto la sua indole allegra malgrado le sventure che si è trovata ad affrontare. Chi la conosce afferma che le piace ricordare il passato, gli amici e i parenti con cui ha condiviso le esperienze e le emozioni degli anni giovanili. Raramente, invece, parla del suo impegno politico, per una naturale ritrosia che solo apparentemente cozza con la sua indole estroversa: ritrosia a parlare di sé, a far valere i propri meriti. Si considera solo "una delle tante donne che sentirono il bisogno di adoperarsi per la libertà". Il 25 aprile 2010, durante la cerimonia del 65° anniversario della Liberazione, il Sindaco di Foligno, Nando Mismetti, ha consegnato a Giorgina Formica, già decorata con Croce di Guerra al Merito, il Baiocco d’Argento, onorificenza pubblica con cui vengono insignite le personalità più rappresentative della città.


Luciano, Giorgina e Marcello Formica. Alle spalle il padre, Settimio.


Aurora Pascolini

Aurora Pascolini con il fratello Ugo

Nata a Gualdo Tadino il 25 agosto 1918, impiegata e combattente Partigiana. A seguito della famiglia si trasferì a Colle di Nocera Umbra. Fu sulle montagne tra Gualdo Tadino e Nocera Umbra che si attivò nella Resistenza armata, combattendo nelle fila della IV Brigata Garibaldi Foligno, sotto il comando di Domenico Tittarelli. Suo fratello Ugo, classe 1921, rientrato menomato dalla campagna di Russia, svolse un ruolo primario nella sua presa di coscienza. Dal 25 novembre 1943 si dedicò attivamente alla lotta partigiana, per la quale le venne riconosciuto il grado di sergente. Svolse anche compiti di cura e assistenza ai compagni, occupandosi della ricomposizione dei corpi dei caduti e della loro sepoltura. Con l’arrivo degli Alleati e la ritirata nemica lungo la linea Gotica, si passò alla ricostruzione e Aurora ebbe un posto di lavoro nel Comune di Nocera Umbra. Ma la guerra non era finita, e il 15 gennaio 1945 partì volontaria con un gruppo di folignati e gualdesi per arruolarsi nel gruppo di combattimento "Cremona". Tuttavia, poiché il gruppo non accettava personale femminile, entrò a far parte della XXVIII Brigata Garibaldi "Mario Gordini", guidata dal Comandante Arrigo Boldrini (nome di battaglia: Bulow). La Brigata "Bulow" operò a fianco del 1° Corpo d’Armata Canadese, agli ordini dell’VIII Armata Britannica, partecipando attivamente a tutto il ciclo operativo fino alla Liberazione. Con la Brigata di cui faceva parte, Aurora partecipò alla liberazione della città ravennate di Alfonsine, fino a inseguire poi i tedeschi fino a Venezia. Per il suo contributo alla Liberazione di Alfonsine (RA), il 10 aprile 1945, le venne riconosciuta la Croce al Merito di Guerra. Terminata la guerra, Aurora aveva lavorò per molti anni come segretaria all’Ufficio Economato del Comune di Foligno. Nella sua lunga vita ha raccontato spesso le sue esperienze di lotta, aggiungendo sempre una nota di ironia, di leggerezza alle sue avventure, come quando ricordava che per sfuggire a una pattuglia di fascisti a Valtopina si rifugiarono nel cimitero, dove si stava svolgendo un funerale. Lei si nascose in un loculo che i compagni chiusero con una lapide, aspettando che si fossero allontanati tutti per toglierla, e quando poté uscire chiese, mezzo soffocata, se per caso si fossero dimenticati di lei. Dal 1997, a seguito dei danni subiti a causa del terremoto, si trasferì a Gaifana (Gualdo Tadino). Nel 2008, durante le celebrazioni del 25 Aprile, aveva voluto partecipare alla manifestazione in Piazza della Repubblica, durante la quale era stata omaggiata con un corale applauso dalla cittadinanza. Impossibilitata l’anno successivo a intervenire alla festa della Liberazione, a causa della dura malattia che l’ha portata alla morte, nella mattinata del 25 aprile aveva ricevuto in ospedale la visita del Sindaco di Foligno, che le aveva consegnato una medaglia d'argento per il suo valore di combattente partigiana.

Poco tempo dopo, il 6 maggio 2009, si è spenta a Foligno all’età di 91 anni.


Martino Lepri

Martino Lepri

Nato a Bevagna il 29 ottobre 1914, figlio di Giovanni, Maestro elementare e antifascista. Discendente di un'antica e illustre famiglia bevanate ormai decaduta, Lepri prestò servizio nelle scuole elementari di Casa del Diavolo e di Civitella Benazzone, frazioni del Comune di Perugia. Nel 1935 partì volontario per l'Etiopia, dove rimase in servizio militare per cinque anni con il grado di Secondo Capo Cannoniere della Marina. Nel 1939 sposò Antonia Santi, nipote del socialista Pietro Santi, farmacista di Bevagna. La coppia ebbe due figli: Giulio e Maria Teresa (Sesa). Richiamato alle armi con l'ingresso dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale, Lepri fece ritorno a casa nel giugno 1943, a seguito del siluramento della nave su cui prestava servizio. La sera del 25 luglio, appresa da Radio Londra la notizia della caduta di Mussolini, insieme all'amico Cesare Manini, distrusse le insegne del fascio presenti in città. La mattina del 18 novembre 1943, Lepri fu arrestato da tre fascisti appartenenti alla 103ª legione della GNR, insieme al fratello Giuseppe, e condotto alle carceri di Foligno. Mentre Giuseppe veniva liberato, il 30 novembre Martino fu destinato alle carceri di Perugia. Tuttavia, durante il trasferimento, il treno su cui viaggiava fu bombardato a Ponte San Giovanni, permettendogli di fuggire. Tornato a Bevagna, si diede alla macchia sulla collina di Torre del Colle, trovando rifugio in una grotta nei pressi del torrente Attone. Nascosti nel torrente e respirando attraverso delle cannucce, lui e i suoi compagni riuscirono a sottrarsi alla cattura durante il rastrellamento nazifascista del 6 marzo 1944. Già dalla fine del 1943, Lepri aveva organizzato la Banda dei Patrioti di Bevagna, che dopo la sua morte passò al comando di Damino Pelagatti. Quest'ultimo entrò presto in conflitto con un gruppo di "slavi", fuggiti dal vicino campo di concentramento di Bastardo e appartenenti con ogni probabilità alla formazione di Gualdo Cattaneo, che derubava la popolazione civile della zona.

Il 22 aprile 1944, durante un incontro con gli esponenti di tale banda in una casa colonica non lontana dalla grotta, Lepri fu ucciso a rivoltellate. Nell'agosto 1944, il Circolo della Federazione Giovanile Comunista di Torre del Colle fu intitolato a suo nome. Nel 2007, la sezione ANPI di Bevagna fu intestata a lui e a Balbo Morlupo; nel 2012, il luogo ove si trova la grotta che diede rifugio ai partigiani è diventato un complesso monumentale denominato "Luogo della Memoria Partigiana".


Britania Lupidi

Nata a Foligno il 16 gennaio 1922, figlia di Francesco e Orsola Menichini. Britania crebbe in una famiglia di antifascisti perseguitati, maturando ben presto una forte avversione al regime. La madre era un'abile camiciaia a domicilio; il padre, detto "Orecchino", era un fuochista ferroviario e militante del PCI. L'intera famiglia, animata da un vivo spirito antifascista, era terreno fertile per accese discussioni, divisa tra fede comunista e repubblicana. Dopo aver conseguito il diploma di avviamento professionale, Britania venne impiegata presso il Comune di Foligno, nell'ufficio anagrafe e atti notori. Ogni giorno veniva raggiunta dalle sorelle gemelle, Clementina e Teodora, che le portavano il pasto. Sebbene l'ambiente familiare denotasse un chiaro orientamento politico e un'avversione al regime, Britania aderì alla lotta di Liberazione non per scelta ideologica, bensì per un generoso slancio di solidarietà nei confronti del fratello Franco, Comandante del Battaglione "Angelo Morlupo". Lo raggiunse in montagna a seguito di un ferimento, lo soccorse e lo trasportò in città sul dorso di un asino. Il comando nazifascista di Foligno emise un mandato di cattura, costringendola, senza possibilità di ritorno, alla vita partigiana. Britania divenne molto attiva nella Brigata Garibaldi di Foligno, prestando soccorso a feriti e malati, prendendosi cura dei caduti e seppellendoli, trasportando e nascondendo armi, provvedendo alla ricerca di viveri e partecipando alle riunioni del gruppo. La sua resistenza, di natura civile, non prevedeva azioni militari né il possesso o l'uso di armi. Nell'immediato dopoguerra, il CLN provinciale le riconobbe, con il grado di Sottotenente, il ruolo di Viceintendente Sanitario della Brigata Garibaldi, conferendole la Croce al Merito di Guerra. Repubblicana, impegnata anche sul fronte politico, continuò a militare nelle fila del PRI e, sotto la guida di Ugo La Malfa, partecipò attivamente alla vita e alle iniziative del partito. Nella dimensione privata, Britania si distinse per una forte personalità e una spiccata indipendenza. Inizialmente fidanzata con il partigiano Franco Ciri e molto corteggiata negli anni successivi, dimostrò di non temere il giudizio altrui, prendendo con carisma scelte anticonformiste. Sposò in seguito l'avvocato e giudice di pace Ivo Dolci, dal quale ebbe Massimo, unico figlio. Di corporatura magra e slanciata, con capelli scuri e folti, Britania era brillante e socievole. Amava ballare, giocare a carte e acquistare vestiti che poi regalava alle sorelle più piccole. Si dedicava alla cura del proprio corpo più che a quella della casa, rifiutando i tradizionali ruoli di genere. Fu una donna emancipata, attratta dal mare e dal sole, simboli di "libertà", baricentro della sua esistenza. Del vissuto bellico e dell'esperienza resistenziale pose un lieve velo di silenzio, custodendo per sé il racconto.


Giacinto Cecconelli

Giacinto Cecconelli di Ottone, nacque a Manzano (UD) il 1° novembre 1919. Da sempre residente a Foligno, Studente Universitario legato all'Istituto San Carlo, Sottotenente di Complemento di Fanteria nell'Esercito Italiano. Ricoprì l'incarico di Comandante del Battaglione “Goffredo Mameli” della IV brigata Garibaldi Foligno. Trasferitosi nel dopoguerra a Terni, è morto il 30 marzo 2008.


Enrico Angelini

Enrico Angelini

Enrico Angelini di Giovanni, nacque a Foligno il 17 maggio 1925. Appartenente alla IV Brigata Garibaldi Foligno, ha combattuto nazisti e fascisti sulle montagne, scampando al rastrellamento del 3 febbraio 1944 che portò alla catture di ventiquattro compagni, molti dei quali morirono a Mauthausen. "A fine dicembre 1943, insieme a Franco Pizzoni e Franco Santocchia", raccontava Angelini, "decidemmo di unirci al primo gruppo di Partigiani a Raticosa. Lasciammo alle nostre spalle la nostra giovinezza, i sogni e i nostri amori. Quei mesi da partigiano sono il periodo che ricordo con più orgoglio ma anche con tanti rimpianti: rimpianti per quei miei amici che non ce l’hanno fatta e rimpianti per non aver goduto di una giovinezza spensierata; ma questo è stato il sacrificio che oggi dedichiamo a tutti i ragazzi per far si che gli ideali per i quali abbiamo combattuto si diffondano nei nostri giovani". Angelini era salito agli onori delle cronache nel 2015, per aver cancellato la svastica disegnata con una bomboletta spray sul muro di cascina Raticosa. All’epoca del gesto Angelini aveva 90 anni e, nonostante l’età, decise di prendere raschietto e acquaragia per cancellare lo scempio compiuto in uno dei luoghi simbolo della Resistenza folignate. La notizia in poco tempo finì in tutti i giornali e i telegiornali d’Italia. In quell’occasione Enrico Angelini venne invitato alla Camera dei Deputati per la cerimonia del 70° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, e incontrò di persona il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Enrico Angelini è morto, nella sua casa di S. Eraclio, l'8 novembre 2018, all'età di 93 anni.



Note

  1. La Conferenza di Zimmerwald, o Prima conferenza internazionale socialista, fu una conferenza internazionale dei partiti socialisti, che si tenne dal 5 all'8 settembre 1915 in Svizzera, nel comune di Zimmerwald del Canton Berna, per iniziativa della rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff e del socialista svizzero Robert Grimm. A Zimmerwald si cercò di trovare una posizione comune riguardo alla prima guerra mondiale e passò come risoluzione un documento di Trockij per una pace senza annessioni. Non vi furono conseguenze organizzative rilevanti, ma l'ala bolscevica poté farsi riconoscere a livello internazionale.
  2. Nel 1939 prese posizione contro il Patto Molotov-Ribbentrop e venne espulsa dal PCI assieme a Umberto Terracini; riammessa nel partito nel 1945, l'anno seguente fu eletta al consiglio comunale di Torino. Fu dirigente dell'Unione Donne Italiane e rappresentò il Partito Comunista Italiano alla Camera in due legislature (1948-1958). Dopo il ritiro a vita privata, l'8 gennaio 1982 fu nominata senatrice a vita da Sandro Pertini: è stata la prima donna a ricevere questa nomina.
  3. Il Patto Molotov-Ribbentrop, firmato il 23 agosto 1939 tra Germania nazista e URSS, fu un trattato di non aggressione decennale che incluse un protocollo segreto per la spartizione dell'Europa orientale. Permise a Hitler di invadere la Polonia senza temere un fronte orientale, garantendo a Stalin territori e tempo per il riarmo, prima della rottura nel 1941.
  4. Umbro di Gualdo Tadino, minatore, emigrante per motivi economici e poi politici, tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia, antifascista, confinato prima a Ponza e poi a Ventotene, partigiano, nel dopoguerra dirigente del PCI e per 13 anni presidente della Provincia di Perugia.

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